martedì 26 ottobre 2010

Ascolto e Via di mezzo

«Lo spazio domestico, quello della casa, dell’appartamento (equivalente in fondo al territorio animale) è uno spazio di rumori familiari, riconosciuti, che nel complesso formano una sorta di sinfonia domestica: sbattere differenziato di porte, voci, rumori di cucina, di tubature, echi dall’esterno: Kafka ha descritto con esattezza questa sinfonia familiare in una pagina dei Diari (5 novembre 1911): “Sto seduto in camera mia, nel quartiere generale del rumore di tutto l’appartamento: odo sbattere tutte le porte…”; e si sa l’angoscia del bambino ricoverato in ospedale che non sente più i rumori familiari del rifugio materno»: così R. Barthes scrive dell’Ascolto (in L’ovvio e l’ottuso, tr. it., Torino, Einaudi, 1985), mostrando come, attraverso la quotidianità di questo linguaggio, la “sinfonia domestica” ci introduca e ci leghi al mondo fenomenico, ordinario, orizzontale. Ma noi possiamo, e desideriamo, ascoltare altre voci, che ci portino in un territorio, diverso, altro, “totalmente altro”, in un mondo assoluto, straordinario, verticale, per i quali si richiede la capacità di «un ascolto panico, nel senso greco, dionisiaco».
Si fa obbligatorio, a questo punto, tornare al mitico canto delle Sirene e alle conseguenze del suo ascolto. Non è su queste mitologiche figure che desidero qui soffermarmi (e per questo rinvio all’ampio volume di M. Bettini e L. Spina, Il mito delle Sirene, Torino, Einaudi, 2007 e alla ricca voce in Wikipedia, l’enciclopedia libera), ma sul significato di quel canto e sulle conseguenze del suo ascolto come metafore del percorso e delle realizzazioni spirituali.
Cosa poteva avere di tanto speciale quel canto? Doveva essere, al primo contatto, semplice, comprensibile, quotidiano, come è, ad es., il corpo dell’altro, semplice e quotidiano, ma anche “perturbante”, quando ci viene incontro nella sua assoluta immediatezza: «C’era qualcosa di meraviglioso in quel canto reale, comune, segreto», scrive M. Blanchot (cit. da Barthes), «canto semplice e quotidiano, che tutto a un tratto si dava da riconoscere […] canto dell’abisso: che, inteso una volta, apriva in ogni parola un abisso e invitava con forza a sparirvi dentro». Quel canto non poteva essere ascoltato impunemente, perché era un in-canto, «un suono di miele», dice Omero. Promettevano le figlie di Acheloo: «Nessuno è mai passato di qui con la nera nave senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele, ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose. Perché conosciamo le pene che nella Troade vasta soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dei; conosciamo quello che accade sulla terra ferace». Sapere più cose, forse un sapere assoluto, un sapere che ha un alto prezzo per chi cede a questa tentazione: l’allontanamento dalla vita terrena, l’estraniazione, la mortificazione e la morte stessa: «a colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce
 delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini
gli sono vicini, felici che a casa è tornato,
 ma le Sirene lo incantano con limpido canto,
adagiate sul prato». Commenta A. Tarabocchia Canavero (cfr. Wikipedia): «Sembra al di fuori delle loro intenzioni trattenere per sempre gli uomini che hanno accettato il loro invito: mentono o, incoerenza del mito che le vuole onniscienti, non sanno che il desiderio di “sapere più cose” ha portato tutti coloro che si sono fermati presso di loro per soddisfarlo a dimenticare gli affetti familiari, a trascurare tutto ciò che ha a che fare con la vita, fino a lasciarsi morire: sembrano non rendersi conto che, dal mare, si possono vedere tra i fiori, le loro ossa e loro membra imputridite... La bella voce è solo l'involucro della vera tentazione delle Sirene omeriche: “sapere più cose”. È la tentazione “originaria” dell’onniscienza. Cedere a questa tentazione, assecondare, in modo assoluto, questo desiderio porta a rompere i legami famigliari, a perdere la dimensione sociale e civile, a morire. Per questo Omero le condanna. Per questo l’eroe deve fuggirle, non deve interrompere il suo nóstos [ritorno]».
Per ri­manere nella metafora, se il canto delle Sirene possiamo ritrovarlo nelle promesse totalitarie delle “rivelazioni” religiose o nelle seduzioni delle ideologie, non dobbiamo dimenticare che le Sirene possiedono un’arma che può essere an­cora più temibile del canto: il loro silenzio. Ci porta a que­sta riflessione un racconto di Kafka (Il silenzio delle sirene, in Racconti, tr. it., Milano, Mondadori, 1990), che presenta un Ulisse il quale si riempie le orecchie di cera e si fa incatenare all’albero maestro, ma è, possiamo dire, beffato dalle Sirene, che alla sua vista non cantano. Ulisse «aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene e, con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nes­sun mortale può resistere al sentimento di averle scon­fitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne de­riva. Di­fatti all’arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non canta­rono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che spirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che a cera e catene. Egli invece, diremo così, non udì il loro silenzio, cre­dette che cantassero e immaginò che lui solo fosse pre­servato dal­l’udirle. Di sfuggita le vide girare il collo, respirare pro­fon­da­men­te, notò i loro occhi pieni di lacrime, le labbra socchiuse, e reputò che tutto questo facesse parte delle me­lodie che, non udite, si perdevano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò sol­tanto il suo sguardo fisso alla lontananza, le sirene scom­parvero, per così dire, di fronte alla sua risolutezza, e pro­prio quando era loro più vicino, egli non sapeva nulla di loro».
Il silenzio delle Sirene fa pensare all’altra modalità con la quale le “rivelazioni” spesso si presentano, “esprimendo” l’abisso della Totalità nel suicidio della parola in un silenzio “mistico”: se le parole sono sempre inadeguate, tanto vale rimenere in silenzio e cercare “dentro” quel che è impossibile trovare “fuori”!
Rumori della sinfonia domestica, come Verità del mondo fenomenico che ci trascinano nella banalità quotidiana, da un lato; “rivelazioni” della Totalità che ci trascinano via dal mondo pretendendo di collocarci in una realtà “altra”, Pleroma o Vacuità, dall’altro.
Ma insoddisfatti, invaghiti come siamo della Via di mezzo, ci domandiamo: c’è un altro modo di realizzare un “ascolto riuscito”, direbbe Barthes, affermando la Verità dell’“altrimenti” invece di quella dell’irraggiungibile “Altro”? Una risposta, a ben raccoglierla, ci è viene incontro, ancora, dal racconto mitico. Bisogna risalire all’impresa degli Argonauti, precedente i viaggi di Ulisse, e al racconto che di esse fa, nelle Argonautiche, il poeta Apollonio Rodio. Va ricordato che dei componenti della spedizione degli Argonauti faceva parte anche Orfeo, il cantore tracio, figlio di una delle Muse. Quando, al passaggio della loro nave, le Sirene si apprestavano a compiere il consueto gioco di seduzione, egli ingaggiò con loro una gara che mise in salvo i compagni, in modo ben più significativo di quanto avrebbe successivamente fatto Ulisse coi suoi “mezzucci”. «Anche per loro, senza esitare mandavano l’incantevole voce e quelli già stavano per gettare a terra gli ormeggi, se il figlio di Eagro, il tracio Orfeo, non avesse teso con le sue mani le corde della cetra di Bistonia e intonato un canto vivace, con rapido ritmo, in modo che le loro orecchie rimbombassero di quel suono: così la cetra ebbe la meglio sulla voce delle vergini. Zefiro e l’onda risonante che spingeva da poppa portavano avanti la nave e il loro canto si fece un suono indistinto». La gara, come osservano M. Bettini e L. Spina, contiene numerosi elementi simbolici: è «gara di canto, di melodia, di ritmo, di vocalità, oltre che sfida mortale; gara di statuti artistici, forse; gara tra un uomo di origini in parte divina e creature ibride, […] incancrenite nel male, come risposta a una felicità sottratta loro da una dea vendicativa». Ma c’è di più: nelle Argonautiche orfiche Orfeo, parlando in prima persona, ci dice: «Cantavo, innalzando la voce con tono acuto, un inno di prodigi, come una volta entrarono in conflitto per dei cavalli dai piedi veloci come il turbine, Zeus alto-tuonante e il marino Scuotitor della terra, e poi il dio-scura–capigliatura adirato col padre Zeus colpì la terra licaonia col suo tridente d’oro e con violenza la frantumò in pezzi nelle acue senza fine per farne delle isole marine; e così le chiamarono Sardegna, Eubea e ancora Cipro ventosa. E dunque, mentre io cantavo con la cetra, le Sirene, dalla cima dello scoglio, rimasero attonite, poi misero fine al loro canto. […] Gemevano in maniera disperata, perché giungeva il giorno fatale della morte» (in M. Bettini e L. Spina, op. cit.). Se dei contenuti del canto delle Sirene non sappiamo nulla, il canto di Orfeo è affascinante proprio nei suoi contenuti, racconta di lotte tra divinità e di fenomeni naturali, non è un canto vuoto, privilegia la parola, le storie e gli eventi. La fine delle Sirene possiamo, a questo punto, leggerla come la fine della capacità di seduzione delle rivelazioni e delle ideologie della Totalità, lo svelamento degli elementi di menzogna presenti in esse e dei disonesti tentativi, totalitari, di presentare la parte come Tutto. L’Assoluto che offre Orfeo è, invece, la Totalità non-totalitaria dell’Assoluto della forma, della parola e del canto, è il cielo e la terra, la bellezza della verità e la verità della bellezza, la perfezione realizzata nella compiutezza del canto o del gesto: non è proprio questo l’insegnamento della Via di mezzo proposto dall’Orfeo indiano che è stato chiamato Buddha, l’Illuminato e l’Onorato dal mondo? E non sono la Bibbia, il Sutra del Loto, la Bhagavad-Gita delle grandi opere di Poesia?

