domenica 28 luglio 2013

Pensieri di malattia#1

Attraversato da grave malattia, la sfida è quella di restare consapevole, di cercare le parole per dirlo, anche se spesso sento di scivolare nel buio, quando ondate di tenebra allagano la mente. Prometeo resiste, ma non può vincere.
Se nessuno può narrare la propria morte, non meno difficile è narrare la fragilità, la vergogna, l'impotenza, della malattia. Pochi lo hanno fatto e sembra ci voglia la penna laida e impudica di Céline per parlare di febbre, vomito e diarrea. 
Tutta la vita a cercare le parole, per operare la magia della rappresentazione che faccia passare dall'oscurità ottusa e oggettiva delle cose alla luce o almeno al chiarore della soggettività (Jung: "Per quanto ci è dato conoscere, l’unico significato dell’esistenza umana è di accendere una luce nelle tenebre del puro essere"). Ma alla fine la sconfitta è assicurata, come paradossalmente ci dice Epicuro (se c'è la morte non ci sono più io), le parole saranno esaurite. A quel punto vorrei poter ancora dire: "È stato tutto un gioco di parole".

Utilizzo varie forme di meditazione. 
Hinayana: sofferenza senza sofferente; non attaccamento all’ego, lasciandolo andare incontro alle evenienze; tutto avrà un termine, anche il dolore.
Mahayana (10 modi x 10 oggetti):tutto l’universo impegnato per produrre questa situazione (sacralità e assurdo); se è vero che Dio non gioca a dadi col mondo, fin dalle più lontane origini l'universo aveva, con una catena infinita di cause e condizioni, predisposto che accadesse anche questa malattia, questa sofferenza, questa umiliazione. E sappiamo che è inutile domandarsi perché tanto "impegno", tanto accanimento per produrre queste brutture...
sguardo compassionevole sulla situazione come se si trattasse di quella di un altro (io come un altro), osservazione del comportamento di chi assiste; considerazione karmica di come sono andate le cose e delle conseguenze, etc.

Il malato, specie anziano, è un peso, un ingombro, un costo: la risposta più razionale sarebbe quella di eliminarlo al più presto, ma chi vorrebbe assumersi la responsabilità di un atto tanto leale e coerente? D'altra parte, la nostra cultura secolarizzata ha perso le categorie per capire che il malato non appartiene più alla vita ordinaria, ma è sacro, consacrato come vittima offerta in sacrificio alla tirannica volontà della vita che vuole rinnovarsi... 

Le cose, in un pudore risentito, si ritraggono come avvertendo l’atteggiamento di chi sta per abbandonarle. Chi ha visitato la casa dei morti non sembra avere più diritto di occuparsi delle cose dei vivi. Ecco perché sono necessari i riti di purificazione.

Quanto facilmente ci si dedica a improduttive ruminazioni mentali, alle più improbabili magie, al consumismo medico! In definitiva, tutti modi di metter in atto il meccanismo della seconda freccia di cui parla una parabola buddhista.

E straziante è vedere la dedizione di chi mi è vicino che, con la forza dell'amore, non si fa domande, combattendo una battaglia senza calcoli delle forze in gioco e senza fare previsioni sull'esito. 

Quanto minore il tempo che resta, tanto maggiore la sofferenza di questo spreco di vita nell'inconsistenza, nella mancanza di desiderio, in una versione perversa del qui e ora.

La malattia è stata a lungo vista come punizione: c'è forse un fondo di verità in questo. Dobbiamo pagare tutto ciò che di positivo e di bello abbiamo ricevuto, goduto, donato. La regola è sempre quella che non ci sono pasti gratis.

Situazione di debolezza e di vergogna per la perdita della propria dignità (insufficienza, mancanza di autonomia, dipendenza, riduzione delle proprie capacità di fare, sentire, produrre), che viene mitigata solo dalla paziente benevolenza con cui viene esercitata l’opera di assistenza, anche se questo genera sensi di colpa e quindi ulteriori vissuti di dipendenza. Il vissuto di limitazione e di fragilità forse può avere una qualche utilità divenendo occasione di consapevolezza per più incoscienti e arroganti dei narcisisti, affetti da sindrome di onnipotenza.

Quando mi esortano a non cedere, a non abbandonare, questi inviti, per quanto benevoli e ingenuamente estranei, mi suonano come l'ordine dato al condannato a morte purché si scavi la fossa... Il corpo si è allontanato, da un lato campo di battaglia di misteriose guerre microbiche e dall'altra palestra di virtuosismi medici, non si lascia più controllare, anzi mi controlla. Insuperata, M. Duras (in C'est tout), dice "Non sono più io ora. È qualcuno che non conosco". Si può riafferrare questo corpo estraneo? "Come fare per vivere ancora un po', ancora un po'. È tutto". 
I greci ci hanno insegnato che Il vero coraggio non è nell'affrontare la malattia, ma nel cercare la "bella morte" che previene il decadimento e dà senso alla fine. «Qualcuno che era in vita e che non è più, ecco l’assurdità, l’impensabile, la morte. Ed è quest’impensabile che bisogna evitare. Ecco dunque una soluzione alla condizione umana: trovare nella morte il mezzo di superare questa condizione umana, vincere la morte attraverso la morte stessa, facendo in modo di dare alla morte un senso che essa non ha, perché ne è completamente priva» (J.-P. Vernant).

Prender cura di sé mi ricorda un aneddoto su Gioacchino Belli che, oltre a essere il poeta vernacolare che tutti conoscono, era anche un raffinato uomo di spirito. Un giorno, quando era anziano e ammalato, un amico che era andato a trovarlo nel congedarsi gli disse: "Maestro, mi raccomando, abbia cura di sé!". E il Belli: "Ah, grazie. Sa, non me ne sarei ricordato".







Nessun commento: