mercoledì 30 novembre 2011

Sulla pazienza#9/Contemporanei


I moralisti contemporanei non trattano più volentieri delle virtù e dei vizi; semmai privilegiano vizi e passioni rispetto alle virtù. Fa eccezione Salvatore Ntoli che, nel suo Dizionario dei vizi e delle virtù, include la Pazienza e la confinante Fortezza. Perché la pazienza è virtù attiva, non semplice rassegnazione: pur tollerando con animo equilibrato le contrarietà della vita, «l’uomo paziente non si adatta al dolore, ma lo governa: soprattutto non lo accetta come una condizione definitiva. Paziente è colui che sa a lungo sopportare, ma è soprattutto colui che sa attendere, che non si lascia vincere dalla tristezza, che nel dolore non è preso dallo sgomento, bensì è capace di discernere altre possibilità». Il che significa anche nessuna debolezza verso disservizi, crisi amministrative, illegalità, che toglierebbero alla pazienza il carattere di virtù trasformandola in connivenza.
La pazienza consente di sopportare i danni che ci vengono dagli altri nella fiducia che l’altro possa cambiare, per cui «la pretesa del giusto risarcimento, non deve escludere la comprensione delle ragioni dell’altro», che anzi dobbiamo aiutare perché possa comprendere i suoi errori. Abbiamo visto come Shantideva, vedi post del 14 10 11, sottolineasse il “determinismo” presente nel comportamento altrui (e nel nostro!), con una catena (karmica) di cause ed effetti che non lo rendono “responsabile” dei suoi atti, catena sulla quale possiamo, tuttavia, esercitare un effetto di cambiamento proprio con la nostra azione educativa e tollerante.
Imparentata con la fortezza e con la perseveranza, la pazienza — nota giustamente Natoli — è «prerogativa di una forma mentis capace di complessità», ma qui egli sembra avere abbracciato un ottimismo “d’ordinanza” che vuole rassicurarci della costante presenza di alternative “positive”, mentre è proprio la consapevolezza della complessità che, collocando i nostri danni e le nostre “disgrazie” nel quadro della sofferenza universale (dukkha, “cià che è difficile da sopportare” nel lessico buddhista), di fronte al male ineluttabile che abbiamo il dovere di non nascondere, ci dà sì una ulteriorità, ma l’ulteriorità rappresentata, in ultima istanza, dalla coscienza e dalla paradossale affermazione di libertà propria del martire. 

venerdì 25 novembre 2011

Schermaglie#20/Una separazione

Il film di Asghar Farhadi, Una separazione (Orso d’Oro della 61esima edizione del Festival di Berlino), ha molti motivi di interesse: conoscenza di una cinematografia poco nota nel nostro Paese, sguardo su una società “separata”, rapporto costume-religione, ma soprattutto quello della complessità delle relazioni umane. Non solo dei due coniugi Nader and Simin che stanno per separarsi, ma quelli più estesi tra giovani e vecchi, figli e genitori, poveri e benestanti, cittadini e giudici. 
Il protagonista Nader viene a trovarsi in una rete di menzogne, confronti, doveri in conflitto tra loro; la moglie aspira a un altrove irraggiungibile, spinta dalle sue paure; la figlia adolescente dovrà scegliere con quale genitore continuare a vivere e quale futuro avere; il vecchio nonno con l’Alzheimer è un testimone muto di quanto accade attorno a lui. 
Il film non vuole offrire risposte: sarebbe troppo rassicurante, perché in realtà i confini tra verità e menzogna, sincerità e simulazione, innocenza e colpa sono labili, porosi, attraversati da tutte le nostre incertezze. Asghar Farhadi sembra sapere che le domande fondamentali dell’esistenza non vanno affrontate cercandone la soluzione ma piuttosto la dis-soluzione, sopportando parzialità, compromessi, approssimazioni, con una postura im-parziale come quella suggerita dalla metafora del vecchio nonno: attonita, sospesa, non-giudicante.

mercoledì 16 novembre 2011

Schermaglie#19/Le avventure di Tintin (di Spielberg)

Tutti che presto o tardi nella vita hanno incontrato Tintin non potranno ignorare il film di Spielberg, grati di questa nuova ondata di popolarità offerta al “giovane reporter” e ai suoi amici e antagonisti. Tuttavia il film, semplificando e contaminando tra vari album di Hervé, ha privilegiato gli elementi più “spettacolari”, nei quali usare a profusione effetti 3D, motion capture, etc., mettendo in primo piano l’ubriachezza del capitano  Haddock e le sue spacconate piuttosto che il vero protagonista o il cane Milou o gli indimenticabili Dupond e Dupont.
Gli amanti della “ligne claire” di Hervé e del delicato, ingenuo e generoso personaggio, come lo hanno vissuto proiettandolo sul proprio schermo personale, non potranno non restare delusi e sentirsi lontani dal Tintin di Spielberg, che non so, d’altra parte, quanto potrà affascinare chi non lo avesse ancora mai incontrato, come appunto gran parte del pubblico americano.
Infine, per chi ama il tridimensionale, meglio i seducenti (e costosi!) modelli, realizzati da un artigianato appassionato, che si possono acquistare in rete o, per es. a Parigi, nel negozio di Pixi & C.ie, al 6, rue de l’Echaudé (Saint-Germain des Prés).

Vetrina di Pixi e C.ie 
(foto RV)

venerdì 4 novembre 2011

Roma barocca#14/S. Girolamo della carità

Nella piccola (e quasi mai aperta) chiesa di S. Girolamo della carità (costruita sull’area della casa di una matrona romana di nome Paola, dove nel 382 S. Girolamo sarebbe vissuto, realizzandovi anche una sua ecclesia domestica; la chiesa passò poi all’Arciconfraternita della carità e fu legata nel Cinquecento all’opera di S. Filippo Neri), sita in quella via di Monserrato che è tra le più tipiche e affascinanti della “vecchia Roma”, c’è una cappella (a dx entrando), opera tarda di Borromini (attribuzione da alcuni contestata, anche se vien da dire che si tratta di un’opera che più borrominiana non si può), a lui commissionata dall’oratoriano Virgilio Spada nel 1654 (si ricordi la vicina  “prospettiva” di Palazzo Spada, altro capolavoro sempre di Borromini). La cappella è un tripudio di intarsi marmorei policromi imitanti una tappezzeria, bassorilievi, iscrizioni commemorative di membri della famiglia e, alle pareti, le tombe di Bernardino Lorenzo Spada (opera di E. Ferrata) e di Giovanni Spada (di C. Fancelli).
Ma l’elemento più originale è la balaustra a drappo in diaspro sanguigno sorretta da due angeli inginocchiati (opera di A. Giorgetti). Così ne parla, tra l’ammirato e l’ironico, Marco Lodoli, scrittore di talento, esperto in labirinti romani: «Per i defunti della famiglia Spada, Borromini ha immaginato uno straordinario negozietto di stoffe eterne: un campionario infinito di marmi policromi che fanno pensare a un aldilà gestito da un tappezziere allegro, a un olremondo di sete e tappeti primaverili sui quali rigirarsi e far capriole senza pesi addosso. La morte vista da qui non è più una porta angosciosa da superare pregando e tremando, ma una tenda leggera e colorata oltre la quale sbirciare la vita che verrà. E davanti alla cappella c’è la più bizzarra balaustra che si sia mai vista: niente austere colonnine, nessun gelido pianale su cui poggiare i gomiti implorando il perdono per i mille peccati, ma due angeli simpatici — evidentemente i commessi del negozio — che distendono fra loro lo scampolo di una delicata stoffa marmorea a righe rosse, un drappo che sembra il sontuoso nastro d’arrivo di una esistenza fortunata». 
IMPERDIBILE!






(foto RV)





mercoledì 2 novembre 2011

Non è un giornale del mattino...

Non è un giornale del mattino, ma Orazio (Odi, III, 1, 40):
«Post equitem sedet atra cura» [Siede dietro al Cavaliere il nero affanno]...

sabato 29 ottobre 2011

Modi di dire#14/Ponte dell'asino

L'espressione è basata su una tradizionale svalutazione dell’asino (per la cultura greca contrapposto ad Apollo e simbolo della disarmonia). Il significato sopravvive nella qualifica di “asini” data agli studenti insufficienti e alle persone ignoranti, il pons asinorum indicando la difficoltà, il punto critico, la prova che i meno capaci non riescono a superare. Essi, quindi, come asini sciocchi, cadono giù dal metaforico ponte, per cui appunto si dice: «qui casca l’asino!»

sabato 22 ottobre 2011

Cadaveri eccellenti

Ancora un cadavere eccellente. Non mi riferisco al gioco di composizione inventato dai surrealisti nel 1925 (Le cadavre exquis boira le vin nouveau), ma al gioco sanguinario delle “rivoluzioni”: che bel gioco tagliare le teste e portarle a spasso sulle picche, appendere i cadaveri a piazzale Loreto, calpestarli e denudarli a Sirte!
La morte priva del movimento, della parola, della coscienza e quindi della dignità; il cadavere non andrebbe mostrato più del necessario (la tradizione ebraica lo insegna) perché presenta l’uomo nella sua massima povertà. Invece, più il personaggio è stato eccellente maggiore il godimento nel vederlo senza dignità, umiliarlo ancora, esporlo, portare anche i bambini a visitare il baraccone…
Brecht diceva sventurata la Terra che ha bisogno di eroi; ancor più triste quella che si gode senza pietas il cadavere eccellente del momento…
Forse la frase surrealista era più ricca di senso di quanto si potesse pensare. 

venerdì 21 ottobre 2011

Roma barocca#13/Cariatidi e dintorni#35: Villa Celimontana, Roma

La villa, sulla sommità del colle (monte) Celio ha il suo ingresso su via della Navicella (via che prende il nome da un modello di nave romana adattato a fontana). Il monumentale portale (del 1625) proviene, come si può leggere dall’iscrizione che riporta il nome del Marchese Vincenzo Giustiniani, dalla Villa Giustiniani-Massimo (o Massimo-Lancellotti, o Villa Massimo al Laterano, oggi scomparsa), e qui ricostruito negli anni Trenta del secolo scorso.






(foto RV)

venerdì 14 ottobre 2011

Sulla pazienza#8/Shantideva

«Il Bodhicaryavatara [Introduzione alla pratica del risveglio] è una delle opere più note e rappresentative del Grande veicolo: paragonata per lo spirito di rinuncia e per l’ardente carità che vi spira all’Imitazione di Cristo. L’autore, Shantideva, [monaco e studioso indiano (685-763)], non è un innovatore, ma possiede rare doti espositive e una singolare potenza di comunicazione»: così C. Cicuzza, F. Sferra et al. presentano questo famoso trattato (per i riferimenti bibliografici su Shantideva vedi www.culturabuddhista.it > materiali > libri). In esso, illustrazione della pratica delle varie paramita, il cap. VI è dedicato alla pazienza, della quale si dice: «non v’è peccato uguale all’odio né ascesi uguale alla pazienza; e però conviene con ogni sforzo e vari mezzi coltivare e realizzare la pazienza» (1). Per parte sua, commentando Shantideva, il Dalai Lama aggiunge: «Sono un discepolo di Buddha ed egli ha insegnato la pazienza come mezzo supremo per superare la sofferenza», osservazioni che andrebbero ricordate da quanti, attratti dal Buddha-Dharma sono erroneamente portati a far coincidere la pratica quasi esclusivamente con la meditazione, la recitazione di mantra, la lettura di testi.

Il primo argomento che Shantideva propone a sostegno dell’esercizio della pazienza si riferirisce alla situazione in cui ci veniamo a trovare quando qualcuno ci attacca o si comporta indegnamente verso di noi. In questo caso suggerisce di pensare: si comporta così solo perché è preda di illusioni e non ha libertà di azione; così da prevenire la rabbia e rimanere in una condizione di tranquillità qualunque cosa si stia vivendo. «Neppure nel dolore il saggio turbi la serenità del suo spirito; egli infatti ha ingaggiato la battaglia con le passioni e, quando si combatte, la sofferenza è facile» (19). È presentato qui l’ideale, a noi ben noto, dell’imperturbabilità, indifferenza, impassibilità del saggio, ideale della filosofia stoica ed epicurea. Inoltre, Shatideva sostiene — con un po’ di gratuito ottimismo — che «il dolore ha una grande virtù perché, col turbamento che inspira, abbassa l’orgoglio, eccita pietà verso le creature, fa temere il peccato, fa amare il Buddha» (21), effetti non automatici e che spesso determina reazioni opposte.
Abbiamo visto come, di fronte agli oggetti che sembrano “resistere” alla nostra volontà e ai nostri desideri (post del 9 nov. 2008: Pazienza#1/la rivolta degli oggetti), non abbia senso protestare, poiché essi con umile intelligenza e rigore osservano le leggi della fisica e della chimica; egualmente, di fronte a una malattia o a una sofferenza originata dall’azione di un agente fisico, chimico o biologico (la noxa della patologia) non ha senso arrabbiarsi contro l’agente; anche di fronte all’azione di un essere umano che abbia una condotta sconveniente dovremmo reagire nello stesso modo, considerando la sua ira determinata da cause e condizioni («Io non mi irrito contro la bile e gli altri umori, benché causa di grandi sofferenze. Perché dunque irritarsi contro esseri coscienti? Anch’essi sono irritati da determinate cause», 22; «E verso questi uomini resi folli dalle passioni, ostinati alla propria perdita, non soltanto non abbiamo compassione, ma ci adiriamo contro di essi. Perché? Questi insensati son malvagi di natura? Ma allora adirarsi con essi è tanto assurdo quanto adirarsi col fuoco, perché la sua natura è quella di bruciare. Questo difetto è avventizio e le creature son benigne di natura? Ma allora adirarsi con esse è così assurdo come adirarsi contro l’etere, perché invaso dal fumo», 38 ss.). «Quindi, quando si vede un amico o un nemico tenere un comportamento reprensibile, bisogna pensare: “Tali sono le cause che agiscono in lui” e conservare la propria serenità» (33). La base di una reazione paziente di fronte alle condotte aggressive (di qualunque tipo) risiederebbe, dunque, nella consapevolezza del rigido determinismo a cui esse sono soggette, ma Shantideva sottovaluta la profonda differenza tra il comportamento degli oggetti e quello delle persone.
Qualora poi, in risposta a un comportamento scorretto (e potrebbe anche essere il nostro), osservassimo non una reazione paziente, ma una replica carica di altrettanta rabbia, dovremmo egualmente pensare che questo comportamento è sostenuto da una catena di cause e condizioni, e quindi inevitabile e involontario. E allora quale spazio per la pazienza? Evidentemente, il discorso di Shantideva intende rivolgersi a chi ha già operato un cambiamento del proprio stile di vita (per essere stato esposto a insegnamenti o incontri, avuti “per grazia”!, con un maestro, un buon amico o altro) e quindi ha fatto dei passi in un itinerario di conversione e perfezionamento che hanno, per così dire, “modificato” la precedente concatenazione di cause e condizioni, creandone una nuova. Egli disporrà, quindi, di una diversa gamma di possibili risposte che gli consentirà, se attento e coerente, di usare anche gli eventi spiacevoli al fine della propria illuminazione e liberazione, mentre l’ira, al contrario, tutto compromette e distrugge, facendolo regredire («Tutte queste buone azioni, la carità, il culto dei Sugata [=Buddha], il bene compiuto per migliaia di evi cosmici, tutto questo è distrutto dall’odio», 1). Ma, ovviamente, la pazienza può esercitarsi rispettando certi limiti, che occorrerebbe ben conoscere per non oltrepassarli e trovarsi a non disporre più della relativa, individuale dotazione, come insegnano l’enantiodromismo di Jung e quella battuta di Totò: «Ogni limite ha la sua pazienza!» Anche il dolore è impermanente e ha un termine, ma la condotta paziente è funzione della intensità e anche della durata dello stimolo negativo, come ben si distingue, nel diritto, l’inferno dell’ergastolo dal purgatorio di una pena a tempo.

Un secondo argomento apportato da Shantideva per condurre al superamento della rabbia consiste nel cercare di vedere le situazioni sgradevoli e penose come riflesso di nostre azioni, e la nostra sofferenza attuale come contropartita karmica del male da noi precedentemente inflitto ad altri in passate esistenze. L’argomento si basa sul presupposto della ininterrotta catena di morti e rinascite, che fa dire a Shantideva: «Io stesso ho già tormentato le creature così come il mio nemico tormenta adesso me; io dunque non ricevo che quanto m’è dovuto, io il tormentatore degli altri» (42). Ma non basta: se, infatti, i nostri nemici sono dei benefattori perché ci offrono occasione di purificarci esercitando la pazienza, la nostra colpa aumenta, perché il loro comportamento aggressivo, in risposta al male da noi già compiuto, fa loro accumulare cattivo karma: «I miei persecutori son messi in movimento dagli atti da me commessi. Se essi andranno agli inferni, la causa ne sono io soltanto. Non son io dunque il loro uccisore? Grazie a essi, se io sopporto pazientemente le loro offese, i miei peccati si attenuano; ma a causa mia, essi andranno fra le lunghe sofferenze degli inferni. Io, io sono il loro persecutore ed essi i miei benefattori. E come, invertendo le parti, osi tu, scellerato, adirarti?» (47 ss.).  Dunque, solo contro di noi dovremmo andare in collera, ricordando che: «il nostro atteggiamento irreprensibile ci eviterà di cadere nei regni inferiori, ma ne siamo i soli beneficiari» (Dalai Lama). A questo punto verrebbe addirittura fatto di pensare che una reazione non paziente potrebbe risultare meno egoica e acquisterebbe quasi il valore di una sorta di solidarietà nei confronti degli iracondi, per cui un’aggressività — magari esercitata come mera finzione teatrale — potrebbe risultare utile per offrire ad altri l’occasione di esercitare la pazienza! Il discorso finisce per assumere, ai nostri occhi, un  tono paradossale, dal quale Shantideva non è tuttavia sfiorato perché difeso dalla sua posizione tutta orientata verso una visione di premi e punizioni trascendenti questo mondo, per cui comportamenti che altrove qualificheremmo come masochistici sono qui esaltati in quanto finalizzati all’acquisto di meriti, in un’etica che da autonoma (quale dovrebbe essere nell’ambito del Buddha-Dharma) diviene eteronoma, fondandosi sul rapporto con la divinità: «Da oggi in poi, per compiacere ai Buddha, io voglio farmi, con tutto me stesso, schiavo delle creature! La massa delle genti metta pure il piede sul mio capo e mi uccida! Ma il Protettore del mondo sia soddisfatto» (125). Collocata in una prospettiva eteronoma, retributiva e utilitaristica, la pratica della pazienza buddhista dobbiamo osservare che non si presenta diversa da quella, ugualmente utilitaristica e “calcolata”, proposta dall’etica cristiana, come nel passo del cap. 18 del Vangelo di Matteo:  «21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. 22E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”».
Nella visione prospettata da Shantideva, avere un nemico è un’occasione fortunata: «Un nemico acquistato senza sforzo è un tesoro miracolosamente apparso nella mia casa, un grande aiuto per la mia carriera spirituale e quindi mi dev’essere caro» (107); l’avversario è «la causa della mia pazienza, debbo quindi onoralo, né più né meno che la buona Legge [il santo Dharma]» (111): ben vengano, dunque, aggressori, malfattori e mascalzoni se sono di stimolo a comportamenti virtuosi! Certo avremmo bisogno di un supplemento di istruzione per giustificare le varie proteste di monaci e laici buddhisti, nel sud-est asiatico o in Tibet, a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. E che dire di questa affermazione del Dalai Lama: «La pazienza consiste nel non incollerirsi con quelli che ci danneggiano e nel provare compassione per loro. Tuttavia, ciò non vuol dire che bisogna permettergli di fare tutto quello che vogliono. Ad esempio, noi tibetani subiamo attualmente la grande prova che ci impongono altri esseri umani. Se rispondiamo con la collera siamo perdenti, ecco perché diamo prova di pazienza. Ma ciò non ci impedisce di opporci fermamente all’ingiustizia e all’oppressione»?

Infine, un’osservazione che appare oggi difficilmente sostenibile è quella (basata su un insidioso dualismo mente/corpo) che Shantideva fa nel sottovalutare i dolori e le offese morali a fronte di quelli che attaccano il corpo. «La mente essendo immateriale, non può essere colpita da alcuno in nessuna parte. L’essere essa attinta dal dolore, si deve unicamente al suo attaccamento al corpo. Umiliazioni, offese, detrazioni, tutto questo non ferisce affatto il mio corpo; e quindi, o mia mente, perché ti adiri?» (52 s.). E il Dalai Lama commenta che le calunnie e le ingiurie non ferendo il nostro corpo sono cose che possiamo, sempre utilitaristicamente, sopportare: «Cosa importa la calunnia, anche se distrugge la nostra reputazione e ci priva della considerazione degli altri! La fama e i favori di cui godiamo si limitano alla durata di questa vita, non contribuiscono in nulla alle nostre esistenze future. Invece, tutte le nostre reazioni violente contro i nostri detrattori sono altrettante colpe che ci metteranno in difficoltà in futuro». Oggi, anche nei rotocalchi si afferma tutta l’importanza che rivestono i bisogni di riconoscimento e di considerazione e quanto la sofferenza morale possa essere grave e spingere perfino al suicidio, superando i dolori fisici e lo stesso istinto di conservazione.

Dobbiamo concludere che il tanto celebrato trattato di Shantideva presenta insegnamenti formulati in un linguaggio e secondo un apparato concettuale (masochistico, minaccioso, retributivo…) molto lontani da noi, per cui, volendo tentare di fruirne si potrà provare a “tradurli” nei termini della psicologia cognitivo-comportamentale e di una meno grossolana analisi del sistema motivazionale.
Innanzitutto il tema del karma e delle rinascite. Nella storia del buddhismo è mancata un’analisi rigorosa (perché non dirlo, una buona volta?), paragonabile a quella svolta nella teologia e nella filosofia occidentali del problema libero arbitrio/predestinazione. Nel timore che la legge di causa-effetto o karma, potesse avere una lettura rigidamente fatalistica, quindi in contrasto con il cambiamento prospettato dal cammino spirituale (vedi IV nobile verità), si è voluto lasciare aperto lo spiraglio della modificazione del karma introducendo il concetto di “karma mutabile”, col risultato di ricorrere a un compromesso illusorio per sfuggire a un falso problema. Spinoza («Coloro dunque che credono di parlare o tacere o di fare qualsiasi cosa per libero decreto della Mente sognano ad occhi aperti») resta ancora inesplorato! Quanto alle rinascite, tema presente in molta parte della tradizione buddhista, una vera liberazione dal ciclo delle esistenze coerente col buddhismo mahayana può venire proprio dalla liberazione dalla concezione stessa delle rinascite. Tutto questo comporta, quindi, che non possiamo “prendere alla lettera” molte delle riflessioni di Shantideva che, purtroppo, restano ancorate a visioni tradizionali e obsolete.
In termini psicologici, le opportunità che si aprono nel corso di una terapia possono, infatti, portare il soggetto a “prendere le distanze”, a osservare in maniera meno reattiva il comportamento dell’“aggressore”, considerandolo frutto di immaturità, di uno stato patologico o di altro, e sul quale è possibile intervenire con un diverso stile di interazione, che potrà condurre a cambiamenti positivi. La diversa condizione del bodhisattva, «che ha suscitato» in sé «il pensiero del risveglio, mosso dal desiderio di rendere felici tutte le creature» (80) o quella di un soggetto motivato a un cammino terapeutico o di autosviluppo sembrano offrire occasioni di cambiamento e sottrazione ai rigidi, ordinari condizionamenti della condotta, per cui diviene possibile padroneggiare la reazione di rabbia propria e reagire senza automatismi a quella altrui, ma senza mettere in atto nessun compiacimento paradossale della presenza di avversari e senza alcuna complicità o indulgenza di fronte al danno che essi possono apportare, a noi o a terzi. Pur non cedendo all’odio, resta che possiamo/dobbiamo impegnarci a combattere e cercare di vincere il male (ciò che genera sofferenza), naturale o umano, colpevolizzandoci semmai delle nostre inerzie e pigrizie, senza aspettarci ricompense e sapendo che, in un’etica più evoluta e in una visione non-dualistica, la virtù è da considerare premio a sé stessa e non da utilizzare per procurare vantaggi, terreni o ultraterreni, ora o poi, derivanti dall’alleanza con le potenze ultramondane. Dall’età dell’umanesimo, infatti, pensiamo ormai che «non è vero che per l’agire umano sia necessario postulare l’immortalità e la ricompensa ultraterrena. La virtù è premio a sé stessa. E l’azione è tanto più virtuosa in quanto non attende altro premio che dalla virtù stessa. Sicché coloro che asseriscono che l’anima è mortale salvano il principio della virtù meglio di coloro che l’affermano immortale» (Pietro Pomponazzi, 1462-1525, De immortalitate animae).

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs

(da Le Figaro, 061011)

mercoledì 5 ottobre 2011

Buddhisti in Europa

Se vogliamo trovare una regione e un popolo in Europa con la più alta percentuale di praticanti buddhisti dobbiamo portarci nella Federazione russa e poi nella Repubblica di Calmucchia, piccola repubblica che della Federazione russa fa parte e, collocata a ovest degli Urali, geograficamente parte del continente europeo. La popolazione di questa piccola repubblica è di 293166 abitanti, di un ceppo turco-mongolo insediatosi nella regione del delta del Volga, provenendo dall’Asia centrale e più precisamente dalla regione a ovest del lago Bajkal. Qui, sconfitto il loro impero da mongoli orientali, portatisi verso occidente i calmucchi nel 1643 costituirono un regno tra il basso Volga e il Don. Ma, alla fine del XVIII secolo, vessati dai russi, molti decisero di ritornare nella terra delle origini. Quelli di loro che rimasero in Russia furono detti Kalmyks, cioè "quelli che sono restati". Numerosi di loro, oppostisi alla rivoluzione bolscevica (Lenin aveva ascendenti calmucchi!) si schierarono con l’armata dei russi “bianchi”, per cui dovettero successivamente fuggire dalla Russia. La Calmucchia divenne repubblica nel 1935, ma a causa del risentimento per i disastri provocati dal regime comunista con la collettivizzazione forzata, nelle seconda guerra mondiale i calmucchi si schierarono coi tedeschi e fu formata la Kalmucken Kavallerie Korps. Dopo il conflitto, la vendetta sovietica realizzò una feroce pulizia etnica, rimasta sconosciuta all’esterno, con deportazione in massa di tutta la popolazione in Siberia, in pieno inverno, su carri bestiame (un vagone è oggi conservato come monumento alla memoria del massacro). La Repubblica fu soppressa, metà della popolazione morì nel viaggio e la cultura e la  lingua disperse. Il ritorno dei sopravvissuti fu poi consentito da Khrushchev e la repubblica ricostituita nel 1958 (con capitale Elista), ma per la libertà di culto (buddhista vajrayana) si dovette aspettare la dissoluzione dell’URSS. Oggi la religione buddhista è di nuovo fiorente, alcuni tempi ricostruiti e i pochi lama svolgono, oltre alla guida spirituale, anche le funzioni di medici, psicologi, consiglieri.



(foto arte.tv)

venerdì 23 settembre 2011

Equinozio d'autunno (con Poussin)

Continuando a scandire il passaggio delle stagioni con la guida di Nicolas Poussin (v. post del 21 giu. 2011: Solstizio d’estate) siamo ora al quadro dedicato all’Autunno. È il tempo della raccolta dei frutti della terra e il pittore ci mostra l’uomo inserito non solo nella natura ma, anche e soprattutto, in un’altra storia: quella della salvezza. Vediamo infatti una donna raccogliere i frutti da un albero carico di doni, mentre due uomini trasportano un grosso grappolo e un’altra donna cammina in un’altra direzione, portando un cesto sul capo; sullo sfondo una città misteriosa si erge sulle rocce. Il contrasto cromatico tra i colori del cielo e i colori della terra ci invita a una lettura allegorica, a scorgere quel che l’occhio non vede. Poussin ha, infatti, ben presente un episodio biblico (narrato nel libro dei Numeri, cap. 13) in cui Mosè manda alcuni dei suoi uomini a esplorare la terra verso la quale egli vuole/deve condurre il suo popolo:

Nm 13 [17]Mosè dunque li mandò a esplorare il paese di Canaan e disse loro: «Salite attraverso il Negheb; poi salirete alla regione montana [18]e osserverete che paese sia, che popolo l'abiti, se forte o debole, se poco o molto numeroso; [19]come sia la regione che esso abita, se buona o cattiva, e come siano le città dove abita, se siano accampamenti o luoghi fortificati; [20]come sia il terreno, se fertile o sterile, se vi siano alberi o no. Siate coraggiosi e portate frutti del paese». Era il tempo in cui cominciava a maturare l'uva.   [21]Quelli dunque salirono ed esplorarono il paese dal deserto di Sin, fino a Recob, in direzione di Amat. [22]Salirono attraverso il Negheb e andarono fino a Ebron, dove erano Achiman, Sesai e Talmai, figli di Anak. Ora Ebron era stata edificata sette anni prima di Tanis in Egitto. [23]Giunsero fino alla valle di Escol, dove tagliarono un tralcio con un grappolo d'uva, che portarono in due con una stanga, e presero anche melagrane e fichi.   [24]Quel luogo fu chiamato valle di Escol a causa del grappolo d'uva che gli Israeliti vi tagliarono.

