venerdì 15 ottobre 2010

Feste romane: (15 ottobre) l'October equus

Se la festa, come fenomeno religioso, ha come carattere fondamentale quello del suo essere separata dal tempo comune (quello delle ordinarie attività dominate dall’impermanenza per cui tutto si forma e si consuma, separata al pari di altre realtà attinenti alla sfera del sacro, come quelle di luoghi, oggetti, etc.) che consente, quindi, di collocarsi nella sfera “altra” della stabilità non-umana, i calendari sono gli strumenti che assicurano la sistematizzazione delle feste periodiche: strumenti, dunque, di computo del tempo ma soprattutto, e originariamente, atti a disporre le feste, legate a periodicità cosmiche e naturali, in un sistema cronologico.
Nel calendario della Roma antica il 15 ottobre riportava la festa dell’October equus, un rituale complesso che univa elementi militari, agricoli e funerari. In quella data, al Campo di Marte aveva luogo una corsa di bighe al termine della quale il cavallo destro della biga vincente veniva ucciso con un giavellotto dal Flamen Martialis,  presso l’altare di Marte. Il sacrificio aveva il significato di chiusura dell’anno militare e di conservazione delle forze vittoriose, rappresentate dall’animale vincitore. Prima di essere immolato il cavallo veniva ornato con una collana di pagnotte, allo scopo di assicurare il buon esito del raccolto. Una volta ucciso, al cavallo veniva tagliata la coda che era trasportanta di corsa dal Campo Marzio alla Regia, in modo che il sangue potesse cadere nel focolare, mentre la testa, tagliata anch’essa, veniva contesa tra gli abitanti di due quartieri: i Sacravienses (gli abitanti della Sacra via, Palatino) e i Suburenses (della Suburra, Quirinale). Al fine di assicurare prosperità e allontanamento di malattie e malefici, in caso di vittoria dei primi la testa veniva fissata al muro della Regia, nel caso di vittoria dei secondi era appesa alla Torre Mamilia. Il sangue della vittima, conservato dalle Vestali, veniva mescolato con le ceneri del feto estratto dalla vacca sacrificata in occasione di un’altra festa (Fordicidia, da forda = vacca gravida, 17 aprile) e bucce di fave (legate al mondo degli inferi, come riscatto dei vivi), a farne una mistura magica di purificazione e rinvigorimento (suffimen), gettata sul fuoco acceso sul Palatino, con successivo impiego delle ceneri residue per fumigazione purificatrice dei pastori e delle greggi o spargimento sui campi, il 21 aprile, giorno dei Parilia o Palilia (da Pales, dea della pastorizia, a sua volta da parere = partorire), festa dei pastori e anniversario della fondazione di Roma. Il suffimen svolgeva così la funzione di mettere in connessione tre feste e le divinità della guerra (Mars), dell’agricoltura (Tellus), della pastorizia (Pales) e degli inferi, mostrando un conglomerato di elementi di epoche diverse, finalizzato ad assicurare la prosperità delle campagne e la salute di uomini e animali mediante la protezione di un dio guerriero.
J. G. Frazer nel suo famoso studio della magia e della religione, Il ramo d’oro (tr. it. Torino, Einaudi, 1950), afferma che «l’uso di ornare la testa con una collana di pani e lo scopo del sacrificio, procurare un buon raccolto, indicherebbero che il cavallo ucciso era uno di quei rappresentanti dello spirito del grano […]. L’uso di tagliare la
coda corrisponde a quello africano di tagliare le code dei buoi e sacrificarle per avere un buon raccolto. Tanto a Roma che in Africa l’aimale, a quanto pare, rappresentava lo spirito del grano e il suo potere fecondatore si credeva che risiedesse specialmente nella coda».
Il grande filologo comparativista G. Dumézil, noto soprattutto per i suoi studi della sovranità nella religione e nella società proto-indo-europee, ha interpretando questa festa romana alla luce delle fonti vediche (v. Fêtes romaines d’été et d’automne, Paris, Gallimard, 1975). Il sacrificio del cavallo (skr. aśvamedha) nel mondo vedico era il re dei riti e il rito dei re, essendo il sacrificio regale offerto da un re vittorioso. Un cavallo era, da un raja che esercitava la sovranità, lasciato libero di spostarsi a suo piacimento; quando attraversava le terre di un altro raja, questo poteva o impadronirsi del cavallo, dando segno di rifiutare la sovranità e scatenare una guerra o, viveversa, lasciarlo passare senza intervenire, manifestando così la propria condizione di vassallo. Il cavallo veniva poi sacrificato dal raja in un solenne rito finalizzato ad affermare la sua sovranità sulle province vicine e ad assicurare la prosperità del regno (sul sacrificio vedico v. http://en.wikipedia.org/wiki/Ashvamedha). «Possiamo vedere in questo sacrificio l’elaborazione finale, minuziosamente dettagliata, di un lungo processo nel quale elementi prevedici, riti della fertilità, riferimenti cosmogonici, motivi sociali, fattori politici e interssi sacerdotali svolgono tutti un ruolo, dando vita a un rituale altamente elaborato e senza dubbio d’effetto» (R. Panikkar, I Veda, tr. it. Milano, BUR, 2001). Il Rg-Veda dedica due inni (I,162 e 163) all’aśvamedha, omologando il cavallo al sole e al cavallo primordiale cosmico che rappresenta l’universo. «Il contributo vedico a questo riguardo è quello di sottolineare il carattere cosmico e universale del cavallo [… che] occupa una posizione così centrale proprio perché assume in sé stesso l’intero universo e deve svolgere un ruolo vicario» (ivi).
Dumezil, con il suo studio, ha sottolineato il passato indo-europeo del popolo romano, invitandoci così a riflettere sui misteriosi e arcaici legami tra mitologie e riti presenti in contesti diversi delle nostre remote radici.

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