sabato 7 luglio 2012

Utilità/inutilità degli esami


Esami di “maturità”. Più o meno finisce sempre così: tutti promossi, niente selezione meritocratica, todos caballeros, spese e fatiche inutili? 
Vero, ma non è più così se cambiamo il punto di vista e guardiamo a questi eventi come al residuo, mascherato e contraffatto, dei riti di passaggio, cioè di quelle procedure standardizzate, ripetitive, immodificabili che accompagnano alcuni dei momenti critici delle nostre storie esistenziali (nascita, pubertà, unione sessuale, gravidanza, paternità, morte) e, in genere, tutti i cambiamenti di stato che si realizzano nel passaggio da un gruppo umano a un altro (gruppi di età, corporazioni professionali, società segrete, etc.). I momenti di passaggio (in questo caso passaggio dall’infanzia/adolescenza all’età adulta — coincidenza quasi universale degli esami di maturità col compimento del dicittesimo anno!) sono accompagnati da crisi perché ci si viene a confrontare con una realtà che sfugge alla comprensione, al controllo e all’intervento: per questo essi sono stati tradizionalmente ritualizzati al fine di trasferirli da un dominio naturale a uno culturale. Attraverso il rito, l’avvenimento acquista una valenza socio-culturale, l’individuo assume statuto e responsabilità nuovi e l’avvenimento è ricondotto, con la ripetizione rituale, a un tempo mitico (illud tempus) in cui l’azione fu praticata da fontatori mitici; così facendo, si è ricondotti a una realtà sacra e metastorica: l’evento sottratto alla incomprensibile necessità naturale acquisisce un nuovo significato culturale /religioso.
In questa prospettiva, anche gli esami “di maturità”, privi di senso a una osservazione funzionale, laica, economicistica, assumono un possibile significato educativo e rimangono una di quelle esperienze che si ricordano in tutto il corso della vita.
Nei riti di passaggio l’antropologia ha individuato l’esistenza di una struttura tripartita, una sequenza in tre tempi in cui si possono distinguere una fase di separazione dalla condizione o gruppo precedente, una fase di segregazione, una fase finale di aggregazione che segna l’ingresso nella nuova condizione (con i corrispondenti riti preliminari, liminari, postliminari). Anche nel periodo degli esami si possono individuare tali momenti “tipici”: di separazione (fine del periodo scolare precedente), segregazione (ansiosa), con le prove di resistenza e di sfida (occorre star bene in salute, sopportare “umiliazioni”, dare prova di rispetto di regole, essere presenti agli appuntamenti, prendere parte a una recita “culturale”); di riaggregazione (la “promozione”, il “passaggio”).
A proposito di passaggi, vale la pena ricordare quello che per il pensiero simbolico è il più tipico esempio: la porta, simbolo di tutti i transiti. Essa, infatti, delimita ambienti, mondi, realtà diversi: mondo esterno e intimità della casa, pubblico e privato, luce e ombra, conosciuto e incognito, sacro e profano…; varcare una soglia (spesso sede di guardiani e divinità particolari) significa entrare in un mondo diverso da quello in cui ci si trovava prima ed è, pertanto, un atto importante, che troviamo accompagnato da riti (vedi matrimonio e morte).
Usanze tradizionali assegnavano importanza diversa alla porta principale della casa (consacrata da riti ad hoc e che bisognava proteggere dalle contaminazioni) e alle porte secondarie. La donna gravida o mestruata non poteva, ad es., passare dalla porta pricipale e il morto aveva una porta o finestra speciale (porta del morto, contraddistinta dalla strettezza e dall'avere la soglia a un livello rialzato rispetto a quello stradale; rimaneva quasi sempre murata e veniva aperta al bisogno) dalla quale veniva fatto uscire dalla casa. La gerarchia delle porte presente anche nel “nostro” mondo “maschera” i significati tradizionali con giustificazioni sociali, estetiche, igieniche.
