giovedì 13 marzo 2014

Sulla pazienza#11/La pazienza "summa virtus" cristiana


Come nel buddhismo le paramita sono qualcosa di più di semplici, ordinarie condotte buone perché illuminate dalla coscienza della Vacuità, così nel cristianesimo la pazienza diviene summa virtus, essenziale alla fede, alla speranza («La tribolazione produce pazienza, la pazienza esperienza e l’esperienza speranza», Rm 5, 3-5) e alla carità, quando è innestata nella fede in Cristo. Seguendo le osservazioni di Enzo Bianchi (in Le parole della spiritualità), innanzitutto vediamo che la Scrittura attesta che la pazienza è innanzitutto una prerogativa divina. In Es 34, 6 Dio è longanime, magnanimo, lento all’ira (cioè paziente); è un Dio che parla e, parlando, lascia tempo all’uomo per rispondere, attendendo che possa arrivare alla conversione: «Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2 Pt  3, 9). Nella passione del Figlio crocifisso si registra il massimo di distanza tra Dio che pazienta e umanità peccatrice, ma da allora la pazienza, come virtù cristiana, è un dono dello Spirito (Gal 5, 22), elargito dal Crocifisso-Risorto, «che si configura come partecipazione alle energie che provengono dall’evento pasquale» (Bianchi).
Saper pazientare significa, dunque, assumere nella propria esistenza il tempo di Dio e dell’altro, in un’opera di amore («La carità è paziente» 1 Cor 3, 4), la cui misura è nella pazienza di Cristo («Il Signore diriga i vostri cuori nell’amore di Dio e nella pazienza di Cristo», 2 Ts 3, 5).
Umile nella coscienza della incompiutezza, di sé e degli altri, la pazienza diviene speranza e attesa di salvezza, perseveranza della fede nel tempo, ancorata alla promessa che «chi persevera fino alla fine sarà salvato» (Mt 10, 22), capacità di sopportare e supportare gli altri nella fiduciosa convinzione «di essere a propria volta sostenuti dalle braccia del Cristo stese sulla croce» (Bianchi).

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