venerdì 22 ottobre 2010

Schermaglie#17/Toro, Moloch, Il Sole

Sokurov ha dedicato tre film al potere (Toro, Moloch, Il Sole), più precisamente a tre figure che hanno incarnato il potere assoluto nel XX secolo, Lenin, Hitler, Hiroito, per demitizzarli, mostrarne la personale fragilità e, quindi, l’assurdità del sostegno dato loro come capi carismatici. Non si tratta, evidentemente, di analisi storico-politiche, fin troppo facile da rigettare per semplicismo, parzialità, ingenuità (Hiroito è una specie di traballante marionetta, Hitler un paranoico perverso, Lenin un povero ammalato). Viceversa, guardando questi ritratti da un punto di vista psico-spirituale viene da fare, soprattutto considerando Lenin, il meno maltrattato dei tre, una serie di considerazioni sul tipo di gestione della vita personale di individui che sono, come si diceva tra hegheliani, “individui cosmici universali”. Tranne Hiroito (un’occasione mancata per Sokurov) si tratta di uomini nuovi, non appartenenti a levigate aristocrazie e quindi con loro invincibili ingenuità e grossolanità, a stento controllate, che riemergono tutte di fronte alle difficoltà e alla infelice conclusione delle loro vicende. Lenin, paralizzato, incapace di esprimersi e di agire, affidato a donne di famiglia e militari è ormai privo di ogni dignità, si confronta da perdente con un cinico Stalin che va a visitarlo, chiede del veleno, alterna spezzoni di farneticazioni politiche ad attacchi di rabbia furiosa e a regressioni da misero ammalato, sembra farsi luce in lui la coscienza del fallimento. Se le situazioni si degradano e gli stimoli superano una certa soglia, suggerisce l’Autore, la dignità di cui il personaggio aveva cercato di rivestirsi (anche con l’inganno) quando era in auge si frantuma e lascia emergere tutta la miseria dell’uomo “denudato”. Questo vale anche per tutti noi e riguarda il tema del confronto con la malattia e la morte. Forse solo il grande Luigi poteva dire: Les rois ne sont pas malades, ils meurent.

sabato 16 ottobre 2010

Altro luogo

Ecco un altro luogo di riflessione, ora disponibile


venerdì 15 ottobre 2010

Feste romane: (15 ottobre) l'October equus

Se la festa, come fenomeno religioso, ha come carattere fondamentale quello del suo essere separata dal tempo comune (quello delle ordinarie attività dominate dall’impermanenza per cui tutto si forma e si consuma, separata al pari di altre realtà attinenti alla sfera del sacro, come quelle di luoghi, oggetti, etc.) che consente, quindi, di collocarsi nella sfera “altra” della stabilità non-umana, i calendari sono gli strumenti che assicurano la sistematizzazione delle feste periodiche: strumenti, dunque, di computo del tempo ma soprattutto, e originariamente, atti a disporre le feste, legate a periodicità cosmiche e naturali, in un sistema cronologico.
Nel calendario della Roma antica il 15 ottobre riportava la festa dell’October equus, un rituale complesso che univa elementi militari, agricoli e funerari. In quella data, al Campo di Marte aveva luogo una corsa di bighe al termine della quale il cavallo destro della biga vincente veniva ucciso con un giavellotto dal Flamen Martialis,  presso l’altare di Marte. Il sacrificio aveva il significato di chiusura dell’anno militare e di conservazione delle forze vittoriose, rappresentate dall’animale vincitore. Prima di essere immolato il cavallo veniva ornato con una collana di pagnotte, allo scopo di assicurare il buon esito del raccolto. Una volta ucciso, al cavallo veniva tagliata la coda che era trasportanta di corsa dal Campo Marzio alla Regia, in modo che il sangue potesse cadere nel focolare, mentre la testa, tagliata anch’essa, veniva contesa tra gli abitanti di due quartieri: i Sacravienses (gli abitanti della Sacra via, Palatino) e i Suburenses (della Suburra, Quirinale). Al fine di assicurare prosperità e allontanamento di malattie e malefici, in caso di vittoria dei primi la testa veniva fissata al muro della Regia, nel caso di vittoria dei secondi era appesa alla Torre Mamilia. Il sangue della vittima, conservato dalle Vestali, veniva mescolato con le ceneri del feto estratto dalla vacca sacrificata in occasione di un’altra festa (Fordicidia, da forda = vacca gravida, 17 aprile) e bucce di fave (legate al mondo degli inferi, come riscatto dei vivi), a farne una mistura magica di purificazione e rinvigorimento (suffimen), gettata sul fuoco acceso sul Palatino, con successivo impiego delle ceneri residue per fumigazione purificatrice dei pastori e delle greggi o spargimento sui campi, il 21 aprile, giorno dei Parilia o Palilia (da Pales, dea della pastorizia, a sua volta da parere = partorire), festa dei pastori e anniversario della fondazione di Roma. Il suffimen svolgeva così la funzione di mettere in connessione tre feste e le divinità della guerra (Mars), dell’agricoltura (Tellus), della pastorizia (Pales) e degli inferi, mostrando un conglomerato di elementi di epoche diverse, finalizzato ad assicurare la prosperità delle campagne e la salute di uomini e animali mediante la protezione di un dio guerriero.
J. G. Frazer nel suo famoso studio della magia e della religione, Il ramo d’oro (tr. it. Torino, Einaudi, 1950), afferma che «l’uso di ornare la testa con una collana di pani e lo scopo del sacrificio, procurare un buon raccolto, indicherebbero che il cavallo ucciso era uno di quei rappresentanti dello spirito del grano […]. L’uso di tagliare la
coda corrisponde a quello africano di tagliare le code dei buoi e sacrificarle per avere un buon raccolto. Tanto a Roma che in Africa l’aimale, a quanto pare, rappresentava lo spirito del grano e il suo potere fecondatore si credeva che risiedesse specialmente nella coda».
Il grande filologo comparativista G. Dumézil, noto soprattutto per i suoi studi della sovranità nella religione e nella società proto-indo-europee, ha interpretando questa festa romana alla luce delle fonti vediche (v. Fêtes romaines d’été et d’automne, Paris, Gallimard, 1975). Il sacrificio del cavallo (skr. aśvamedha) nel mondo vedico era il re dei riti e il rito dei re, essendo il sacrificio regale offerto da un re vittorioso. Un cavallo era, da un raja che esercitava la sovranità, lasciato libero di spostarsi a suo piacimento; quando attraversava le terre di un altro raja, questo poteva o impadronirsi del cavallo, dando segno di rifiutare la sovranità e scatenare una guerra o, viveversa, lasciarlo passare senza intervenire, manifestando così la propria condizione di vassallo. Il cavallo veniva poi sacrificato dal raja in un solenne rito finalizzato ad affermare la sua sovranità sulle province vicine e ad assicurare la prosperità del regno (sul sacrificio vedico v. http://en.wikipedia.org/wiki/Ashvamedha). «Possiamo vedere in questo sacrificio l’elaborazione finale, minuziosamente dettagliata, di un lungo processo nel quale elementi prevedici, riti della fertilità, riferimenti cosmogonici, motivi sociali, fattori politici e interssi sacerdotali svolgono tutti un ruolo, dando vita a un rituale altamente elaborato e senza dubbio d’effetto» (R. Panikkar, I Veda, tr. it. Milano, BUR, 2001). Il Rg-Veda dedica due inni (I,162 e 163) all’aśvamedha, omologando il cavallo al sole e al cavallo primordiale cosmico che rappresenta l’universo. «Il contributo vedico a questo riguardo è quello di sottolineare il carattere cosmico e universale del cavallo [… che] occupa una posizione così centrale proprio perché assume in sé stesso l’intero universo e deve svolgere un ruolo vicario» (ivi).
Dumezil, con il suo studio, ha sottolineato il passato indo-europeo del popolo romano, invitandoci così a riflettere sui misteriosi e arcaici legami tra mitologie e riti presenti in contesti diversi delle nostre remote radici.

giovedì 14 ottobre 2010

Mitici#3/Macarons

Pasticceria Ladurée, rinomata per i "macarons"
rue Bonaparte, Parigi (foto RV) 

venerdì 8 ottobre 2010

Plaisanteries, dalla rete#3/Schubert, Sinfonia Incompiuta


CORPORATE MENTALITY AT THE SYMPHONY

A corporation president was given a ticket for a performance of Schubert's Unfinished Symphony.  Since she was unable to go, she passed the ticket on to her first lieutenant.  The next morning the president asked him how he enjoyed it, and instead of receiving a few pleasant observations of the performance, she was handed a memorandum which read as follows:

1.  For a considerable time, the oboe players had nothing to do.  Their number should be reduced and their work spread over the whole orchestra, thus avoiding peaks of inactivity.

2.  All twelve violins were playing identical notes. This seems unnecessary duplication, and the staff of this section should be drastically cut.  If a large volume of sound is really required, this could be obtained through the use of amplification.

3.  Much effort was involved in playing the sixteenth notes.  This seems an excessive refinement, and it is recommended that all notes should be rounded up to the nearest eight note.  If this were done, it would be possible to use paraprofessionals instead of experienced musicians.

4.  No useful purpose is served by repeating with horns the passage that has already been handled by the strings.  If all such redundant passages were eliminated, the concert could be reduced from two hours to twenty minutes.

5.  This symphony had two movements. If Schubert didn't achieve his musical goals by the end of the first movement, then he should have stopped there.  The second movement is unnecessary and should be cut.  In light of the above, one can only conclude that had Schubert given attention to these matters, he probably would have had time to finish the symphony.

domenica 3 ottobre 2010

Per una meditazione sulla bellezza


Mentre si rivestiva/com’era fragile/com’era affascinante
(haiku di Matsuo Basho, 1644-94)