giovedì 4 settembre 2008

Figure della speranza#1/Sulla teologia della Croce

Il card. Walter Kasper, teologo, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, nello scritto La Croce come rivelazione dell’amore di Dio (testo di una lezione tenuta presso la Pontificia università  lateranense il 24 10 06, Lateranum, 2006, 72, n. 3) mette a reagire diverse espressioni della teologia della Croce con la sofferenza del mondo, si allontana dalla visione di un universo sacrificale (che vede “la croce come rivelazione di un Dio crudele, collerico, violento che ha bisogno di un capro espiatorio e che sacrifica il suo stesso figlio come prezzo da pagare per la riconciliazione”) per indicare nella croce il luogo non solo dove Dio definisce sé stesso, ma come il luogo in cui si ha la rivelazione dell’amore divino. Questo amore porta Gesù a una sostituzione e a una morte vicaria, al posto di altri (“per noi, per molti”), di noi uomini che in quanto peccatori siamo assoggettati alla morte e non possiamo aiutarci da soli. Assumendo su di sé la maledizione del peccato, della morte, dell’abbandono di Dio, Gesù muore al nostro posto affinché noi viviamo e siamo divinizzati. Egli segue la legge dell’amore, del darsi all’altro, dell’abbandonare per guadagnare: “la kenosi è la forma esistenziale dell’amore nella condizione del peccato”. Poiché l’auto-alienazione è la via dell’innalzamento, quella per cui Gesù diviene Kyrios, Signore del mondo, la sua morte è la morte della morte e la liberazione. Con la kenosi Gesù non ha rinunciato a essere Dio, ma proprio come Dio ci soccorre e ci salva. Il Dio che soffre e che si fa vicino a chi soffre risponde agli interrogativi della teodicea, non eliminando la sofferenza, ma trasformandola in speranza, secondo quanto San Paolo dice: “Spe enim salvi facti sumus [Nella speranza noi siamo stati salvati]” (Rm 8, 24). Il dolore e la morte non hanno l’ultima parola per chi sente dentro di sé che il Signore stesso del mondo si oppone alla sofferenza, in una kenosi che suggella la vittoria della vita sulla morte, della libertà sulla necessità, dell’amore sull’odio. E ognuno che assuma su di sé il peso dell’eclissi di Dio dal mondo, ossia in ogni azione solidale compiuta contro la sofferenza, offrirà un contributo affinché la luce di Dio risplenda “anche nel buio più opprimente”.

La tesi (non cessa la sofferenza, ma ne viene cambiato il significato, per cui non si soffre di soffrire essendo salvi nella speranza: non nella speranza di salvezza, ma salvi nella speranza, nella tensione-verso), se non se ne è forzata l’interpretazione, è più che suggestiva, ma risponde a tutti i problemi della teodicea? Gesù, è vero, non si pronuncia sul male e il dolore, si pone di fronte a essi e offre la sua solidarietà e il suo martirio di “servo sofferente”, ma in quanto Signore le sue “responsabilità” non sono diverse da quelle del Padre. Nel gioco trinitario, è più facile distinguere i ruoli, mettendo il Figlio a riparo da ogni coinvolgimento sul perché le cose siano andate come sono andate (il peccato di Adamo) e vadano come vanno (la massa di dolore innocente e non redento che è nel mondo). Tuttavia, o Gesù è Dio ed è anch’egli “responsabile” o è soltanto “servo sofferente” e allora il suo sacrificio non basta per redimere o, infine, non c’è la grande redenzione e tutti possiamo essere redentori nell’amore.  Siamo di fronte a una neo-teodicea in versione soft? La tesi esposta da Kasper sembra, comunque, il massimo che si possa tentare all’interno della visione monoteistica giudaico-cristiana. Come lo stesso Kasper auspica, la tesi potrà poi essere di grande importanza nel dialogo interculturale e interreligioso, in particolare per l’incontro con la spiritualità buddhista che, com’è noto, si pone l’obiettivo primario della liberazione della sofferenza, ovviamente anch’essa senza la pretesa di eliminarla, ma di trasformarla offrendo degli strumenti per il suo controllo, secondo la dottrina della Via di mezzo. 

Nessun commento: