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venerdì 20 febbraio 2015

Che brutta caduta, cara Emma...

Giorni or sono, Emma Bonino ha “concesso” una intervista a la Repubblica, dopo l’annuncio della sua malattia fatta in diretta su Radio Radicale. Le sue dichiarazioni sono state approvate e condivise da molti, ma — al di là dell’apprezzamento per l’impegno della Bonino in tante battaglie “liberali” condotte negli anni passati — debbo dire che non mi sento nel coro osannate. E non perché, come qualcuno ha osservato, si tratta di uno dei tanti episodi di quel presenzialismo esibizionistico che trasforma in evento qualunque accadimento riguardi qualcuno dei Vip o della “casta”, ma per il modo in cui Lei ha parlato del suo rapporto con la malattia che l’ha colpita. La “bestiola” la chiama lei, oppure lo “stronzo”. Rispondendo  all’intervistatore dice: «Mi è costato pensarle [le parole], metterle in fila una dopo l’altra, mostrare una mia fragilità intima. Io sono una piemontese riservata anche sulle disgrazie, da sempre provo a vivere sostenendo che il personale è politico ma credo anche che il privato non sia pubblico. Può sembrare uno scioglilingua ma spero si capisca. Ero emozionata ... Alla fine avere fatto quella confessione mi ha aiutata. Molti malati mi hanno scritto: grazie, ha aiutato anche me. Avere la consapevolezza che noi non siamo il nostro male, che siamo altro, che dobbiamo sforzarci di continuare a essere le stesse identiche persone di prima costituisce la nostra speranza e la nostra fede laica. So che mi devo occupare di questo stronzo e basta. Io o lui, vedremo chi la spunta».

Quanta volgarità, rabbia, arroganza in queste parole! «La speranza e la nostra fede laica» consisterebbe in una rimozione, un allontanamento dalla malattia, mettendo in atto un dualismo tra noi e le vicissitudini del corpo, dualismo che potrebbe giustificarsi se si accompagnasse a una visione platonica di un corpo prigione e di un’anima prigioniera che risplenderà proprio uscendo dalla reclusione corporea: non in una visione “laica” della vita. Purtroppo, si deve ancora una volta verificare come l’avidya (l’ignoranza della natura profonda della realtà) ci faccia dimenticare che siamo essenziati di impermanenza, di insoddisfacenza dolorosa, di attaccamenti e avversioni. La vita è perennemente in un equilibrio dinamico, sostenibile per un certo tempo e poi non più. A quel punto i processi di disgregazioni prevalgono e la nostra stessa personalità viene attaccata: le nostre funzioni fondamentali (nutrizione, motricità, sessualità) declinano e, a seconda dei casi e delle “terapie” messe in atto, dolore, vomito, cefalea, vertigini, deficit cognitivi avviano a una fine più o meno sofferta. La natura, che pur produce il miracolo della coscienza, sembra avere bisogno di rinnovare continuamente i singoli portatori di consapevolezza per “rimediare” così alla loro intrinseca debolezza: altro che allontanamento dualistico e «riempirsi di futuro» con un calendario sempre più fitto di appuntamenti! La narrazione della nostra sofferenza è la nostra ultima meravigliosa difesa (ricordiamo M. Duras: «Andiamo a vedere l’orrore, la morte» e «sono sola… ho paura», e: «Va bene, ho trovato le parole, bisogna chiudere la pagina»). Poi, da soggetti narranti saremo, con un tragico anacoluto, soggetti narrati. «Io o lui, vedremo chi la spunta», dice E. B. Un “laico” un po’ più consapevole, meno arrogante e più ironico, W. Churcill, aveva dato una sua “risposta”: «La vita è una meravigliosa avventura. Peccato che non sia mai a lieto fine!» Alla “spiritualità laica” alla Bonino, posso solo dire: “No, grazie!”

martedì 10 febbraio 2015

Cascami baumaniani

Da quando Zygmunt Bauman ha impiegato con successo la metafora della “liquidità” utilizzandola nelle sue analisi di vari aspetti della cultura in cui viviamo (da cui espressioni come modernità liquida, vita liquida, relazioni liquide...), gli editori (non diamo la “colpa” all’autore...) non esitano a pubblicare tutto quanto porti la sua firma, incuranti del valore del testo.
È il caso di Conversazioni  su Dio e l’uomo, tr. it. Roma-Bari, Laterza, 2014, in cui il sociologo dialoga con Stanislaw Obirex, teologo ed ex-gesuita. Tenendosi in una postura ambigua nei confronti del sacro e della Totalità («oggi me ne sto all’esterno, ma osservo con enorme curiosità quello che accade nel mondo della religione, specialmente come essa agisce nella sfera pubblica») i due discutono dei danni prodotti dal monoteismo, con una certa nostalgia di un più tollerante (ipotetico) politeismo. Non sarebbe stato il caso di esaminare anche una “religione” come il buddhismo, lontano sia dal mono- che dal poli-teismo? Non viene sollevato nessun lembo del mistero dell’esistenza (l’uomo ha guastato il mondo o ha il compito di riparare il mondo guasto? È socio o antagonista del creatore?), si criticano fondamentalismi e appartenenze rimanendo sul generico, si auspica un ripensamento della storia e, in particolare, della storia delle religioni: prego, fate pure, signori, aspetteremo i risultati.
Le cose non vanno meglio con Le sorgenti del male, tr. it. Trento, Edizioni Erikson, 2013 (il titolo originale era nientemeno A natural Histoty of Evil, 2011), in cui per indagare sull’unde malum, dopo aver criticato alcune delle più note teorizzazioni del Novecento, vengono usate un po’ di banalità psicologiche. Nessun pregio? Viene almeno ricordato il libro di Anatole France, Gli dèi hanno sete, opera ingiustamente dimenticata.

In conclusione, soldi e tempo buttati.

venerdì 22 febbraio 2013

Conoscere fa conoscere?


Molti anni fa l’Accademia pontificia delle scienze promosse nella sua sede all’interno della Città del vaticano, una Semaine d’étude sur Cerveau et experience consciente, in cui furono convocati i più illustri rappresentanti della ricerca sul tema. Addetto alla Segreteria del Convegno (guidata dal Cancelliere dell’Accademia, prof. Pietro Salviucci, personaggio di una vivente tradizione papalina belliana), fu per me, giovane assistente universitario, una grande occasione per “avvicinare” tanti premi Nobel, accademici, ricercatori. Tra essi era anche il prof. Donad MacCrimmon MacKay, professore di Communication all’Università di Keele (Stafforshire, G. B.), matematico e informatico che in quegli anni aveva offerto una interessante impostazione della eterna questione della libertà e predittività del comportamento umano alla luce della comunicazione tra il soggetto osservante e il soggetto “descritto”, come nella sua memoria su On the Logical Indeterminacy of a Free Choice. In parole molto (spero non troppo) semplici, l’argomentazione di McKay era questa: se un osservatore conoscesse in maniera “completa” lo stato psicofisiologico di un individuo nel momento T1 potrebbe prevedere in modo sicuro quale sarà il comportamento del soggetto nel momento T2. Tutto bene, ma se la previsione fatta dall’osservatore verrà comunicata al soggetto osservato la perturbazione che questa provocherà renderà invalida la previsione che andrà aggiornata sulla base delle imprevedibili risposte alla comunicazione che il soggetto esibirà e così via in un regresso all’infinito che porterà alla detta “logical indeterminacy of a free choice”  (l’argomentazione si complica, ovviamente, se consideriamo, in partenza, la complessità e gli aspetti quantici e caotici della nostra biochimica e se applichiamo il percorso indicato da MacKay all’interno del processo di autoconoscenza e autorappresentazione che un soggetto fa di sé stesso).

Pensavo, per analogia, all’argomento di MacKay in questi giorni di campagna elettorale, durante i quali viene proibita la divulgazione dei sondaggi che pur vengono fatti, ma debbono essere “consumati” in segreto. I sondaggisti “prevedono”, infatti, quale potrà essere il comportamento di voto del loro campione, ma se questo verrà comunicato finirà per perturbare il comportamento dei votanti, influenzando anche i movimenti dei raggruppamenti: quindi, non si ritiene opportuno comunicare i risultati dei sondaggi. Infatti, perché sprecare il voto per una lista che non supererà lo sbarramento o come muoversi per “inseguire” elettori il cui comportamento potrebbe mettere in discussione un’alleanza fatta con “questo” quando sarebbe più utile farla con “quello”, e via enumerando. Se i risultati venissero comunicati il sondaggista si verrebbe poi a trovare in una situazione sempre nuova e dovrebbe rifare il sondaggio  tante volte quante saranno state le comunicazioni effettuate.

In conclusione, conoscere può significare rendere impossibile la conoscenza se l’oggetto della conoscenza è alterato dal processo del conoscere. Questo ce lo hanno spiegato l’indeterminismo e MacKay, ma chi avrebbe sospettato che i politici che hanno emanato quel divieto fossero così raffinati e attenti gnoseologi?

lunedì 6 febbraio 2012

Quanti siamo (stati)?

La domanda me la portavo appresso da molti anni e sembrava di quelle che non possono mai trovar risposta. Ora, con audaci estrapolazioni, sembra si sia finalmente arrivati alla conclusione (almeno verosimile) che il numero totale di esseri umani comparsi sul nostro pianeta sarebbe di 107 miliardi: 7 viventi, mentre 100 sarebbero coloro i quali hanno popolato la Terra prima di noi.
Soddisfatto di questa risposta, resta la considerazione che appartenere al novero degli umani viventi significa appartenere a una relativamente piccola minoranza: dunque, la condizione maggioritaria, più probabile e “stabile” è quella d’esser morti…

domenica 5 febbraio 2012

Due medici: in "Colpo di Stato" (Maupassant) e "La peste" (Camus)

Nell’anno del disastro e dell’umiliazione di Sedan (1870), in tutta la Francia «si giocava ai soldatini da un capo all’altro del Paese» e cominciava la «follia durata fin dopo la Comune». Nella cittadina di Canneville, dove le notizie tardano ad arrivare e ancora non si sa nulla della proclamazione delle Repubblica, una coppia di due vecchi contadini si era recata dal medico per problemi di vene varicose («il marito che soffriva di varici da sette anni aveva aspettato che le avesse anche sua moglie per andare dal dottore») inizia a raccontare «È principiato proprio con le formiche che mi camminavano sulle gambe» proprio quando arriva il postino col giornale. Il medico, un «omaccione sanguigno, capo del partito repubblicano del circondario» e tipico esemplare della gretta ed egoistica mediocrità dei borghesi odiati da Maupassant, nella sua eccitazione non vuole dare più ascolto ai pazienti, che caccia in malo modo, per abbandonarsi a una sorta di recita rivoluzionaria, ora che per lui il mondo è cambiato, tutto è risolto, e può gridare agli scettici contadini («che lo guardavano senza che nessuna luce di gloria brillasse nei loro occhi») che ora il popolo era libero e indipendente. Quando, il giorno seguente, dopo l’ubriacatura di 24ore di rivoluzione torna a casa, la domestica l’avverte che eran tornati e lo aspettavano fin dall’alba, ostinati e pazienti, i contadini delle varici, e il vecchio ricomincia a spiegare al medico: «È principiato proprio con le formiche che mi camminavano sulle gambe»…
L’astrattezza verbosa e arrogante di chi vuol cambaire il mondo a chiacchiere e non compie i suoi doveri quotidiani è contrapposta alla concretezza della sofferenza che tormenta il vecchio eguale ieri come oggi, sia col secondo impero sia con la repubblica.
Ma viene alla mente un altro medico, quello di La peste di Camus, che, invece, vive la sua opera professionale come rivolta e non complicità col dolore e, come un bodhisattva o un Sisifo, nell’attualità dell’epidemia si confronta con l’irrimediabile, lottando ogni giorno contro la morte nei limiti dell’azione umana, pieno di compassione verso le creature sofferenti e mortali. Egli cerca di salvare le persone, lavora contro la sofferenza e la morte, pur con la consapevolezza che il bacillo della peste non muore ma è soltanto addormentato, che l’ingiustizia non è mai vinta, che gli innocenti continueranno a soffrire e morire.
Perché a noi, al di là delle perniciose illusioni dei totalitarismi teologici e/o politici, è dato di bonificare e redimere solo dei frammenti del mondo e a questo non dobbiamo e non vogliamo sottrarci.

giovedì 24 marzo 2011

Consapevolezza della precarietà







BŌ/hakana(i)

Per significare ciò che è momentaneo, effimero, evanescente, vano, 
vuoto, 
incostante, instabile, fragile, misero, la lingua giapponese usa 
alcune parole, tra cui hakana(i). Questa parola è scritta con un carattere 
composto da due elementi, quello di sinistra che indica uomo e quello di 
destra che indica sogno. Calderón non aveva detto che La vida es sueño 
[La vita è sogno]?

