giovedì 2 agosto 2012

Una lettera e una riflessione di Jung


Secondo la tradizione Theravada o Hinayana, il Nirvana definitivo, senza residui, può essere raggiunto solo dopo la morte, con la liberazione dal corpo, soggetto alla coproduzione condizionata e al dolore. I seguaci del Mahayana hanno, a volte, deriso tale insegnamento (che «annienta la coscienza e incenerisce il corpo», mortifica chi è in vita e promette/minaccia una continuazione di vita ai morti), ma hanno troppo spesso lasciato in ombra il tema dell’estinzione, con il conseguente tentativo di esorcizzare — attraverso l’escamotage della trasformazione (considerata secondo varie modalità: metamorfosi, rinascita, palingenesi, riciclo) — la dissoluzione e la perdita del singolo oggetto fenomenico (persona compresa) nella sua irripetibile, ancorché volatile, identità. Nella riproposizione di un atteggiamento riduzionistico, la perdita delle qualità più “elevate” viene, infatti, camuffata con l’affermazione della continuità dei “componenti” di livello “inferiore”.
Nell’insegnamento Mahayana, raggiunto il risveglio come comprensione della vera natura dei fenomeni e del mondo, attraverso l’opera (estetica, etica, conoscitiva) viene effettuata una donazione di senso e ottenuto un riscatto della sofferenza non attraverso la sua eliminazione, ma attraverso un cambiamento della sua qualità, realizzando quel che possiamo chiamare il non-soffrire di soffrire. Jung mostra di avere ben compresa la differenza tra le vie dello sviluppo spirituale percorse in Occidente e quelle dell’Oriente “nihilista”. È ben noto che, parlando dello yoga (ma il discorso ha, ovviamente, una ben più ampia portata), egli dicesse: «Il mio atteggiamento critico di rifiuto nei confronti dello yoga non significa affatto che io non consideri questa conquista spirituale dell’Oriente una delle cose più grandi mai create dallo spirito umano. Spero che dalla mia esposizione risulti con sufficiente chiarezza che la mia critica investe esclusivamente l’uso dello yoga da parte dell’occidentale. In Occidente, lo sviluppo spirituale ha seguito vie del tutto diverse da quelle dell’Oriente, preparando un terreno oltremodo sfavorevole alla pratica dello yoga» (Lo yoga e l’Occidente, 1936, in Opere, vol. 11, p. 548). In una lettera dell’anno seguente indirizzata al filosofo indiano V. Subrahmanya Iyer, egli ribadiva come le due vie si distinguano proprio nel diverso approccio alla sofferenza: «Cerchiamo continuamente di sfuggire alla sofferenza. Lo facciamo in un milione di modi diversi e nessuno di essi ha completo successo. Giungo perciò alla conclusione che una cosa fattibile sarebbe cercare di trovare per lo meno un  modo per rendere la gente capace di sopportare la sofferenza che è la sorte inevitabile di ogni vita umana. Chiunque conquista almeno la tolleranza alla sofferenza, ha già realizzato un compito quasi sovrumano» (Lettere, I, 1906-45, tr. it., Roma, Ed. Magi, 2006, p. 274). Su cosa poi significasse per lui “sopportare” si chiarisce nel ricordo, riferito dal prof. Walter Uhsadel, di un colloquio, avvenuto nel 1938 nella casa di Jung a Küsnacht, durante il quale Jung indicò una immagine della crocifissione dicendo: «Vede, questa è la cosa decisiva per noi». Quando il prof. Uhsadel gli chiese perché avesse detto così, Jung rispose: «Vengo or ora dall’India, lì ho riscoperto questo. L’uomo deve riuscire ad affrontare il problema della sofferenza. L’uomo orientale vuole sbarazzardi della sofferenza togliendosela di dosso. L’uomo occidentale tenta di reprimere la sofferenza per mezzo di droghe. La sofferenza dev’essere invece superata, ed è superata solo sopportandola. Questo lo impariamo solo da Lui» e così dicendo indicò il crocifisso (ivi, p. 275): Gesù, dunque,  non come liberatore, ma come icona del martirio (v. il film The Passion of Christ di Mel Gibson).
Se non ci si vuole ritirare dalla vita al fine di sconfiggere il dolore, se non si vuole — potremmo dire — essere “salvati a morte”, esso deve venire affrontato come parte della vita: “sopportare”, dunque, la sofferenza per sostenere la vita (o, come Jolanda Jacobi in una intervista in francese diceva, occorre sup-porter la sofferenza al fine di porter la vita). Pertanto, «dobbiamo lasciare alla sfera delle illusioni la possibilità di una redenzione totale dal dolore di questo mondo. Dopo tutto, la vita umana di Cristo, che ha valore di modello simbolico, non culmina in una beatitudine appagata, ma sulla croce. (È un fatto singolare che materialismo razionalistico e un certo cristianesimo “giocondo” si tendano fraternamente la mano in un finalismo edonistico). Il fine importa soltanto come idea, ma essenziale è l’Opus che porta al fine: esso conferisce alla durata della vita un senso, per conseguire il quale confluiscono correnti “destre e sinistre” e cooperano coscienza e inconscio» (Op. XVI, p. 210).


2 commenti:

Anonimo ha detto...

"dobbiamo lasciare alla sfera delle illusioni la possibilità di una redenzione totale dal dolore di questo mondo. [...] Il fine importa soltanto come idea, ma essenziale è l’Opus che porta al fine: esso conferisce alla durata della vita un senso, per conseguire il quale confluiscono correnti “destre e sinistre” e cooperano coscienza e inconscio."


Il desiderio, la frustrazione dello stesso, quindi il dolore e la paura conseguente, sono aspetti ineludibili della nostra presenza.

Se non c'è l'idea o l'illusione dell'appagamento del desiderio, difficilmente vi può essere la sopportazione di ciò che ne consegue.

La vita in questo è un inganno, certo è che le vie che svelano tale inganno non sono molto da meno...

Purtuttavia rimangono anche le soddisfazioni e i significati, quelli quotidiani, quelli che emergono dal frastuono dell'insensato e che danno un minimo di senso a questo o almeno ristoro.

Certo la nostra mente così affamata del "bello e del buono" può anche desiderare un iperuranio ricco solo di belle e buone forme come i cavalli, i fiori o le fanciulle o gli dèi, la generosità e la forza; ma privo delle zanzare e delle mosche, della paura, della sofferenza, del male e del brutto...

Il sogno (per alcuni intuito) dell'iperuruanio è sufficiente alla sopportazione e quindi a restare vivi, senza impazzire. Con l'iperuranio a disposizione è possibile non soffrire di soffrire (è questa la droga occidentale indicata da Jung? :)

Diversamente "lasciare alla sfera delle illusioni la possibilità di una redenzione totale dal dolore di questo mondo" è decisamente più impegnativo. Ci resta solo quel po' di significativo ristoro nel quotidiano, certo di grandissimo valore almeno per la sua rarità. Esso prende il posto dell'iperuranio e rende possibile il non soffrire di soffrire costringendoci a dilatarlo il più possibile per noi e per gli altri.

Il tema è se in fondo, davvero molto in fondo, la mente umana così generosamente avida, eticamente avida, faustianamente avida, 'prometeicamente' avida, riesca da 'sola' ( e solo per mezzo di 'qui') a trovare la sua indispensabile misura in un mondo che della misura fa la propria sopravvivenza.

Xinstalker

Riccardo ha detto...

La nostra esitenza pulsa tra vuoto/pienezza, fase appetitiva/fase consumatoria, fatica/riposo. Nasce forse così quel sogno, quella contraddizione tormentosa che ci dà una porzione e mai la totalità, da quando «Egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore» (Qoèlet, 3, 11). L’alternativa, la Totalità posseduta è la perfezione del non-Essere, la non-esistenza del mondo, la quiescenza cosmica (v. post Se un albero cade nel bosco…): ma posseduta da chi, se non c’è? e quando, se è fuori del tempo? e come, se privo di sensibilità? Noi, che (non)saremo là e che ora ci interroghiamo qui, siamo capaci di dire che abbiamo «trovato in un istante l’infinito della gioia»? (Baudelaire, SdP, IX)