lunedì 21 dicembre 2009

Solstizio d'inverno

Oggi, solstizio d'inverno. Fermiamoci un istante sul carattere cinese/giapponese col quale è scritta la parola inverno (cin. Tung; giap. Tō/fuyu)


a significare la fine ghiacciata dell'anno (derivante dai caratteri di fermare una matassa > fine, fine dell'azione del sole > ghiaccio, fine ghiacciata dell'anno)

Elogio della musica

Con l’augurio di un Natale e di un 2010 pieni di (maggiore) armonia, vi invio l’elogio della musica scritto da Pindaro e quello scritto da Shakespeare.

Cetra d’oro, tra Febo e le Muse dai riccioli viola tesoro indiviso, che induci i passi alla danza, principio di festa, e i cantori secondano i segni quando propaghi percossa gli accordi dei preludî ai cori seguaci; e spegni dal fuoco perenne la folgore astata: dorme sullo scettro di Giove l’aquila, sui fianchi abbandonate le ali veloci, sovrana degli uccelli, cui il capo grifagno avvolgevi d’una nuvola buia che serra le palpebre soave; e arca il madido dorso nel torpore, vinta dalle tue onde. E Ares il violento, lasciata l’aspra cuspide delle aste, di letargo rasserena il cuore; penetrano i tuoi dardi l’animo anche dei dèmoni, per arte del Letoide e [del]le Muse dal seno profondo. Ma quanti Giove non ama sgomentano udendo la voce delle Pieridi, sulla terra e sul mare indomabile e anche nel Tartaro orrendo il nemico dei numi, Tifone dai cento capi... (Pindaro, I Pitica; tr. di Leone Traverso)

L’uomo che non ha musica nel cuore ed è insensibile ai melodiosi accordi è adatto a tradimenti, inganni e rapine; i moti del suo animo sono spenti come la notte, e i suoi appetiti sono tenebrosi come l’Erebo: non fidarti di lui. Ascolta la musica (W. Shakespeare, Il mercante di Venezia, V, 83-88; tr. di Sergio Perosa)

sabato 19 dicembre 2009

Obama Nobel

I nostri media ritengo non abbiano dato il giusto rilievo all’importante discorso A Just and Lasting Peace pronunciato dal presidente Obama in occasione del conferimento del Premio Nobel. Riporto qui una parte del testo in inglese (dal sito nobelprize.org) e, per chi desiderasse una versione italiana, non risultandomi una traduzione ufficiale, i passi corrispondenti secondo una traduzione presente nel web (squeezermag). Anche questo un segno che mi fa ritenere che il discorso non sia stato di alto gradimento per molto del nostrano soi-disant pacifismo...

«We must begin by acknowledging the hard truth that we will not eradicate violent conflict in our lifetimes. There will be times when nations – acting individually or in concert – will find the use of force not only necessary but morally justified.

I make this statement mindful of what Martin Luther King said in this same ceremony years ago – "Violence never brings permanent peace. It solves no social problem: it merely creates new and more complicated ones." As someone who stands here as a direct consequence of Dr. King's life's work, I am living testimony to the moral force of non-violence. I know there is nothing weak –nothing passive – nothing naïve – in the creed and lives of Gandhi and King.

But as a head of state sworn to protect and defend my nation, I cannot be guided by their examples alone. I face the world as it is, and cannot stand idle in the face of threats to the American people. For make no mistake: evil does exist in the world. A non-violent movement could not have halted Hitler's armies. Negotiations cannot convince al Qaeda's leaders to lay down their arms. To say that force is sometimes necessary is not a call to cynicism – it is a recognition of history; the imperfections of man and the limits of reason.

I raise this point because in many countries there is a deep ambivalence about military action today, no matter the cause. At times, this is joined by a reflexive suspicion of America, the world's sole military superpower.

Yet the world must remember that it was not simply international institutions – not just treaties and declarations – that brought stability to a post-World War II world. Whatever mistakes we have made, the plain fact is this: the United States of America has helped underwrite global security for more than six decades with the blood of our citizens and the strength of our arms. The service and sacrifice of our men and women in uniform has promoted peace and prosperity from Germany to Korea, and enabled democracy to take hold in places like the Balkans. We have borne this burden not because we seek to impose our will. We have done so out of enlightened self-interest – because we seek a better future for our children and grandchildren, and we believe that their lives will be better if other peoples’ children and grandchildren can live in freedom and prosperity.

So yes, the instruments of war do have a role to play in preserving the peace. And yet this truth must coexist with another – that no matter how justified, war promises human tragedy. The soldier's courage and sacrifice is full of glory, expressing devotion to country, to cause and to comrades in arms. But war itself is never glorious, and we must never trumpet it as such.

So part of our challenge is reconciling these two seemingly irreconcilable truths – that war is sometimes necessary, and war is at some level an expression of human feelings. Concretely, we must direct our effort to the task that President Kennedy called for long ago. “Let us focus”, he said, “on a more practical, more attainable peace, based not on a sudden revolution in human nature but on a gradual evolution in human institutions.”... Those who seek peace cannot stand idly by as nations arm themselves for nuclear war.

The same principle applies to those who violate international law by brutalizing their own people. When there is genocide in Darfur; systematic rape in Congo; or repression in Burma – there must be consequences. And the closer we stand together, the less likely we will be faced with the choice between armed intervention and complicity in oppression».

«Dobbiamo iniziare riconoscendo che l’amara verità è che non riusciremo a estinguere i conflitti violenti nell’arco delle nostre vite. Ci saranno epoche nelle quali le nazioni — agendo individualmente o in concerto tra loro — scopriranno che il ricorso alla forza è non soltanto necessario, ma anche moralmente giustificato. 
Sono qui a fare queste dichiarazioni memore di quello che disse Martin Luther King in questa stessa occasione alcuni anni fa: “La violenza non porterà mai a una pace permanente. Essa non risolve alcun problema sociale, ma ne crea di nuovi e di sempre più complicati”. Trovandomi qui nelle vesti di chi incarna il lavoro stesso di King durato tutta una vita, sono un testimone vivente della forza morale della non-violenza. So che non c’è nulla di debole, nulla di passivo, nulla di ingenuo in ciò che Gandhi e King hanno creduto, vissuto e professato. Come capo di Stato, però, ho giurato di proteggere e difendere la mia nazione e non posso essere ispirato soltanto dai loro esempi. Guardo al mondo, così come esso è e non posso restare a guardare senza fare nulla contro le minacce che incombono sul popolo americano. Voglio essere chiaro, non fraintendetemi: nel mondo il male esiste. Un movimento non-violento non avrebbe potuto fermare gli eserciti di Hitler. I negoziati non avrebbero convinto i leader di al Qaeda a deporre le loro armi. Affermare che il ricorso alla forza talora è necessario non significa esortare al cinismo, ma prendere atto della Storia, delle carenze dell’essere umano e dei limiti della ragione.

Parlo di ciò perché in molti Paesi vi è una profonda ambiguità su quale debba essere l’azione militare ideale della nostra epoca, a prescindere dalle cause. Talvolta a tutto ciò si sommano sospetti sull’America, l’unica grande superpotenza al mondo. Il mondo, però, dovrebbe ricordare che non furono soltanto le istituzioni internazionali, i trattati e le dichiarazioni a portare stabilità nel mondo del secondo dopoguerra. A prescindere dagli errori che possono aver commesso, è indiscutibile che gli Stati Uniti d’America hanno contribuito a garantire la sicurezza globale per oltre sessant’anni con il sangue dei loro cittadini e la forza delle loro armi. Il servizio e il sacrificio degli uomini e delle donne che indossano l’uniforme militare americana hanno favorito la pace e la prosperità, dalla Germania alla Corea, e hanno reso possibile che la democrazia mettesse radici in luoghi come i Balcani. Ci siamo fatti carico di questo fardello non soltanto perché cercavamo di imporre le nostre volontà: lo abbiamo fatto anche per un illuminato interesse, perché vogliamo un futuro migliore per i nostri figli e i nostri nipoti e perché crediamo che le loro vite saranno migliori se i figli e i nipoti degli altri popoli potranno vivere anch’essi in libertà e prosperità.

Ebbene sì, dunque: gli strumenti della guerra rivestono la loro importanza nel mantenimento della pace. Ebbene sì: questa verità deve convivere con un’altra: indipendentemente dalle cause e dalle giustificazioni più o meno legittime, la guerra riserva tragedie per gli esseri umani. Il coraggio e il sacrificio di un soldato sono ammantati di gloria, esprimono devozione alla sua patria, alla causa e ai commilitoni, ma la guerra di per sé non è mai gloriosa, né dovremmo cedere alla tentazione di interpretarla così.
 Parte delle nostre sfide odierne consiste dunque nel cercare di riconciliare queste due verità apparentemente così irriconciliabili: la guerra è talvolta necessaria ed è in una certa qual misura un’espressione dei sentimenti umani. Concretamente, dobbiamo dirigere i nostri sforzi verso quell’impegno che il presidente Kennedy delineò tempo fa: “Cerchiamo di focalizzarci su una pace più pratica e più raggiungibile, che si basi non tanto su una repentina trasformazione radicale della natura umana, bensì su una graduale evoluzione delle istituzioni umane”.
... Coloro che perseguono la pace non possono restarsene inerti e con le mani in mano mentre le nazioni si armano per una guerra nucleare.

Lo stesso principio si deve applicare a coloro che violano le leggi internazionali maltrattando brutalmente le loro stesse popolazioni. Se in Darfur vi è un genocidio, se in Congo vi sono stupri sistematici, se in Birmania vi sono repressioni, vi devono essere conseguenze precise. Quanto più uniti saremo, tanto meno probabilmente dovremo essere costretti a scegliere tra un intervento armato e diventare complici nell’oppressione».

Il discorso di Obama mi è sembrato un utile stimolo per riflettere sul tema della non-violenza e della compassione secondo l’insegnamento buddhista. Vorrei a tal fine, si parva licet componere magnis, ricordare quanto, nel convegno Dieu entre la paix et le guerre (promosso dall’Ambassade de France près le Saint-Siège), avevo esposto alla luce della dottrina buddhista dei “dieci mondi”, che permette di distinguere le situazioni a seconda del contesto. Anche in quel caso, l’intervento non piacque ad alcuni sostenitori della assoluta e unilaterale non-violenza, refrattari a comprendere il significato dell’assunzione di responsabilità da parte di chi non vuole diventare complice di genocidi, violenze e oppressioni. Dicevo allora:

«...Il mondo è già salvo dal punto di vista della sapienza buddhica[1], mentre, dal punto di vista della compassione, essendo pieno di esseri che gemono tra miserie di ogni genere, è perennemente nella condizione di dover essere salvato. Il Buddha, per questo, è spinto, dalla logica dell’amore, a rivelare il Dharma agli uomini, privi di saggezza e pieni di attaccamenti, e i bodhisattva concretamente agiscono per alleviare il dolore, trasformare i conflitti e difendere i più deboli, non potendo tollerare le violenze e le ingiustizie da questi subite. Ebbene, quando, nei mondi di sofferenza, da una delle parti vengano intraprese azioni violente nel rifiuto di ogni confronto, appare indubbia l’opportunità, nei modi più adeguati, di un’azione che possa ristabilire equilibrio e armonia. Se poi la parola è addirittura alle armi si pone il problema della necessità di interventi che realizzino una interposizione idonea a fermare gli scontri cruenti, nel rispetto dello spirito del non-odio, della non-violenza, della compassione. Chi, in che modo e con quale legittimità sia autorizzato a un tale tipo di intervento a fini umanitari resta un problema aperto sul quale è giusto si discuta e si soffra, e sul quale deve essere esercitata la massima trasparenza e vigilanza. In questa prospettiva, non possiamo non registrare con soddisfazione i passi avanti che la cultura della pace ha compiuto in questi anni nel superare il concetto di guerra giusta per passare a quello di ingerenza umanitaria, e dal riconoscimento del solo diritto all’autodifesa a quello del dovere dell’azione a difesa dell’aggredito. Ricordiamo quanto Giovanni Paolo II ha affermato recentemente: «Difendere chi è perseguitato, chi è attaccato, chi perde tutto, non è altro che un atto di carità. L’ingerenza umanitaria è una cosa evangelica in sé […]. Non si può restare fermi mentre il mio vicino, concittadino o non concittadino, subisce un’aggressione» (1993, dai giornali). E ancora: «Evidentemente, quando le popolazioni civili rischiano di soccombere sotto i colpi di un ingiusto aggressore e a nulla sono valsi gli sforzi della politica e gli strumenti di difesa non violenta, è legittimo e persino doveroso impegnarsi con iniziative concrete per disarmare l’aggressore” (XXXIII giornata della pace, 1 gen. 2000).

Tra gli insegnamenti presenti nella Bhagavad-Gita, libro che è tra i tesori della spiritualità umana e in cui trova espressione il fondo comune della religiosità indiana, ne troviamo uno che si riferisce alla morale del guerriero. Discutendo il rapporto tra azione e non-azione, la Bhagavad-Gita mostra come l’alternativa rappresentata dalla non-azione sia in realtà una falsa alternativa, perché la vera risposta è nello spirito che guida l’azione, nella realizzazione di un’azione disinteressata, compiuta come offerta o sacrificio fatto a Krsna, condotta cioè senza personale attaccamento al frutto dell’azione stessa. «Distaccandosi da tutte le azioni» (XII, 6) per offrirle alla divinità, il guerriero Arjuna, come anche ogni “guerriero” del quotidiano, può — secondo le parole di Krsna — rimanere puro e imperturbato: «Deponendo in me tutte le azioni, con l’animo raccolto in quella Realtà che si manifesta nel Sé, privo di speranza e di ogni idea di possesso, combatti libero dall’angoscia» (III, 30); «consacra interamente a me il tuo agire» (XII, 10); «nel pieno dominio di te stesso, abbandona il frutto di tutte le azioni» (XII, 11).

La storia della civiltà può essere letta proprio osservando le modalità delle lotte condotte per la gestione dei conflitti, per fare in modo che essi passassero e passino da livelli di antagonismo cruenti a livelli sempre meno violenti o, per esprimerci metaforicamente, passassero dall’età del ferro a quella del legno, e poi dal legno alla carta e alle… carte dei diritti. A misura che la condizione della nostra mente passa infatti da un livello all’altro, da un “mondo” all’altro, parallelamente, si trasforma anche il modo di vivere i conflitti. Nel palazzo delle Nazioni Unite, vicino alla sala del Consiglio di sicurezza, è allestita una sala di meditazione: forse, se essa venisse più spesso frequentata, porterebbe i contendenti e i negoziatori in uno stato mentale più idoneo ad affrontare i conflitti, in modo da prospettare soluzioni che siano le più comprensive e tolleranti, nell’assoluto rispetto di alcuni criteri, sui quali possiamo svolgere alcune riflessioni. Fondamentale è il criterio che impone di evitare di creare situazioni irreversibili: se infatti uno dei due contendenti viene eliminato o addirittura ucciso, la situazione diviene irrecuperabile. Invece di pensare in termini di vinti e vincitori, occorrerà sforzarsi di vedere i contendenti come due che non solo non tendano a eliminarsi reciprocamete, ma addirittura divengano capaci di utilizzare la situazione conflittuale come occasione di incontro, di emulazione e di crescita. Come esempio di intervento facilitatore di questo tipo, possiamo pensare a quello di un terapeuta che, impegnato con dinamiche familiari o di gruppi lavorativi, cerchi di abbassare il livello dei contrasti e di dare sbocchi positivi a situazioni conflittali che, abbandonate a sé stesse, incrementano le loro potenzialità paralizzanti e distruttive.

Esercitare la pazienza oltre ogni limite, perché quando una delle due parti è totalitaria e intollerante la pazienza è l’unica alternativa a una risposta violenta ed è l’unica condizione in cui si possa approfondire la conoscenza della situazione e individuare i modi opportuni per trasformare il conflitto. Abbandonata l’illusione che la non-azione sia la scelta migliore, qualora l’ingerenza umanitaria dovesse comportare l’uso della forza, l’intervento dovrà essere adeguato al livello del conflitto che si sta affrontando, esercitando una costante vigilanza per far sì che l’intervento non crei più danni di quelli che sono già in atto. I sutra (analogamente ai Vangeli) sono stati composti in tempi e in riferimento a situazioni in cui la dottrina era indirizzata a individui desiderosi di cambiare orientamento di vita, seguendo principî che risultavano dallo stile di condotta prevalente nella società del tempo. Successivamente, si presentarono preocupazioni nuove quando si è passati dal livello dell’ascesi individuale a quello delle responsabilità politiche. Gli scritti su questi aspetti sono ovviamente meno numerosi e frutto di elaborazioni successive alla predicazione del Buddha. Tra tali scritti possiamo citare quelli sui doveri dei re (che devono conquistare il mondo con le loro virtù) e quelli sulla condotta che essi debbono tenere in caso di guerra. Lo stile di comportamentore del re Suddhodana, padre del Buddha, era tale che «l’avversario gli diveniva neutrale, la neutralità diventava alleanza, l’alleanza si consolidava in modo particolare. A chi lo avvicinava speranzoso toglieva sempre la sete con le acque dei suoi doni e senza combattere infrangeva la tronfia insolenza dei nemici con la scure della sua rettitudine” (Buddhacarita, II, 6, 40). Un sovrano che crede nel Buddha e ottempera ai suoi precetti, renderà ricco e operoso il suo Paese e «un Paese che gode di prosperità non ha necessità di attaccare un altro Paese né ha bisogno di armi per aggredire». Il buon sovrano tratta il suo popolo con la stessa sollecitudine con la quale i «genitori allevano il loro neonato, cambiando con un panno asciutto quello bagnato, prima che il bimbo pianga», per cui «dovunque si rechi cessano la battaglie e la cattiva volontà diventa nulla. Grazie al potere della Verità, governa secondo l’uguaglianza e vanificando tutti gli attacchi di ogni sorta di male, arreca agli uomini la pace. […] Poiché il suo governo si basa sulla Verità, è invincibile. Laddove il vero si estrinseca, cessa la violenza e scompaiono i cattivi intenti. Non vi sono dissensi fra i suoi sudditi, poiché vivono nella serenità e nella sicurezza. La sua sola presenza arreca pace e felicità al popolo. Ecco perché è chiamato Re della Verità. Poiché il Re della Verità è il re dei re, tutti gli altri sovrani ne lodano il nome, governano il proprio Paese seguendo il suo esempio e sotto la sua retta guida arrecano sicurezza ai propri sudditi e compiono i loro doveri seguendo il Dharma»[2]. Di fronte a un attacco ostile, il sovrano ha l’obbligo di difendere anche con le armi il proprio Paese e il suo popolo dai nemici, ma sempre conservando la mitezza e la compassione. In tal modo, anche una situazione spiacevole come quella di un conflitto armato, può divenire occasione di pratica spirituale: «Nel caso di una cospirazione sovversiva contro un buon re, o di una irruzione nel Paese di nemici stranieri, il sovrano rifletta su tre punti. Poi, deve decidere: I cospiratori o i nemici stranieri minacciano l’ordine e il benessere della nostra nazione. Devo proteggere i sudditi e il Paese anche con la forza armata. Cercherò di trovare il modo di vincerli senza far ricorso all’uso delle armi. Mirerò a catturarli vivi, a non ucciderli e, se possibile, a disarmarli. Il re rifletterà su queste tre tattiche e poi procederà con saggezza, dando le istruzioni e le disposizioni necessarie. Procedendo in tal modo, il Paese e i soldati saranno incoraggiati dalla saggezza del re, dal suo senso d’onore e lo rispetteranno. Se si rende necessario far appello ai soldati, essi capiranno in pieno i motivi della guerra. Andranno allora sul campo di battaglia con coraggio e lealtà, rispettosi della sovranità del re. Una guerra siffatta porterà non solo alla vittoria, ma accrescerà la virtù del Paese» [3].

