martedì 4 febbraio 2014

Pensieri di malattia#10

Ogni giorno ha già la sua pena; continuo, disciplinatamente, la terapia, senza guardare oltre: Sufficit diei malitia sua (Mt 6, 34). Addirittura l’unità di tempo si riduce, a volte, dal giorno a un’ora: fermarsi lì senza andare oltre... Dietro la decantata nobiltà della presenza mentale nel qui e ora, avverto il côté “difensivo” dell’attenzione circoscritta e vi scorgo una dimensione di viltà a cui non avevo in precedenza pensato.

Giornata della memoria: nonostante tutta la nostra buona volontà quanto rimaniamo inevitabilmente lontani dall’esperienza di chi ha subito violenza, sopraffazione, umilianti sofferenze per persecuzioni, sventure, nelle calamità naturali, nelle malattie, nelle persecuzioni, fino alla shoah! Conoscenza non è esperienza e la divisione dei nostri vissuti, biologicamente “protettiva”, ci consente, nel migliore dei casi, la nostra azione etica solidale, sempre tuttavia inadeguata e che mi pare dovrebbe essere accompagnata da una richiesta di perdono per sfuggire al senso di vergogna e di colpa per tutti i patimenti inflitti ad altri e che ci sono stati, non sapremo mai perché, risparmiati.


Non possiamo sceglierci neppure le sofferenze: ci crediamo pronti a sopportare dolori considerati “nobili” e veniamo invece confrontati con la elementarità di sofferenze che non erano nelle previsioni, fatte di vissuti faticosi, sgradevoli, umilianti... Tuttavia, la malattia mi consente di guardare ormai con tenerezza e nostalgia anche alle aborrite festività e alle piccole quotidianità sottovalutate se non disprezzate. Ricordo il bel film di Walter Ruttmann (Berlino-Sinfonia di una grande città, 1927), in cui un treno arriva al mattino a Berlino, la città si risveglia, la giornata “ordinaria” viene seguita nel succedersi delle ore e la narrazione (qui la particolare “visione” del cinema): un modo efficace per sottrarre il semplice al banale...

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