sabato 1 settembre 2012

Finis vitae#3/Tra le due latenze...


L’insegnamento fondamentale e peculiare che il buddhismo ci ha dato è quello relativo alla consapevolezza dell’impermanenza di tutti i fenomeni («tutto ciò che è determinato ed escogitato è impermanente e destinato a finire», Culasuññatasutta [Piccolo discorso sulla vacuità], M.N., n° 121), per cui «proprio come i vasi di coccio fabbricati dal vasaio finiscono sempre per rompersi, così avviene con le vite dei mortali» (Suttanipata, 8, 3-4). Questa legge è ineluttabile e, afferma il Buddha, «Vi sono cinque cose che nessun asceta, nessun bramano e neppure un dio né Mara né Brahma né alcun altro al mondo è in grado di fare. Quali sono queste cinque cose? Ottenere che quanto è soggetto a invecchiare non invecchi, che quanto è soggetto a malattia non si ammali, che quanto è deperibile non sia distrutto, che quanto è soggetto a finire non finisca; ecco quanto nessun asceta, nessun bramano e neppure un dio né Mara né Brahma né alcun altro al mondo è in grado di fare» (Anguttara Nikaya, III, 58). Vano, quindi, sperare di sottrarsi alla morte: «Non in cielo né nelle profondità dell’oceano né all’interno dei crepacci nelle montagne: non v’è luogo al mondo nel quale la morte non vinca il mortale» (Dhp., 128).
Questo insegnamento è stato elaborato in vari modi dalle differenti scuole buddhiste sviluppatesi nel corso dei secoli, dando luogo a pratiche e atteggiamenti diversi. Per limitarci alla Scuola Tiantai/Tendai, vediamo come Nichiren, che in quella scuola si era formato, ne parli nel suo scritto L’eredità della Legge fondamentale della vita (in Gli scritti di Nichiren Daishon, tr. it., vol. 4, Firenze, Ass. it. Nichiren Shoshu, 1991, p. 221 s.). Citando Saicho [Dengyo Daishi], fondatore del Tendai giapponese, egli scrive: «Il Gran Maestro Dengyo disse: “Nascita e morte sono le funzioni misteriose dell’essenza della vita. La realtà fondamentale della vita sta nell’esistenza e nella non-esistenza”. Nessun fenomeno — cielo o terra, yin o yang, il sole o la luna, i cinque pianeti o qualsiasi condizione vitale da Inferno a Buddità — è libero dalla nascita e dalla morte. […] Nel Maka shikan, T’ien-t’ai [Chih-i] dice: “L’apparizione di tutte le cose è la manifestazione della loro natura intrinseca e la loro estinzione è il ritiro di tale natura nello stato di latenza”».
Il concetto di latenza può risultare molto utile per interpretare in modo corretto quanto viene detto dei fenomeni, i quali, non essendo dotati di esistenza inerente, propriamente “non nascono e non muoiono”, ma sono trasformazioni di una più profonda, noumenica realtà (quella qui denominata “essenza” o “natura intrinseca”). Tuttavia, essi sono “convenzionamente” esistenti per una mente come quella umana, anch’essa “convenzionalmente” esitente. Se poi consideriamo la catena di causa-effetto, il fenomeno “nascendo” esce dallo stato latente in cui si trovava ed entra in una serie di relazioni e di esperienze. Il fenomeno si manifesta perché tutto era pronto perché esso potesse apparire: privo di esistenza inerente, senza quelle pre-condizioni e condizioni come potrebbe, infatti, venire a essere? La latenza pre-nascita possiamo considerarla non diversa da quella in cui il fenomeno entra quando cessa di avere una esistenza individuale e diciamo che scompare, “muore”, tornando a immergersi nella sconfinata realtà universale. In questa nuova latenza non potrà più avere relazioni ed esperienze come quando era “in vita”, ma la totalità del mondo, tuttavia, dovrà “registrare” quella avvenuta presenza, risultandone inevitabilmente “cambiata”. Due latenze, dunque, fra le quali si colloca l’“assurdo” dell’esistenza, nella quale si entra e dalla quale si esce senza poter dare risposta né al perché della chiamata né a quella del licenziamento.
Facendo un salto di secoli, ritengo particolarmente suggestivo arricchire la nostra comprensione con pensieri ed espressioni di pensatori del nostro tempo, come ad es. lo storico e fenomenologo delle religioni Mircea Eliade o il filosofo Vladimir Jankélévitch che, pur collocati in contesti e tempi tanto differenti, sembrano muoversi nella stessa direzione degli antichi insegnamenti Tiantai.
Eliade, osservando come noi siamo «inseriti nella realtà del cosmo, anche se condizionati da linguaggio, società, interessi», ritiene necessario assumere «la condizione umana a partire da questa condizione fondamentale in cui i ritmi e i cicli sono dati» (La prova del labirinto, tr. it., Milano, Jaca Book, 1979, p. 108) e considerare particolarmente quel circuito eterno della vegetazione e della vita, in cui si mostra l’unità di vita e morte (p. 123). Per questo, egli osserva, «in tutte le società tradizionali la morte non era considerata come la fine assoluta, ma solo come un rito di passaggio a un nuovo modo d’essere; si potrebbe dire che la morte costituiva l’ultima esperienza iniziatica, grazie alla quale l’uomo acquisiva una nuova esistenza, puramente spirituale» (Le messi del solstizio, tr. it., Milano, Jaca Book, 1995, p. 140), una esistenza dematerializzata, priva cioè della sua evidenza corporea e, dunque, da questo punto di vista, “latente”.
Jankélévitch (1903-85), interessante figura di filosofo, titolare della cattedra di filosofia morale alla Sorbonne, ma per nulla “accademico” e sempre attento ai problemi dell’esistenza (su di lui tornerò), nella sua analisi dell’irreversibile (quel che impedisce di ritornare sui propri passi o rivivere nella sua forma primitiva un’antica esperienza) e dell’irrevocabile (ciò che impedisce che il passato sia annullato), sottolinea come il fatto d’aver fatto, il fatto che si è fatto, il fatto d’esser stato segna per sempre con la sua impronta la totalità di una vita e della vita. «Qualunque cosa succeda, nulla sarà più come prima… La storia del mondo è segnata per sempre da ciò che è avvenuto. Ciò che è avvenuto non può, non può più non essere avvenuto; quel che ha avuto luogo non può, non può più non aver avuto luogo». Di fronte a questo supermiracolo, lo stesso «miracolo della resurrezione sarebbe il più banale dei fatti di cronaca» (L’irréversible et la nostalgie, Paris, Flammarion, 1974, p. 336). Pertanto, egli conclude, «quando la morte, consacrando il fatto compiuto dell’aver-vissuto, ha messo il sigillo finale all’irreversibile-irrevocabile della nostra vita è, con l’impossibilità di rivivere, il mistero indistruttibile dell’esistenza che ha avuto il suo corso che è affermato per sempre. Ci si chiede: perché questa assurda successione di avvenimenti senza una finalità trascendente che viene chiamata la vita umana e il cui unico fine sembra essere il nulla? Paradossalmente è la morte stessa, decidendo per l’eternità, che ci salva dall’inesistenza. Tra il non-essere e il non essere più c’è tutta la distanza infinita dell’esser-stato; e nulla al mondo può ormai annullare una tale distanza. Colui che è stato non può più ormai non essere stato: ormai questo fatto misterioso e profondamente oscuro d’essere vissuto è il suo viatico per l’eternità» (ivi, p. 338 s.).
Ogni fenomeno che è esistito, che è stato chiamato dalle forze oscure della Vita a emergere dalla latenza, quando scompare, per l’azione di quelle stesse forze, lascia un segno, una traccia, un’increspatura pur minima sulla superficie del mondo… Ma questo ritengo debba valere solo come risposta al ricorrente quesito su cosa ci sia dopo la morte, non per costruire un’altra ontologia ansiolitica, una forma di “consolazione” di fronte alla tragicità della fine della capacità di sentire, di desiderare, di patire. Diceva Pavel Aleksandrovič Florenskij (Non dimenticatemi, 12 aprile 1935): «Niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo». Perché qui è il punto: l’uomo, quando ha pensato a una vita eterna per sé, ha desiderato la possibilità di conservare il suo mondo esperienziale, la sua capacità di sentire, la sua memoria, la sua identità. Questa traccia, memoriale senza memoria, in che modo si conserverà, lui spento, se non sarà più ricordata, scomparse anche la coscienza collettiva e la storia umana? Siamo ancora una volta di fronte a quel rapporto ultimo, misterioso e inafferrabile tra realtà e coscienza, tra essere ed essere conosciuto, tra priorità dell’Anima mundi o priorità del “corpo” del mondo; e ancora, si tratta di una dualità o di una inestricabile, inseparabile, coeva ed eterna unità? Dalla natura di quel rapporto tutto dipende, compresa quindi la possibilità o l’impossibilità di dare qualche risposta alla domanda fondamentale sulla nostra esistenza…