Anche l’arco di trionfo “romano” rappresentava una porta, di fronte alla quale il trionfatore doveva compiere riti di purificazione e ringraziamento che gli consentivano di “separarsi” dal mondo nemico (col quale era stato necessariamente in un contatto contaminante) e rientrare nel mondo romano.
La cultura balinese, dominata dal contrasto tra le forze opposte del bene e del male, del maschio e della femmina, della magia bianca e della magia nera, esprime questa opposizione nelle caratteristiche porte “spaccate” (sui cui alti zoccoli varie raffigurazioni hanno il compito di allontanare gli spiriti del male in agguato sulla soglia), un simbolo tragico di lacerazione, oltrepassando il quale si può  accedere a stadi successivi di perfezione.
Gesù  (Gv 10, 9) si definisce come porta e come tale svolge la sua missione salvifica: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Egli invita a entrare «per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione» (Mt. 7, 13), ma incantevolmente sontuosa si presenta la Porta del Paradiso realizzata dai Ghiberti per il Battistero di Firenze. Comunque, contro la chiesa da Lui edificata «le porte degli inferi non prevarranno» (Mt. 16, 18). 
Tipiche le porte giapponesi (dette Torii, forse in origine sostegno di uccelli sacri, a loro volta identificati con le anime dei defunti) che individuano i santuari shintoisti e svolgono la tradizionale funzione di delimitare i due spazi, sacro e profano, segnando a volte — se messe in serie — percorsi di progressiva purificazione. I Torii sono oggi divenuti quasi il simbolo dell’identità culturale del Giappone.
Bassa, in modo che si entri col capo chino in segno d’umiltà e venga rimarcato il passaggio tra ambienti divesi, è la porta delle stanze usate per la cerimonia del tè in Giappone.
Separazioni e ritorni più o meno ritualizzati (anche nella nostra cultura “secolarizzata”) si hanno nel varcare una soglia per salire in una vettura, un’imbarcazione, una portantina per intraprendere un viaggio o, di ritorno da esso, per rientrare nel mondo proprio e consueto. L’ingresso o  l’inaugurazione di un edificio o di una casa richiedono anch’essi riti di eliminazione di tabù, sacrifici, cerimonie di lustrazione, abluzione, commensalità (nelle nostre società: posare la "prima pietra" all'inizio o esporre la bandiera al completamento della costruzione marcano tali momenti significativi; in Francia pendre la crémaillere, ossia "attaccare la catena nel camino", significa il pranzo di inaugurazione della nuova dimora).
Infine, per quanto riguarda la morte, passaggio che consente l’aggregazione del defunto alla società dei morti e l'ingresso in una diversa condizione esistenziale, vari sono i riti che interessano sia il morto che i parenti sopravvissuti, anch'essi differenziabili secondo lo schema tripartito. Ma di questo, in altra occasione.

tipica porta balinese  (foto RV)

Il Torii più turisticamente noto (da Wikipedia.it)

serie di Torii nel santuario Fushimi lnari-taisha, Kyoto(da Wikipedia.fr) 

porta della stanza del tè (foto Soshitsu Sen)

porta del morto  in casa semidiruta del XIV sec. in Montelparo (Marche) (foto RV)










1 commento:

Pino Torre ha detto...

Caro Riccardo,
così la penso sulle porte (reali e simboliche).
Ogni porta segna un confine che protegge ed alimenta l'Id-entità (es. cellula, organismo, coscienza, etc..) dall'indeterminato (alterità). Molti Rituali di PROTEZIONE simbolizzano questa funzione.
Ogni porta può segnare anche il passaggio verso altro e altrove, il trascendere, la crescita, il mutamento, la metamorfosi, la morte-rinascita (Rituali di PASSAGGIO).
Grotowsky diceva che la nostra esistenza è come un cammino lungo le stanze di un edificio sconosciuto, che esploriamo aprendo una porta per volta, senza poter fare ritorno.
Come saper scegliere le porte "giuste"??
E le sorprese non mancano mai!

Un abbraccio,
Pino.