giovedì 18 dicembre 2008

Lealtà/fedeltà

Il 26 febbraio 1936 un migliaio di uomini, guidati da un gruppo di giovani ufficiali che contava sull’appoggio di una parte delle gerarchie militari, occupò il centro di Tokyo, uccise un ministro e qualche altra personalità pubblica, compì altri attentati più o meno andati a segno. Era l’epoca del cosiddetto fascismo del periodo imperiale (tennōsei, sistema imperiale, fashizumu, fascismo), regime costituitosi tra le due guerre mondiali e che ebbe vari ideologi, il maggiore dei quali fu KITA Ikki (1883-1937). Ma in quella occasione i generali Araki e Mazaki non si mossero a difesa degli insorti e l’imperatore — nel cui nome essi si erano ribellati — paradossalmente fu pronto nel chiedere la punizione dei rivoltosi che, circondati da marina e guardia imperiale, si arresero il 29. Due degli ufficiali si uccisero, ci furono diciannove condanne a morte, eseguite alcune subito, altre — anche per alcuni sostenitori civili tra cui lo stesso Kita — l’anno seguente.

Lo scrittore MISHIMA Yukio vari anni dopo (1961) prese spunto da questo episodio, poi denominato “l’incidente del 26 febbraio”,  per un racconto, intitolato Yūkoku [Patriottismo]. In esso si narra che il tenente Takeyama Shinji, essendosi da poco sposato, fu convinto dai suoi colleghi a non prendere parte alla ribellione. Nei giorni seguenti, fu proprio tra quelli incaricati della punizione dei colpevoli. Si profilava così uno di quei conflitti tra doveri (fedeltà/lealtà verso l’imperatore, da un lato, e fedeltà/lealtà verso gli amici, dall’altro) che ha spesso trovato, per la mentalità giapponese tradizionale, nel suicidio rituale (seppuku) l’unica tragica via di uscita. Così, infatti, decide Shinji e così la moglie Reiko (“Anch’io ho deciso. Ti chiedo il permesso di seguirti”). I due coniugi si amano con la consapevolezza dell’ultima volta, Mishima ne descrive il desiderio sessuale che fa tutt’uno con l’amore per il proprio Paese, lo splendore dei corpi (quello di lei “bianco e maestoso”, e quello di lui “dalle spalle possenti, i due scudi robusti che sembravano unirsi a formare il petto vigoroso”), la indicibile dolcezza insita nella decisione di morire, con una morte simile “in tutto e per tutto alla morte in guerra”, sul fronte dell’anima, “atto di un soldato segnato dalla perfetta lealtà”; infine, il dolore indicibile del corpo straziato. Nel tokonoma della stanza, il rotolo con una calligrafia dei due caratteri della parola shisei, perfetta sincerità/fedeltà/lealtà.

In un articolo del 1966, dedicato ancora all’“l’incidente del 26 febbraio”, Mishima parla del racconto in cui dice di aver creato “una situazione in cui il piacere fisico estremo e l’estrema sofferenza fisica sono costituiti da uno stesso principio e, attraverso ciò, aprono la via ad una suprema beatitudine”. È proprio l’unione di questi due vissuti che genera il terzo: la grande felicità e libertà dell’amore che raggiunge il culmine della purezza e dell’estasi nella prospettiva di un doloroso suicidio. Wagner, Nietzsche, Bataille...: la morte è al servizio della bellezza o la bellezza è al servizio della morte?

L’eutanasia è per noi la morte “dolce”, quella che deve avvenire senza sofferenza; il seppuku, all’interno del codice morale del bushi (aristocrazia guerriera), ha valore perché carico di sublime coraggio di fronte all’estremo dolore. Potremmo considerarla come una forma di quella che oggi si denomina “morte amica”?

Nel 1965 Mishima diresse e interpretò (nel ruolo del tenente) un cortometraggio tratto da Patriottismo, di un erotismo suggestivo e di un raccapriccio sublimato. Del film, distrutto per desiderio della vedova di Mishima, riemerse una copia nel 2005: ora le edizioni Montparnasse ce lo offrono in DVD, in un cofanetto (discalie in fr., in., giap.) dal titolo Yūkoku: rites d’amour et de mort.

Il 25 novembre 1970 Mishima, in circostanze simili a quelle del racconto, fece il suo seppuku negli uffici del generale Masuda Kanetoshi, che, insieme ad alcuni membri della “Associazione degli scudi”, aveva occupato per un’azione dimostrativa. Nonostante le esplicite volontà testamentarie, dopo la morte gli fu attribuito, secondo il costume giapponese, il titolo/nome postumo di “buddhista laico Kimitake, eccelso in arti guerriere e specchio di letteratura”. 

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