Il quadro, a questo punto, ci appare come una perfetta illustrazione del passo biblico, reinterpretabile in luce cristiana. Il grosso grappolo centrale diviene quindi simbolo del Cristo appeso alla croce e l’uva, che sarà vino, quello del suo sangue. I due alberi, uno spoglio e l’altro ricco, possono essere visti come immagini, rispettivamente, della sinagoga e della Chiesa. La donna sull’albero è la Chiesa che raccoglie i frutti dell’albero della vita, mentre la donna col cesto è la sinagoga, che cammina con un velo davanti agli occhi che non le consente di vedere né il percorso né l’albero della vita. 

venerdì 16 settembre 2011

Consolazione#5/Belli e i Confortatori


Esisteva, nella Roma papale, la Confraternita fiorentina di San Giovanni, che si era dato il compito di assistere i condannati a morte, confortarli, raccoglierne le estreme volontà, farli morire “in grazia di Dio” e poi curarne la sepoltura. Il condannato veniva accompagnato, dalle carceri (Tor di Nona, via Giulia…) al luogo dell’esecuzione (Campo de’ Fiori o piazza del Popolo…), da questa lugubre comitiva nerovestita e da un sacerdote. Chi rifiutava questo tipo di assistenza veniva, poco caritatevolmente, sepolto in terra “sconsacrata”, in fossa comune e senza riti. Come si può immaginare, questi consolatori istituzionalizzati mostravano spesso comportamenti convenzionali, stereotipati ed enfatici che non potevano sfuggire alla critica popolare e all’osservazione caustica di G. G. Belli, il quale dedicò loro il seguente sonetto intitolato, appunto, Er Confortatore (ci ricorda niente di attuale?):

Sta notte a mezza notte er carcerato
sente uprì er chiavistello de le porte,
e fasse avanti un zervo de Pilato [mandatario del tribunale]
a dije: “Er fischio [il fisco, il magistrato] te condanna a morte”.
Poi tra du’ torce de sego incerato,
co du’ guardiani e du’ bracchi de corte [sbirri],
entra un confortatore ammascherato [col saio nero e cappuccio],
coll’occhi lustri e co le guance storte [in espressione studiata].

Te l’abbraccica ar collo a l’improviso,
strillanno: “Alegri, fijo mio:
riduna le forze pe volà su in paradiso”.

“Che alegri, cazzo! Alegri la luna!”
quello arisponne: “Pozziate èsse acciso;
pijatela pe vvoi tanta furtuna”.


venerdì 9 settembre 2011

Cariatidi e dintorni#34/Roma liberty


via E. De’ Cavalieri, Roma
(foto RV)

domenica 4 settembre 2011

L'ussaro di Giono


Jean Giono (1895-1970) è stato uno scrittore che la critica ha avuto difficoltà a “collocare”, etichettandolo come autore “regionalista”, pacifista, collaborazionista, stendhaliano… La sua “maniera” è passata, infatti, attraverso una profonda mutazione, dal roman de terroir al roman moral, da una visione animistica, pampsichistica, di comunione fusionale con la natura a una consapevolezza più matura, riflessiva, tragica, di un mondo che divora le forme.
L’Ussaro sul tetto, il suo romanzo più celebre, è la storia di un ufficiale piemontese di cavalleria, carbonaro, in fuga dal suo Paese agli inizi degli anni Trenta del secolo XIX, che cerca rifugio in Francia e si imbatte nell’epidemia di colera che colpì parte dell’Europa in quel periodo. Le peregrinazioni, un amore intenso, ma più che “platonico” senza nome e non dichiarato; le viltà, crudeltà, ambizioni politiche degli uomini messi in situazioni estreme si contrappongono allo spirito cavalleresco, alla fedeltà alla propria immagine ideale, alla generosità quasi autodistruttiva  del protagonista. Il colera può essere letto come allegoria della guerra, delle malattie morali, del fascino della dissoluzione, al quale si può forse sfuggire individuando qualcosa di più forte, più bello, più seducente della morte. Come, sicuramente, la felicità dello scrivere, la narrazione fluida, le avventure, le immagini e le metafore smaglianti proprie di Giono: per esempio, «[le tegole] erano bagnate da uno sciroppo di luce quasi opaco… la scacchiera di un tetto, la seta di un muro, l’orbita di una finestra… le cinciallegre impazziscono e gettano schizzi azzurri nel sole…».
Di questo romanzo esiste un adattamento cinematografico dovuto a J.-P- Rappeneau (1995), ben interpretato (Juliette Binoche, Olivier Martinez, Gérard Depardieu, Claudio Amendola, Pierre Arditi…), curato, dignitoso anche se, come quasi sempre, troppo scarno rispetto alla ricchezza e allo stile del libro.