Affermare, come insegna il buddhismo Mahayana, che il samsara coincide col Nirvana e viceversa, significa assumersi la responsabilità della storia e quindi riconoscere che siamo figli della storia e che il male e il bene sono nella storia mescolati così intimamente che non è possibile fare la storia separando l’uno dall’altro. Il simbolo del loto, fiore immacolato ma con le radici nel fango, ci ricorda l’inscindibilità di positivo e negativo, e ci costringe a riconoscere che non tutta la violenza è nella guerra e che non tutto nella guerra è violenza. Molte delle cose che consideriamo progressi civili, riconoscimento dei diritti, affermazioni di giustizia e libertà sociali vengono, purtroppo, da lotte cruente che hanno segnato la nostra storia e ci impongono di non dimenticare tutti coloro che hanno dato la loro vita per difendere e affermare gli spazi di libertà di cui godiamo. Probabilmente, noi stessi non saremmo qui se l’ultima guerra contro il nazifascismo non fosse stata combattuta o fosse stata vinta dalla Germania nazista; non potremmo esprimerci ora in spirito di tolleranza e comprensione senza il martirio dei tanti caduti per difendere la libertà di pensiero; né possiamo immaginare quale volto avrebbe quella che chiamiamo Europa cristiana senza Carlo Martello e Orlando e Carlo Magno...».

[1] Analogamente, nel Vangelo è detto del Padre celeste che «fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 6, 44-45) o della opportunità di lasciare «che l’una [la zizzania] e l’altro [il grano] crescano insieme fino alla mietitura» (Mt 19,30).

[2] L’insegnamento del Buddha, tr. it., Tokyo, Bukkyo Dendo Kyokai, 1984, p. 234 s.

[3] Ivi, p. 238 s.

giovedì 17 dicembre 2009

Cariatidi#16/Palermo

Porta nuova

Porta nuova - particolare

Piazza Bologni
Piazza Bologni - particolare

(foto di Vito e Serafina Ferri)

martedì 8 dicembre 2009

Brillat-Savarin

Jean Anthelme Brillat-Savarin (1755-1826; riposa al cimitero Père-Lachaise a Parigi; una strada è a lui dedicata, Parigi 13), politico e magistrato, è ricordato soprattutto come gastronomo e autore della famosa Physiologie du Goût, ou Méditations de Gastronomie Transcendante ; ouvrage théorique, historique et à l’ordre du jour, dédié aux Gastronomes parisiens, par un Professeur, membre de plusieurs sociétés littéraires et savantes (tr. it. col tit. Fisiologia del gusto, Milano, BUR).

Porta il suo nome un celebre formaggio francese, creato nel 1930 dal grande formaggiaio Henri Androuët, a partire da un altro formaggio l’Excelsior (creato nel 1890 dalla famiglia Dubuc, a Forges-les-Eaux, dip. Seine-Maritime). Il Brillat-Savarin è un “triple crème”, dolce con una leggera nota acidula, pasta molle e untuosa, da consumare fresco. Messo per un momento da parte il (padre) colesterolo, una delizia da gustare in una jouissance incestuosa...

venerdì 27 novembre 2009

Ancora su Don Giovanni

G. Macchia, che Calvino non esitava a definire il nostro maggiore saggista, ha dedicato alla figura di Don Giovanni un prezioso saggio (o, meglio, una serie di saggi), Vita avventura e morte di Don Giovanni, al quale è d’obbligo rinviare quelli che hanno interesse per questo mito letterario-musicale. Ma voglio qui riferirmi a una “fantasia” fatta da A. Camus, nel suo Il mito di Sisifo, sulla fine del personaggio e che — salvo errore — Macchia non considerò. Camus ricorda che tra i vari racconti ci fu anche quello secondo il quale il «vero “Burlador” morì assassinato da alcuni francescani che vollero “por termine agli eccessi e alle empietà di Don Giovanni, cui la nascita asicurava l’impunità”. Essi poi divulgarono che il cielo lo aveva fulminato », per poi presentarci una fine “religiosa” del personaggio, non come conclusione edificante, ma come logica conclusione di una vita interamente penetrata di assurdo. «No, non è sotto una mano di pietra che Don Giovanni è morto.[...] La sera in cui Don Giovanni attendeva in casa di Anna, il commendatore non venne e l’empio dovette provare, dopo la mezzanotte, la terribile amarezza di coloro che hanno avuto ragione».

L’uomo che aveva provocato «un dio che non esiste», si seppellisce quindi in un convento non per cercare rifugio, ma perché il godimento terminasse «in questo caso in ascesi. Bisogna capire che l’uno e l’altra possono essere come due facce di una stessa nudità». Ormai tradito dal proprio corpo, «fa esaurire la commedia in attesa della fine, faccia a faccia con quel dio che non adora e che pure serve come ha servito la vita, inginocchiato davanti al vuoto e con le braccia tese verso un cielo senza eloquenza, che egli riconosce pure senza profondità». Attraverso la feritoia della sua cella vede una silenziosa pianura di Spagna, «terra magnifica e senza anima, nella quale egli si riconosce. Sì. È su questa immagine malinconica e sfavillante che bisogna fermarsi. L’estrema fine, attesa, ma non mai desiderata, l’estrema fine è degna di disprezzo». Come il condannato a morte di Lo straniero, liberato da ogni speranza, poteva aprirsi alla «dolce indifferenza del mondo», anche Don Giovanni può concludere la sua esistenza nella estrema consapevolezza della conciliazione con l’inconciliabile...

giovedì 26 novembre 2009

Conclusione del gioco ermeneutico#2

Gli interessati potranno trovare le considerazioni conclusive del Gioco ermeneutico#2/Fedone, andando al post del 19 luglio 2009. A breve il prossimo Gioco ermeneutico #3

sabato 14 novembre 2009

Sul Tempo

Un moto senza posa ci sospinge./Pure sappiate che il corso del tempo/non è che un un passo minimo/nel cechio del Perenne.

Tutto ciò che s’affretta/presto sarà trascorso;/solo ciò che persiste/ci inizia all’essere.

Non votate, figlioli, il vostro ardire/alla velocità, all’esperimento/del volo.

Tutto è riposo:/oscurità e chiarezza,/il libro e il fiore. (R. M. Rilke, Sonetti a Orfeo, I, 22)

Vorrei dire che il Tempo è Dio (l’impermanenza ineluttabile di noi e delle cose); la velocità è l’Uomo (la nostra azione efficiente che vuole sottrarre tempo alla morte, inseguendo o anticipando il tempo); la fretta è Satana (il disordine, l'insufficienza, la dissipazione). Poi il tempo della contemplazione, il tempo sospeso, il non-dualismo del fiore e del pensiero...

venerdì 13 novembre 2009

Sulla pazienza#6/Se la pazienza diviene martirio...

(Ri)vedere oggi il film di Mel Gibson, The Passion of the Christ, a qualche anno dalla sua uscita nelle sale, consente di superare le polemiche di allora (su antisemitismo, esibizionismo sadico, etc.) e di apprezzarlo in quello che puo essere il suo pregio maggiore: una rappresentazione e uno stimolo alla riflessione sul martirio nella sua generalità. La pazienza, se consideriamo che alberga sempre dentro di sé una qualche dose di martirio, da “piccola” virtù ci apparirà allora come grande o suprema virtù.

Il termine martire, da m£rtuj (mártus), testimone (da una radice col significato di ri-cordare), è parola greca, da Tertulliano latinizzata in martys, offerta al posto del corrispondente già disponibile testis), che indica non solo l’atto del rendere testimonianza, ma anche le conseguenze di sofferenza e di morte che ne possono derivare. Martire, dunque (anche nella forma di martirio cosiddetta “passiva”), è molto di più di una semplice vittima, poiché accompagna la sua sofferenza con la consapevolezza di testimoniare una convinzione, esprimere una verità, affermare un valore. Come l’eroe romantico che sfidava il dolore dicendo «il dolore mi ha reso troppo forte perché io tema il dolore. Sopporterò, andrò fino in fondo, questo è il mio premio e la mia condanna» (F. Schiller, I masnadieri, II, 2), al martire è consentito di oltrepassare il dolore e perfino varcare la soglia estrema della morte — superarne il limite e assegnarle un senso — realizzando il compimento di sé nella pienezza della sventura. Ciò vale non solo per il credente in una remunerazione (celeste), da ricevere al di là della soglia, o per chi si sacrifica in cambio di una più terrena ricompensa nella imperitura memoria comunitaria, ma anche, e ancor più, per chi, “in cambio di nulla”, sottraendosi a ogni forma di scambio, superando rassegnazione e sconfitta, sia in grado di trasformare la perdita del potere nel “potere della perdita” (secondo un’espressione usata dal sociologo E. Pace), in una suprema ri-affermazione della soggettività. Esprimendo la coscienza del sopruso e affermando un valore “altro” rispetto alla Legge (di Dio, della vita, della società...), la mortificante esperienza di un dolore irredimibile, di cui non è dato superamento in nessuna possibile creatività e in nessun “racconto”, trova il suo “compimento” nell’unica “perfezione” accessibile a chi tutto ha perso e ha solo nella coscienza del martirio la estrema possibilità di rovesciare in una costruzione di volontà indipendente il massimo della soggezione: questo l’insegnamento lasciato da tutti i “resistenti”, da Giobbe a Gesù, da Luigi XVI ai deportati e ai perseguitati...

Dice il Vangelo, «Gesù, dando un forte grido, spirò» (Mar 15, 37): colui che, paziente, si era definito «mite e umile di cuore» (Mt 11, 29) eleva una protesta che diviene quella di tutti i martiri, non importa chi, non importa perché, non importa quando («io non so chi tu se’ né per qual modo/venuto se’ qua giù» [in questo luogo di martirio], Dante, Inf., XXXIII, 10 s.): perché tutti, perché viventi, perché sempre. Il grido di Gesù non è una “caduta” o una debolezza, ma l’espressione compiuta del bagliore accecante di un estremo non ulteriormente tematizzabile...

giovedì 5 novembre 2009

Crocefissi e paradossi

Com’è noto la Corte europea dei diritti dell’Uomo si è pronunciata, in questi giorni, contro la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche. La sentenza ha suscitato reazioni politiche favorevoli o contrarie sulle quali resta aperto il giudizio, ma quel che colpisce è il tipo e il tono delle argomentazioni. Fra i contrari alla sentenza così si esprimono, ad es.:

padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: «Il Crocifisso è stato sempre un segno di offerta di amore di Dio e di unione e accoglienza per tutta l'umanità. Dispiace che venga considerato come un segno di divisione, di esclusione o di limitazione della libertà. Non è questo, e non lo è nel sentire comune della nostra gente... Stupisce che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all’identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano»;

il ministro Mariastella Gelmini: «la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione»;

Pierluigi Bersani, neo-leader del Pd: «Io penso che un’antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno».

Dall’altra parte:

per Raffaele Carcano, segretario nazionale dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, si tratta di «un grande giorno per la laicità italiana»;

Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista: «Esprimo un plauso per la sentenza: uno Stato laico deve rispettare le diverse religioni, ma non identificarsi con nessuna»;

Adel Smith, presidente dell'Unione musulmani d’Italia: «I sostenitori del crocefisso in aula dovevano aspettarselo: in uno Stato che si definisce laico non si possono opprimere tutte le altre confessioni esibendo un simbolo di una determinata confessione».

Paradossale, in queste dichiarazioni, è che la difesa della persistenza del crocefisso viene sostanzialmente sostenuta con l’argomento dell’identità culturale (come potrebbero essere le immagini del Colosseo o della Gioconda!), mentre è affidata a laici, atei o appartenenti ad altre confessioni, contrari all’esposizione, l’affermazione del valore di simbolo religioso da non declassare a elemento culturale tradizionale!

martedì 3 novembre 2009

Roma barocca#9/Il palazzo di Propaganda fide

La facciata su p.za di Spagna, del Bernini, è in cotto, con fasce orizzontali e contrafforti angolari bugnati in travertino.
Di Borromini, invece, la facciata su via di Propaganda: mostra lesene giganti con arretramento concavo della zona centrale coronata, in uno strabiliante contrasto, da un finestrone convesso.
Le finestre divengono «organismi autonomi incastrati con violenza nei brevi intervalli delle lesene in cui il passaggio tra interno ed esterno è reso sensibile attraverso alterne flessioni in dentro e in fuori delle edicole» (Portoghesi). Mirabili la cornice e il portale dai ricchi elementi decorativi.

Ancora di Borromini gli interessanti finestroni della facciata su via Capo le case.

La facciata su via dei Due macelli di Gaspare De Vecchi, meno felice, è «significativa di un costume di probità professionale» (Portoghesi).

(foto RV)

domenica 1 novembre 2009

Schermaglie#11/Io, Don Giovanni

“i miti non hanno vita per sé stessi. Attendono che noi li incarniamo”, diceva Camus; anche il mito letterario di Don Giovanni non si sottrae a questa legge e viene periodicamente rivisitato e reinterpretato. Carlos Saura, col film Io, Don Giovanni, per riproporci una sua lettura del mito usa parte della biografica di Lorenzo Da Ponte, autore del libretto del Don Giovanni mozartiano. Nel film, la scrittura del libretto e la composizione della musica sembrano procedere grazie una progresiva identificazione dei due autori con il personaggio: Da Ponte per la sua condotta libertina, Mozat per il suo rapporto di odio-amore verso il padre. Optando per un finale che vede il “dissoluto punito” precipitare nell’Inferno con adeguato corteo di diavoli, i due sembrano poter prendere la distanze dal personaggio e, soddisfatti e avvisati, essere pronti per un cammino di “redenzione”, mentre il coro finale canta “Resti dunque quel birbon con Proserpina e Pluton”. Prendendo alla lettera che si tratti di un “dramma giocoso” (dimenticando l’arte della dissimulazione al fine di veicolare un messaggio di trasgressione) l’insieme è un po’ fragile, ma non sgradevole, da sceneggiato TV. Ma non è questo che qui interessa: quel che interessa è ripensare il mito, magari (ancora simulando?) porre, riporre o riproporre il quesito su cosa sia accaduto a Don Giovanni, una volta sprofondato nell’Inferno: da come risponderemo a questa domanda potremo, infatti, definire la nostra riattualizzazione del mito. In altri termini, in quale sito lo avrebbe collocato Dante se avesse potuto includerlo nella Commedia? Il duo Mozart-Da Ponte del film elude la domanda e confonde le acque col suo finale “perbenista”. E allora andiamo a vedere come ha risposto Delacroix con il quadro di cui Baudelaire ha fatto una sorta di illustrazione-commento nella poesia Don Giovanni all’Inferno. Delacroix e Baudelaire collocano sì all’Inferno Don Giovanni e lo rappresentano sulla barca di Caronte, accompagnato dalle sue “vittime”, che ha trascinato con sé, meschine e banali (quelle sì imperdonabili e senza redenzione!), mentre egli è chiuso nella sua fierezza di martire della libertà, prometeica incarnazione della rivolta assoluta del ricercatore della bellezza, trasgressore consapevole dei comandamenti del cielo per poter affermare i valori della Terra.
Qui, per chi non avesse altri riferimenti, il quadro di Delacroix (La barca di Don Giovanni) e il testo di Baudelaire, seguito da una traduzione italiana (quella fatta dall’amico scomparso Luigi De Nardis, che fu professore di Letteratura francese e Preside della Facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza”)


Don Juan aux Enfers
Quand Don Juan descendit vers l'onde souterraine/
Et quand il eut donné son obole à Charon,/
Un sombre mendiant, l'oeil fier comme Antisthène,/
D'un bras vengeur et fort saisit chaque aviron.


Montrant leurs seins pendants et leurs robes ouvertes,/
Des femmes se tordaient sous le noir firmament,/
Et, comme un grand troupeau de victimes offertes,/
Derrière lui traînaient un long mugissement./ Sganarelle en riant lui réclamait ses gages,/
Tandis que Don Luis avec un doigt tremblant/
Montrait à tous les morts errant sur les rivages/
Le fils audacieux qui railla son front blanc./

Frissonnant sous son deuil, la chaste et maigre Elvire,/
Près de l’époux perfide et qui fut son amant,/
Semblait lui réclamer un suprême sourire/
Où brillât la douceur de son premier serment.

Tout droit dans son armure, un grand homme de pierre/
Se tenait à la barre et coupait le flot noir;/
Mais le calme héros, courbé sur sa rapière,/
Regardait le sillage et ne daignait rien voir.
Don Giovanni all’Inferno
Quando giù all’onda sotterranea scese Don Giovanni e a Caronte ebbe pagato L’obolo, un triste mendicante, l’occhio Come Antìstene fiero, afferrò i remi con braccio fermo, da vendicatore.
Come d’offerte vittime una grande greggia, coi seni penduli e le vesti dischiuse, sotto il nero firmamento donne si contorcevano traendo dietro lui un muggito prolungato.
Ridendo gli chiedeva Sganarello la paga e Don Luigi, con il dito tremante, ai morti erranti sulle rive indicava quel figlio tanto audace che rise della sua candida fronte.
Rabbrividendo sotto le gramaglie, la casta e magra Elvira, accanto al perfido sposo che fu suo amante, domandargli sembrava quasi un supremo sorriso in cui brillasse tutta la dolcezza del primo giuramento.
Dritto e fermo nell’armi, divideva il nero flutto alto un uomo di pietra sorreggendo la barra del timone. Ma l’eroe calmo guardava, chino sulla spada, la spuma e disdegnava altro vedere.

sabato 31 ottobre 2009

Cariatidi e simili#15/Drôle de cariatide...


Cariatide-topo; via E. Pimentel, Roma
(foto RV)

domenica 18 ottobre 2009

Sulla pazienza#5/Modi di dire#2

Di fronte alle perdite o alle avversità di poco conto si dice spesso (più agli altri che a sé stessi) “Pazienza!” o “Basta avere un po’ di pazienza”, mentre già più impegnativo suona il “Ci vuole pazienza!”. “Abbi pazienza!” equivale a “lasciami in pace” o “sii obiettivo”. La pazienza si può perdere e quando sta per venir meno è comune l’esclamazione “Santa pazienza!”, rivelando che tanto santa non deveva essere, e anche limitata, non inesauribile certo come “la pazienza di Giobbe”. Esistevano i giochi di pazienza, quelli da da fare con calma e riflessione, per i quali non è tuttavia richiesta quella “pazienza di un certosino”, necessaria in altre circostanze. La pazienza considerata una virtù minore se legata a cose di poca importanza quando, invece, si configura come sofferta tolleranza, sopportazione delle grandi frustrazioni e dei forti dolori della vita diviene virtù dei martiri. Ce lo ricorda il kanji, il carattere composto col quale è scritta la parola giapponese Nintai. Andando da destra a sinistra, troviamo la misura (la distanza del polso radiale dalla mano, cioè circa 2,5 cm ovvero un pollice) e la barba (peli sotto la bocca), che insieme possono suggerire l’idea di dominarsi toccandosi la barba quando si ha (il carattere di sinistra) qualcosa che ferisce il cuore (spada sovrapposta a cuore).



忍耐

giovedì 8 ottobre 2009

Sul potere: problemi e paradossi

Di fronte ai conflitti di potere presenti nel nostro Paese, pur senza entrare nel merito, qualche considerazione da "osservatore partecipante" sembra inevitabile. Balza infatti in evidenza che c’è qualcosa di paradossale nel fatto che la “destra” (usiamo solo per brevità queste etichette ormai assai discutibili) si scontra con realtà che sembra non saper interpretare in profondità essendo inibita nell’utilizzazione di alcune categorie e analisi del potere provenienti della cultura di “sinistra”: marxista (diritti formali e interessi di classe, democrazia borghese e oppressione reale...), gramsciana (concetto di egemonia), foucaultiana (macro- e micro-circuiti del potere), etc., ritenendo sufficiente ancorarsi alla “volontà popolare” espressa dal voto; mentre la “sinistra”, dimenticate le sue radici culturali, si ritiene legittimata ancorandosi a quelli che la storia delle religioni chiama “miti di fondazione” (resistenza, Costituzione, pacifismo...), che in quanto miti vanno “rispettati” e mai messi in discussione. Osserviamo pertanto che il potere basato sulla “sovranità popolare” si scontra con quelli che si chiamano “poteri forti” (stampa, banche, burocrazia, “intellettuali”, parte della Chiesa, sindacati...), resistenti o ostili alle riforme che avrebbero dovuto segnare il passaggio dalla I alla II Repubblica, con rivoluzionari conservatori, da un lato, e progressisti immobilisti, dall’altro. Nei passaggi storici forti si è sempre verificata la difficoltà, per gruppi e istanze emergenti, a produrre cambiamenti rimanendo nel quadro di regole preesistenti (la Rivoluzione francese avrebbe potuto realizzarsi rispettando le regole dell’ancien régime? Possiamo immaginare il potere dei soviet nel quadro dell’impero zarista?) ed è difficile misurare grado di elasticità e punto di rottura di un sistema istituzionale a fronte di richieste di mutamento: per questo sono state quasi sempre richieste vittime sacrificali (i re uccisi), instaurati terrori e dittature violente e cannibaliche, per arrivare, solo col tempo, a nuovi equilibri e nuove regole.

Una sorta di contro-esempio è rappresentato dal dopoguerra giapponese, con un grande cambiamento sociale e un sistema imperiale ridimensionato, ma conservato nel suo potere simbolico: la differenza è che lì vigilava la super-potenza america...!

La storia dirà “come andrà a finire” lo scontro che abbiamo di fronte e la sua vera natura; oggi, continuiamo ad assistere a un "dialogo" inconcludente tra miti fondativi (con conseguente difesa di rendite, prospettive di bassa crescita e impoverimento progressivo), volontà popolare (che sembra non riuscire e forse non saper ottenere riforme, liberalizzazioni, formazione), “moderati” (che vogliono abbassare i toni, smussare gli angoli e continuare a galleggiare): per quanto?

mercoledì 7 ottobre 2009

Desiderio: La pelle di zigrino

Desiderio: scolasticamente, quel “movimento” cognitivo e affettivo che mira a costruire una realtà interna ed esterna diversa da quella di partenza, teso al raggiungimento o all’evitamento di un oggetto o di una situazione e alla realizzazione di un progetto. Di esso si è detto che definisce l’uomo come mancanza e della “radicalità” del desiderio di essere desiderato (Lacan), del desiderio mimetico (Girard), dei neuroni specchio e dei meccanismi dell’imitazione (Rizzolatti, Ramachandran, ma chi ricorda più Gabriel Tarde, 1890, e il suo studio dell’imitazione come base del legame sociale?). Esprimendo il carattere culturale, e non “naturale”, dell’uomo, l’articolazione del bisogno col desiderio può essere assai complessa e patologicamente distorta, per cui spesso ci troviamo a desiderare ciò di cui non abbiamo bisogno e ad aver bisogno di ciò che non desideriamo. La psicologia clinica si configura, in gran parte, come un’ermeneutica del desiderio, la sociologia mira a smascherarne le manipolazioni, la politica a realizzare quelli socialmente espressi... e via continuando. L’uomo non ne conosce la genesi, sente l’identità di esso con la vita, non sa gestirlo, ne ha paura (v. il magnifico Stalker di Tarkowskij, 1979, viaggio verso una misterioa stanza in cui si esaudiscono i desideri), si inquieta spesso di fronte ai suoi “oscuri oggetti” (Buñuel, 1977), la morale repressiva lo ha visto come via di perdizione, quella emancipatoria ne ha promosso la liberazione, le scuole di saggezza hanno esortato a moderarlo evitando gli eccessi.

Balzac, nel piano del vasto progetto della Commedia umana, ha collocato tra gli “studi filosofici” il suo romanzo fantastico La pelle di zigrino (1831), dedicato al tema. In esso, Raphaël de Valentin, un giovane economicamente dissestato, ottiene da un antiquario una pelle dotata della magica proprietà di esaudire tutti i desideri, ma che progressivamente si restringe, a misura di ogni soddisfazione ottenuta. Il restringersi della pelle è una metafora del consumarsi della vita e delle energie creatrici per il fatto stesso di vivere e di creare, e Raphaël morirà quando il talismano sarà “esaurito”. Spirerà sul seno ritrovato della donna che lo aveva sempre amato, metafora della vita stessa, ma da cui si era “dovuto” allontanare nel doloroso detour dell’esperienza e della maturazione. L’antiquario dice a Raphaël: “Le rivelerò in poche parole un grande mistero della vita umana. L’uomo si esaurisce in due atti istintivamente compiuti che inaridiscono le sorgenti della sua vita. Due verbi esprimono tutte le forme assunte da queste due cause di morte: Volere e Potere. Fra questi due termini dell’azione umana, c’è un’altra formula di cui si impadroniscono i saggi ed io le devo la felicità e la longevità. Volere ci consuma e potere ci distrugge; ma sapere lascia il nostro debole organismo in un perpetuo stato di tranquillità”. La via di una conoscenza salvifica (gnosi) che faccia vivere e trascendere il mondo finito in una consapevolezza più alta viene, tuttavia, rifiutata dal protagonista, che si avvia così verso la infelice “consumazione” della propria vita, secondo il noto “Video meliora proboque, deteriora sequor”.

Del romanzo si potrebbero ricordare la descrizione e la critica della società del tempo (Restaurazione-“monarchia di luglio”), la tipizzazione delle donne dell’epoca, l’enunciazione dei “miti” fondatori del pensiero dell’Autore che troveranno poi più concreta espressione negli “études des mœurs” della Comédie. Ma, alla fine della lettura, viene da domandarsi cosa faremmo se avessimo noi a disposizione una pelle di zigrino come quella del romanzo. In un film di Rohmer si racconta la favola dei tre desideri, nella quale una coppia poteva esprimerne soltanto tre: il marito chiese un salame; la moglie, furiosa, che gli pendesse dal naso; lui, a quel punto, che gli venisse staccato. Così spesso finiscono le nostre aspirazioni...

domenica 27 settembre 2009

Schermaglie#10/Il ginocchio di Claire

Il ginocchio di Claire (1970) è il V del ciclo dei 6 “Racconti morali” del regista Éric Rohmer, film che vogliono evocare i racconti e le conversazioni dei secoli passati. Benché ricco di dialoghi intelligenti e di una messa in scena limpida e semplice, il film è in complesso un po’ noioso. Tuttavia, la discussione che il protagonista Jérôme, un giovane diplomatico prossimo alle nozze, fa con un’amica scrittrice su quali siano, nel corpo femminile, i punti più vulnerabili (all’assalto maschile? Alla seduzione?) e la sua attenzione, rivolta al ginocchio dell’adolescente Claire (che lui desidera accarezzare, cosa che riesce finalmente a fare con innocente facilità durante un temporale, ancora una volta pronuba Juno!), mi hanno suscitato qualche ricordo e riflessione.
Se il mettersi in ginocchio sembra esplicito atto di sotto-missione, di esibita inferiorità di fronte a qualcuno o a qualche divinità, meno comprensibili per noi oggi sono gli atti di abbracciare, carezzare, toccare, baciare le ginocchia. La letteratura classica abbonda di esempi: Achille prega la madre di chiedere a Zeus di soccorrere i Troiani dicendo: “al suo lato siedi, e gli abbraccia le ginocchia e il prega di dar soccorso ai Teucri” (Il. 1, 407); Zeus che, infatti, “di Teti adempir cerca le brame, che lusinghiera gli baciò il ginocchio” (Il., 8, 371); Priamo, recatosi a chiedere la restituzione del corpo di Ettore, “tosto fattosi innanzi tra le man si prese le ginocchia d’Achille, e singhiozzando la tremenda baciò destra omicida” (Il. 24, 478); Ulisse che, incontrando Nausica, “in due pensieri ei dividea la mente: o le ginocchia strignere a Nausìca, di supplicante in atto, o di lontano pregarla con blande parole” (Od. 6, 142), mentre di fronte ad Arete, senza indugio “circondò con le braccia alla Reina le ginocchia” (Od. 7, 147). Ancor più interessanti sono quelle espressioni che troviamo in Euripide, quando il Coro scongiura Medea dall’uccidere i figli: “No, no, per le tue ginocchia (prÕj gon£twn, pròs gonàton), i figli risparmiali” (Medea, v. 853), o quando Ecuba, prostrata davanti ad Agamennone, lo supplica dicendo: “Per le tue ginocchia (tînde goun£twn, tònde gunàton) […] ti prego, Agamennone” (Ecuba, v. 752), e che ritroviamo anche altrove, per es. in Demostene (prÕj tîn gon£twn, sempre col significato di supplicare per, attraverso il riferimento alle ginocchia). Può aiutarci a comprendere il significato di questi atteggiamenti ed espressioni il riflettere sul fatto che gon» (goné) = generazione, discendenza, prole; gÒnoj (gónos) = origine, stirpe, discendenza; gÒnu, gÒnatoj (góny, gónatos, lat. genu, genus) = ginocchio, sono tutti connessi con la radice gon, gen- (che opera nel generare). Supplicare q.u. per le ginocchia significa dunque farlo nel nome della sua stessa vita, per cui il contatto fisico-con e il riferimento-al ginocchio sembrano far appello alla comune umanità che renderebbe empio chi si fosse rifiutato di essere misericordioso e di fare qualche grazia.
C’era questo nel desiderio di Jérôme e nella condiscendenza di Claire? Difficile dirlo, ma non vietato pensarlo.