lunedì 30 aprile 2012

Enantiodromia biografica (per S. Jobs) e rappresenazione sociale del buddhismo

Dopo l’esaltazione, come spesso accade, la denigrazione. Ci ha pensato Evgeny Morozov con il pamphlet Contro Steve Jobs. Fin qui ordinaria amministrazione, ma mi soffermo sulle contraddizioni che questo tal Morozov pretende rilevare in S. J., ad esempio quando gli rivolge il rimprovero postumo per l’impegno nel ridurre i tempi di avvio dei computer (“Se sei un buddhista che fretta hai?”) o per la cura dei prodotti (da parte di chi avrebbe dovuto “predicare il distacco dagli oggetti materiali”). Queste osservazioni sono, infatti, interessanti per chi (sarebbe ora!) volesse dedicarsi allo studio delle rappresentazioni sociali del buddhismo in Occidente. Evidentemente Morozov non ha mai sentito parlare di coincidenza di Nirvana e samsara, non ha mai cercato di capire quanto sia importante non sprecare il tempo in un mondo impermanente, non ha mai incontrato nessun esempio di eleganza, cura e rispetto degli oggetti così fondamentali nell’estetica del Vuoto… Poiché Morozov non è il solo a pensare queste sciocchezze, cerchiamo di non stancarci nell’impegno perché si realizzi una conoscenza più adeguata del pensiero dell’Illuminato.

martedì 24 aprile 2012

Glimpses of Unfamiliar Japan#2/Jindaiji, Tendai e... soba

A Chofu, agglomerato della banlieu di Tokyo (circa 20 min dalla stazione di Shinjuku, linea Keio) si trova il tempio Tendai Jindaiji, uno dei più antichi dell’area di Tokyo: fondato nel 733 dal prete Manku, deve il suo nome alla divinità Jinjia-Daido.


Il tempio ospita una preziosa statua bronzea di Buddha del secolo VIII


All’inizio di marzo ha luogo la fiera delle bambole Daruma (immagini di Bodhidharma) in cartapesta, di varie dimensioni, che, com’è noto, si acquistano senza pupille già disegnate: quella di sn viene dipinta formulando il proposito di raggiungere un obiettivo, raggiunto il quale si può dipingere la pupilla dx; a quel punto, si può portare la bambola al tempio per ringraziamento, dove sarà bruciata in un sacro falò.


Nel tempio Jindaij si possono avere (peculiarità!) anche Daruma con caratteri tibetani sulle pupille e, a pagamento, anche una iscrizione personalizzata in caratteri dorati sulla bambola acquistata.


Il villaggio è famoso per i numerosi ristoranti in cui vengono peparati gli spaghetti di grano saraceno (soba), preparati con l’acqua pura delle sorgenti locali e offerti in tante diverse presentazioni. Vedi il filmato all'indirizzo web

venerdì 20 aprile 2012

Cariatidi e dintorni#37/Caminetto dell'Hotel de Wendel, XIX sec., Parigi




Caminetto dell'Hotel de Wendel, XIX sec., Parigi

sabato 7 aprile 2012

Vivere di sacro?

In margine alla mostra Tiziano e il paesaggio moderno.


«La consapevolezza di un mondo reale e significativo è intimamente connessa alla esperienza del sacro ed attraverso tale esperienza lo spirito umano ha afferrato la differenza tra ciò che si rivela reale, potente, significativo e ciò che non lo è, vale a dire il caotico e pericoloso flusso di cose, le loro fortuite apparizioni e sparizioni prive di significato. […] Il  “sacro” è un elemento strutturale della coscienza, e non uno stadio della sua storia. Un mondo pieno di significato — e l’uomo non può vivere nel caos — è il risultato di un processo dialettico che può essere definito come la manifestazione del sacro. La vita umana si carica di significato attraverso l’imitazione di modelli paradigmatici rivelati da esseri soprannaturali […] Ai più arcaici livelli di cultura, il vivere come essere umano è un fatto religioso in sé stesso, perché il nutrirsi, la vita sessuale e il lavorare [educazione] hanno un valore sacramentale». Così Eliade (in La nostalgia delle origini, p. 7 s.). Prima ancora che “salvezza” dal dolore e dalla morte le religioni si mostrano donatrici di senso, ovvero sono apparse capaci di offrire una forma più sottile e profonda di salvezza, perché «la mancanza di significato impedisce la pienezza della vita ed è pertanto equivalente alla malattia. Il significato rende molte cose sopportabili, forse tutto» (Jung).
Le religioni hanno dato alle diverse comunità umane delle descrizioni, sostanzialmente in forma di racconti (miti), di quel “mondo reale e significativo” (“totalmente altro” di fronte al mondo fenomenico finito) e, soprattutto, offerto dei mezzi (percorsi, vie di accesso, stili di vita, pratiche) per mettersi in rapporto con quel mondo altro e vivere “altrimenti”. Essere in rapporto significherà, individuare la giusta misura non solo  di prossimità, ma anche di distanza (di spazio, tempo, condotta), perché «in tutta la storia religiosa dell’umanità», scrive ancora Eliade, «persiste, come una maledizione, questa discontinuità della sperimentazione del sacro. Nessun uomo può rimanere ininterrottamente nella sacralità. Perfino il sacerdote si crea una condizione spirituale del tutto particolare, quando compie un rituale o un mistero — e poi ritorna al suo stato di tutti i giorni, profano. Il “sacro”, essendo totalmente diverso dal profano, non può essere sopportato dall’uomo in continuità. In alcuni testi indiani si dice che il brahmano che “non discende per tempo dallo stato sovrumano che gli crea il sacrificio”, è ucciso sul posto — è ucciso proprio dalla forza sacra che la sua povera natura creata, limitata non può sopportare» (Il mito della reintegrazione, p. 88). Possiamo, quindi, leggere una serie di “divieti”, imposti dalle religioni, come indicazioni protettive da un “eccesso” di (contatto col) sacro che non risulta compatibile coi limiti della condizione umana immersa nel finito.
Vari sono gli esempi che sottolineano la temerarietà o hýbris presente nell’entrare nella particolare sfera di energia del sacro venendo meno alle norme di prudente separazione, temerarietà pesantemente punita anche quando c’è error e non scelus, essendo la trasgressione commessa inconsapevolemnte. Nella Torah (II Sam 6, 6-8) si racconta di Uzzà che stese la mano verso l’arca e vi si appoggiò perché i buoi la facevano piegare e di come l’ira del Signore si accese contro Uzzà: «Elohîm lo percosse per la trasgressione. Egli morì sul posto, presso l’arca di Elohîm». Davide si rattristò per il fatto che il Signore si era scagliato con tale impeto contro Uzzà. Un altro episodio riguarda i figli di Aronne (Lev 10, 1-2) che «offrirono davanti al Signore un fuoco illegittimo, che il Signore non aveva loro ordinato. Ma il fuoco si staccò dal Signore e li divorò e morirono così davanti al Signore».
Il Levitico (cap. 18) dà una serie dettagliata di proibizioni sessuali legate a visione e contatto, come le seguenti: «Non recherai oltraggio a tuo padre avendo rapporti con tua madre: è tua madre; non scoprirai la sua nudità. Non scoprirai la nudità della tua matrigna; è la nudità di tuo padre. Non scoprirai la nudità di tua sorella, figlia di tuo padre o figlia di tua madre, sia nata in casa o fuori. Non scoprirai la nudità della figlia di tuo figlio o della figlia di tua figlia, perché è la tua propria nudità. Non scoprirai la nudità della figlia della tua matrigna, generata nella tua casa: è tua sorella. Non scoprirai la nudità della sorella di tuo padre; è carne di tuo padre. Non scoprirai la nudità della sorella di tua madre, perché è carne di tua madre. Non scoprirai la nudità del fratello di tuo padre, cioè non ti accosterai alla sua moglie: è tua zia. Non scoprirai la nudità di tua nuora: è la moglie di tuo figlio; non scoprirai la sua nudità. Non scoprirai la nudità di tua cognata: è la nudità di tuo fratello.
 Non scoprirai la nudità di una donna e di sua figlia; né prenderai la figlia di suo figlio, né la figlia di sua figlia per scoprirne la nudità: sono parenti carnali: è un'infamia».
Si tratta di divieti legati alle relazioni di parentela e alle origini, e quindi al “pericolo” (e, quindi, al tabù) dell’incesto. Nel nostro sapere c’è infatti un punto cieco, un non-sapere, relativo all’origine, connesso al mistero della congiunzione, momento sacro di non-dualità, coniunxio oppositorum dei sessi dotata del potere magico di “estrarre” una nuova vita dall’abisso della latenza prenatale, un mistero che non può essere rivelato e potrebbe essere conosciuto ripercorrendolo incestuosamente. Nella proibizione dell’incesto troviamo sommate regole di convivenza sociale e divieti di contatto col sacro, e riandando al mito e alla tragedia (drammatizzazione del mito) di Edipo siamo di fronte a una tragedia che offre molte possibilità interpretative del divieto. Edipo, infatti, è accecato dalla rivelazione della natura della sua relazioni con Giocasta; con la “nudità” di sua madre ha visto ciò che non si doveva vedere; nella consapevolezza dell’incesto compiuto, scopre di aver vissuto la coincidentia oppositorum, il sacro nel sesso che non gli consente più una vita ordinaria.  Il sole, il sesso, la morte, il sacro non possono essere visti “a occhio nudo” se non vogliamo rimanerne accecati, come è accaduto a Edipo che, superato il limite del sapere e “visto il Tutto”, non avrebbe avuto niente altro da vedere, perché quel che avrebbe potuto ancora vedere sarebbe stata ormai una falsa visione di meri simulacri: continuare a vivere nel determinato non poteva significare per lui che percorrere un cammino di espiazione (quello che troviamo, infatti, nell'Edipo a Colono che rappresenta il suo divenire, per questo, un personaggio speciale, capace di portare beneficio e santificazione).
Altro caso di hýbris da visione che il mondo classico ci presenta è quello di Atteone (v. Callimaco, Ovidio, Nonno di Panopoli), punito con la trasformazione in cervo per aver visto Artemide nuda, dea che non gli era consentito vedere.

Dumque ibi perluitur solita Titania lympha,
ecce nepos Cadmi dilata parte laborum
per nemus ignotum non certis passibus errans
pervenit in lucum: sic illum fata ferebant.
Qui simul intravit rorantia fontibus antra,
sicut erant nudae, viso sua pectora nymphae
percussere viro, suitisque ululatibus omne
implevere nemus circumfusaeque Dianam 
corporibus texere suis; tamen altior illis
ipsa dea est collooque tenus supereminet omnes.
Qui color infectis adversi solis ab ictu
nubibus esse solet aut purpureae Aurorae,
is fuit in vultu visae sine veste Dianae.

[Mentre là dentro ne vanno come sempre irrorando la figlia del Titano, ecco giungere al bosco il nipote di Cadmo, che ha smesso ogni traffico e ha errato con passi malcerti per forre a lui sconosciute, seguendo la guida del fato. Non s’era ancora affacciato alla grotta stillante di spruzzi che, nude com’erano, le ninfe alla vista di un uomo si batterono il petto e riempirono il bosco di grida stringendosi intorno a Diana e cercando di colpirla col corpo; ma più alta di loro è la dea, di una testa le supera tutte. L’identica tinta che sempre colora le nuvole colpite dai raggi del sole o l’aurora di porpora comparve sul volto di Diana, vista così senza vesti (tr. it. di Ludovica Koch)].

Nipote del titano Coeo, quindi possiamo dire dotata di un doppio potere divino, arcaico e recente, mostra un rossore espressione più di ira che di virginale modestia e infligge una tremenda punizione ad Anteo, benché (come per Edipo) la sua condotta sia priva di scelus (essendo guidato dal fato: sic illum fata ferebant).
Le religioni hanno, dunque, stabilito confini per difenderci dall’eccesso di sacro, ma la modernità considera ormai arcaismi i divieti biblici, la psicoanalisi ha visto in Edipo “il nostro eroe” (nelle fantasie edipiche egli è quello che ciascuno avrebbe voluto essere) e nella tela di Tiziano (Mostra Tiziano e il paesaggio moderno, Milano: 16/02/2012-20/05/2012) sembra potersi leggere più che la punizione di chi ha osato spiare ciò che deve restare occulto la felice condizione di chi, almeno per un istante senza tempo, ha potuto godere, costi quel che costi, la contemplazione della divina bellezza. Come dirà Baudelaire: «Che importa l’eternità della dannazione a chi ha trovato in un istante l’infinito della gioia?»