mercoledì 22 dicembre 2010

Domande senza risposta


Da tempo girano nella rete elenchi di domande senza risposta e anche il portale Ask Jeeens, che vorrebbe rispondere a tutto, fa un elenco delle 10 domande che da sempre sembrano senza risposta, invitando gli utenti a cercarle. Tra queste: «qual è il significato della vita?», «Dio esiste?», «le bionde si divertono di più?» e via continuando. E non mancano le domande comico-demenziali come quelle che si possono trovare nel sito http://www.zigolo.net/domande-senza-risposta.html. Ma di recente, a quanto vedo riportato dai giornali, anche una delle più prestigiose accademie scientifiche, la Royal Society, ha elencato, per bocca del suo presidente Martin Rees, le domande a cui la scienza non ha (ancora?) saputo dare risposta. Oltre a quelle di argomento cosmologico ce ne sono alcune che riguardano l’uomo, tra le quali mi ha colpito quella che chiede: «Cosa è la coscienza?». Mi ha colpito perché, posta così, rivela una sorta di ingenuità metodologica relativa al modo e al significato del definire. La psicologia, scienza della psiche, si era autolesionisticamente inferta (espellendo dai suoi concetti proprio quello della coscienza) una ferita che oggi si va faticosamente rimarginando, per cui possiamo con piacere salutare il giusto ritorno a ciò che le è più proprio (pur con tutti gli interrogativi connessi), la mente e la coscienza. Scrive Julian Jaynes, uno degli psicologi dell’attuale riscoperta della coscienza: «Mondo di visioni non vedute e di silenzi uditi è questa regione inconsistente della mente! E ineffabili essenze questi ricordi impalpabili, queste fantasticherie che nessuno può mostrare! E quanto privati, quanto intimi! Un teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e  misteri, luogo infinito di delusioni e di scoperte. Un intero regno su cui ciascuno di noi regna solitario e recluso, contestando ciò che vuole, comandando ciò che può. Eremo occulto dove possiamo studiare fino in fondo il libro tormentato di ciò che abbiamo fatto e ancora possiamo fare. Un introcosmo che è più me di ciò che io posso trovare in uno specchio. Questa coscienza, che è il mio me stesso più segreto, che è ogni cosa eppure non è nulla di nulla, che cos’è? E da dove venne? E perché?»
Parlando di coscienza credo sia necessario, prima di tutto, fare alcune indispensabili considerazioni. Va precisato che ci vuole riferire qui alla coscienza nella sua accezione più generale di esperienza cosciente, a partire dal suo “grado zero” («qualcosa sta accadendo», «avverto piacere o dolore»), di vita interiore o di vissuto, al di fuori, pertanto, dei campi semantici della cura e della moralità, e delle relative coppie polari di diligenza/negligenza, responsabilità/disimpegno, etc. Ma chi pensasse di poter trovare nei manuali o nei dizionari una definizione di questo concetto, rimarrà inevitabilmente deluso: di lemma in lemma, si imbatterebbe infatti in una serie di rimandi e in un gioco di sinonimie che non farebbe giungere a nessuna vera definizione. Consultando, ad es., il Webster’s (Third New International Dictionary of the English Language), troveremo che consciousness, come coscienza nel senso di funzione psichica generale e sinonimo di mente, ci conduce a: awareness = comprensione, coscienza di q.c., prontezza, rendersi conto, esser desto,  esser pronto; mindfulness = consapevolezza, presenza mentale; alertness = attivazione, allarme; vigilance = vigilanza, e via continuando. Più  nettamente, il Lalande (Vocabulaire technique et critique de la Philosophie), rilevato che la coscienza è uno dei dati fondamentali dell’attività mentale, e, come tale, non è scomponibile in elementi più semplici, riporta le seguenti parole di Hamilton: «La coscienza non può essere definita: noi possiamo sapere perfettamente ciò che è la coscienza, ma non possiamo comunicare agli altri senza confusione una definizione di ciò che noi stessi afferriamo chiaramente. La ragione è semplice: la coscienza si trova alla radice di ogni conoscenza». Tuttavia, questa difficoltà di definizione non è scandalosa né testimonia una congenita debolezza della psicologia allorquando venga confrontata con altre discipline. Tutte, infatti, hanno dei presupposti, assunti come punti di partenza per la definizione di altri concetti o proprietà (detti, in quanto misurabili, “grandezze”) dei fenomeni che si studiano. Così la fisica assume ciò che è dato dall’esperienza immediata, relativamente a lunghezza, massa, tempo e carica elettrica, assumendo queste come “grandezze fondamentali”, impiegandole poi per definire le altre grandezze, che vengono dette appunto “grandezze derivate” (ad es., la velocità, rapporto tra lunghezza e tempo). Il fatto che le grandezze fondamentali non siano definite, ma vengano “prelevate” dall’esperienza cosciente (e quindi siano fondate su un dato psicologico!) non significa che non possano essere studiate e misurate, come la fisica ben insegna.
Non definibile, la coscienza — fondamento non solo della psicologia, ma dell’intera costruzione scientifica — potrà pertanto essere oggetto di indagini, oltre che da parte della psicologia, anche dalla psicopatologia, dalla neurologia, dell’antropologia, etc., interessate a comprenderne estensione, oscillazioni, qualità, correlati, etc. Dunque, la coscienza è la nostra stessa esperienza, quella senza la quale non ci sarebbe nessun mondo e nessuna domanda, e, come accade anche in altri casi, la domanda su di essa non è una domanda senza risposta, ma una domanda mal posta.

venerdì 12 novembre 2010

Sul tempo#3/Eliade e il perder tempo

«Raramente puoi vivere in maniera più sorprendente, più fertile, che nei momenti in cui perdi il tempo. In effetti, soltanto in tal caso puoi sentire veramente; negli altri casi ascolti solo per fare una replica o per completare un’informazione. […] Questa felice perdita di tempo è una completa apertura, un completo svuotamento» (in Oceanografie, cit. in I. P. Coulianu, Mircea Eliade, Assisi, Cittadella Ed., 1978).
Un tempo vuoto, ogni tanto, ha il valore di un fare il bucato per la mente (per usare un'espressione del mio Maestro Ichishima) e questo va bene, ma poi? E voi?

venerdì 15 gennaio 2010

Cosa viene prima?

L’interrogativo ha i suoi anni e in filosofia ha il nome pomposo di “cominciamento” (débout, beginning...), sul quale anche Hegel si era soffermato vedendone l’aspetto relativo: ciò che, per un verso, è inizio, può considerarsi risultato, da un altro. Poiché non ha risposta, il micidiale interrogativo si ripropone continuamente e compare in tante vesti, a delizia degli insonni: in teologia (prima la fede o la ragione?), nell’opera lirica (prima le parole o la musica?), in pedagogia (educare gli adulti o i bambini), in biologia (prima l’uovo o la gallina?)... Oggi, da questo furgone mi assale ancora: bufala o (via della) Bufalotta?

(foto RV)

domenica 19 luglio 2009

Gioco ermeneutico#2/Fedone


Il celebre dialogo platonico Fedone inizia con la richiesta che Echecrate, uno dei pitagorici di Fliunte, rivolge a Fedone di narrargli del giorno in cui Socrate bevve nel carcere il farmaco che lo condusse alla morte. Più volte, ci si sofferma sulla presenza di allievi e amici in quel giorno, quasi per autenticare il racconto (come nei sutra buddhisti in cui all’inizio si dichiara: “Così ho udito”). Fedone elenca pertanto alcuni dei presenti e aggiunge: “Platone, credo, era ammalato”. Dunque, Platone era assente e l’Autore del dialogo, cioè Platone stesso, introduce la parola “credo”, quasi per una lieve attenuazione dubitativa, ma non dà altre informazioni.

A questo punto, ci domandiamo: come possiamo interpretare l’assenza di uno dei discepoli più significativi dalla scena finale della vita e dell’insegnamento di Socrate? Se, come tutto lascia supporre, si trattava di una malattia “diplomatica”, perché questo espediente?

La morte di Socrate di Jacques-Louis David (1748-1825): la figura a sinistra, probabilmente Platone, comunque incluso dal pittore nella scena.

giovedì 16 luglio 2009

Sul rendere "commestibile"

“Qualunque sia la loro preparazione, i gamberi devono sempre essere ben lavati e privati del loro intestino, la cui estremità si trova al centro della coda: la si afferra con la punta di un piccolo coltello e la si estrae con delicatezza, perché non si spezzi. Questa operazione va compiuta solo nel momento in cui si stanno per cuocere i gamberi”, Auguste Escoffier (1846-1935), Il grande libro della cucina francese, tr. it., Roma, Newton & Compton Editori, 2001. Furio Jesi, studioso di mitologia e germanistica, è partito da questa raccomandazione del sommo cuoco francese per alcune considerazioni di grande capacità penetrativa e applicabili in vari contesti. Costruendo un’analogia tra analisi del mito e preparazione del gambero, egli scriveva: “Aver fame di miti: vuol dire prepararsi a mangiare i miti quando deporranno le loro corazze. Poiché altrimenti sono immangiabili. Si tratta di sgusciare dei gamberi, già bolliti al fuoco della cerca affinché assumessero cuocendo il colore rosso che è l’oggetto vero della nostra fame. Questo colore rosso è il colore di ciò che è morto e, morendo, assume il colore di ciò che è vivo, maturo, piacevolmente commestibile. Lo scopo della moderna scienza del mito o della mitologia, lo scopo dei mitologi moderni, è questo: avere sulla tavola qualcosa di molto appetitoso, che senza esitare si direbbe vivo, ma che è morto e che, quando era vivo, non possedeva un colore così gradevole. Il colore della vita non è una prerogativa molto frequente di ciò che è vivo. Ciò che è vivo non è sovente molto commestibile per noi e il colore della vita è ai nostri occhi il colore di quel che mangiamo con viva soddisfazione” (Materiali mitologici, Torino, Einaudi, 1979). Cosa devono “perdere” il sacro, il corpo, la coscienza... per divenire “commestibili”?

giovedì 9 ottobre 2008

rottura di simmetria

Le ricerche per le quali è stato assegnato il premio Nobel 2008 per la Fisica hanno una grande importanza non solo scientifica ma anche filosofica. Ecco alcuni passi di un articolo comparso su Le Monde del 9 ott. 2008: 

Pourquoi y a-t-il quelque chose plutôt que rien ? ", se demandait Leibnitz. Cette interrogation métaphysique, traduite en langage de physicien, peut se formuler ainsi : " Pourquoi vivons-nous dans un monde fait de matière plutôt que d'antimatière ? " C'est pour avoir contribué à éclairer cette question que l'Américain d'origine japonaise Yoichiro Nambu d'une part, les Japonais Makoto Kobayashi d'une part, les Japonais Makoto Kobayashi et Toshihide Maskawa d'autre part, ont été couronnés, mardi 7 octobre, par le prix Nobel 2008 de physique. Tous trois se sont penchés sur les mystères de la " symétrie brisée ", au coeur du fonctionnement le plus intime de l'Univers.

Nous sommes ici dans le royaume de la physique la plus théorique, à l'échelle des particules élémentaires constitutives de la matière. Des particules que l'on peut grossièrement assimiler à des points, et qui ne sont pourtant pas symétriques. Pas davantage que ne l'est le monde perceptible à nos sens où, par exemple, si nous regardons notre main gauche dans un miroir, nous découvrons une main droite. Un phénomène que les chercheurs appellent " brisure de symétrie ".

Dans le monde particulaire, les scientifiques distinguent trois types de symétrie. La symétrie de miroir - ou parité -, qui fait que l'image d'une particule réelle dans un miroir est aussi une particule réelle. La symétrie - ou conjugaison - de charge, qui associe deux particules identiques de charges électriques opposées, comme l'électron et le positon. Enfin, la symétrie - ou renversement - de temps, selon laquelle un processus physique observé en remontant le temps vers le passé est identique à un autre processus observé normalement. Les physiciens le savent aujourd'hui, la nature est asymétrique. Pasteur l'avait déjà énoncé, qui déclarait, au vu de la différenciation de deux molécules miroir sous l'effet de la fermentation : " L'asymétrie, c'est la vie. "

C'est si vrai que dans un monde parfaitement symétrique... nous n'existerions pas. Remontons aux tout premiers instants de l'Univers, quelques fractions de seconde après le Big Bang, voilà 13,7 milliards d'années. S'il s'était formé exactement autant de matière que d'antimatière, ces particules et antiparticules auraient dû s'annihiler dans une gerbe d'énergie, et il y aurait aujourd'hui rien plutôt que quelque chose. Pas de galaxies, d'étoiles, de planètes, de vie.

Or, en 1964, deux Américains, James Cronin et Val Fitch (prix Nobel 1980), ont mis en évidence, en faisant se désintégrer des particules issues d'un accélérateur, une " violation " des lois de la symétrie. Matière et antimatière ne se comportent pas tout à fait de la même manière. Les théoriciens pensent à présent qu'un infinitésimal surplus de la première - une particule supplémentaire sur 10 milliards - aurait suffi, au sein de la soupe primordiale du cosmos, à assurer la victoire de la matière sur l'antimatière.