4 commenti:

PanDharma ha detto...

Il suo post mi offre una bellissima complessità di riflessioni, di emozioni, di considerazioni.
Ieri, il 2 settembre sono passati 12 anni dalla morte di mio padre - evento che ancora oggi mi trovo ad elaborare attraverso continue riconsiderazioni, attribuzioni di significato, di senso, emozioni profonde, una ricerca che mi riporta a me stesso.
Come una volta lei ci fece meditare sul respiro, cogliendo nelle varie parti di cui è composto una nascita inspiratoria - una latenza "esistente" - una morte espiratoria - una latenza "morente" (con delle reinterpretazioni mie), oggi mi chiedo se non sia possibile cogliere questo respiro nei suoi molteplici livelli dal microcosmo dei corpuscoli sub-atomici, al macrocosmo delle galassie. Mi chiedo anche quanto questo mio pensiero voglia essere "consolatorio" o speranzoso, nel distogliere il pensiero dalla tragicità del non essere più. Grazie,
un abbraccio e a presto

Riccardo ha detto...

In Coscienza e cambiamento, osservavo che la pratica del “tetralemma” o “inferenza in quattro proposizioni” o del “seguire il proprio pensiero (in quattro fasi)” (giapp.: shiku suiken) ci consente di cogliere la latenza nella concretezza del fenomeno osservato (pensiero, respiro o altro). Chih-i giustifica la scelta di tale tecnica di osservazione, in primo luogo, perché data la peculiare natura della mente, essa ci offre qualcosa di concretamente e immediatamente osservabile; in secondo luogo, perché le quattro fasi, a differenza di ogni altro possibile riferimento, sono universalmente applicabili (tutto essendo collocato nel tempo), si possono reperire in ogni momento del pensiero, durante ogni attività e sotto ogni circostanza: dunque perché no alle realtà subatomiche o alle galassie? E potremmo ricordare il “già e non ancora” della teologia cristiana, secondo la quale la salvezza è già avvenuta, ma non è ancora completa, perché Cristo si è già rivelato, ma una seconda venuta è attesa.
Dicendoci qualcosa del nostro modo di essere qui ora (tra le due latenze!) queste consapevolezze possono anche consolarci (come fa ogni vera conoscenza), ma senza ingannarci (come fanno, invece, le consolazioni manipolatrici) e senza nascondere i lati più drammatici dell’esistenza. Chih-i proponeva, infatti, questa meditazione come vera meditazione mahayana, il cui fine è nel ritorno dell’illuminato al mondo dei fenomeni, all’assoluta assolutezza dell’Uno che si fa concreto nei molti. Nichiren, che si era formato agli insegnamenti della scuola Tendai, ha l’indubbia capacità di mostrarci la traduzione nella diretta esperienza del devoto anche dei più ardui concetti di questa Scuola, per cui può essere utile leggere quanto egli scriveva in proposito: «Se guardi nella tua mente in qualsiasi istante, non puoi percepire né un colore né una forma per verificarne l’esistenza. Tuttavia non puoi neanche dire che non esista, poiché pensieri differenti l’attraversano di continuo. La vita è veramente una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti dell’esistenza e della non-esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e comunque ha le caratteristiche di ambedue. È la mistica entità della Via di Mezzo che è la realtà di tutte le cose» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, cit., IV, p. 5 s.).

alberto ha detto...

"Se tutto e' vuoto dove si posa la polvere?".....(Hui Neng).

Riccardo ha detto...

anche la polvere è vuota