mercoledì 26 agosto 2009

Marivaud, La double inconstance (1723)

Un principe fa rapire una contadina, Silvia, di cui è innamorato e che vuole sposare. Silvia ama, invece, Arlecchino, un paesano semplice e scaltro. La dama di corte Flaminia si assume il compito di separare affettivamente la coppia; riuscirà nel suo scopo, consentendo così il matrimonio del principe con Silvia, ma rimarrà presa dal suo stesso giuoco: si innamorerà di Arlecchino, uscendone, come ella stessa dice, “victorieuse et vencue” (III, 1). Questa la trama di La double inconstance, commedia nella quale convivono, a voler parlare di generi, la commedia all’italiana, quella di carattere, di improvvisazione e pastorale.

Quasi due secoli prima di Proust e di Freud, Marivaud scopre “les intermittances du coeur” e l’impossibilità di governare la nostra vita affettiva, espressione dell’inconscio: i sentimenti non sono costanti, cambiano e si trasformano senza che sappiamo veramente perché (“on n’est pas le maître de son coeur”, III, 8). Silvia dirà: l’amore per Arlecchino “est venue sans mon avis, il s’en retourne de meme”(III, 7), perché “son coeur allait plus vite qu’elle”(I, 5); la nascita di una passione è una sorpresa che turba (“mon plaisir où est-il? Il n’est ni là, ni là, je le cherche”, II, 8) e un enigma (“ce que je veux j’attends qu’on me le dise, j’en suis encore plus ignorante que vous”, II, 9). Sulla base dell’incostanza universale, niente assicura che il legame delle due coppie sarà duraturo e felice: nell’ultima battuta il furbo Arlecchino insinuerà, infatti, “Je me moque du tour que notre amitié nous a joué; patience, tantôt nous lui en joueron bien un autre” (III, 9).

Vita semplice dei villici e vita complicata della corte, il cui peso, falsità e ridicolo si palesano agli occhi del paesano, impreparato a comprendere il valore delle costruzioni simboliche, essendo fatto per altre “verità”.

Marivaud eccelle nell’arte del dialogo e nel gusto della parola, nei quali continua a vivere e si sviluppa l’arte della conversazione: “Marivaud — scrive Sainte-Beuve — ha dato la denominazione a un genere e il suo nome è divenuto sinonimo d’una certa maniera: questo solo basterebbe a provare fino a qual punto egli vi ha insistito e vi è riuscito. ‘Marivaudage’ è, da un pezzo, un termine di vocabolario”.

Lo stesso turbamento affettivo coinvolge individui appartenenti a strati sociali diversi e in latente o palese conflitto tra loro; i mascheramenti e i doppi giochi sono la norma; la simulazione e la menzogna sembrano i mezzi adeguati per far emergere la/qualche “verità”. Tutti elementi che definiscono la “modernità” di Marivaud, tant’è vero che ne ritroviamo l’impronta in opere successive: non posso non pensare, ad es., a La règle du jeu di J. Renoir.

DVD della Comédie française (mise en scène Jean-Luc Boutté, réalisation jean-Roger Cadet), 1982

Adatt. cinemtografico (mise en scène Marcel Bluwal), 1975 INA.

domenica 16 agosto 2009

Pèrseo

Di Perseo, eroe dell’antichità, dal cuore nobile, si raccontano soprattutto due mitiche imprese: l’uccisione della Gorgone Medusa e la liberazione di Andromeda. Perseo era figlio di Danae (a sua volta flglia di Acrisio e di Euridice, sovrani di Argo) e di Zeus, che l’aveva posseduta mediante la sua famosa manifestazione come pioggia d’oro (ognuno è libero di dare la propria intepretazione!). Avvertito dall’oracolo che sarebbe stato ucciso dal nipote, Acrisio prese le sue precauzioni allontanando Danae e suo figlio. Ne seguirono varie vicende, tra le quali si inserisce appunto l’uccisione di Medusa, una delle Gorgoni (Steno - la Potente, Eurialo - Colei che salta lontano, Medusa - la Regina, la sola mortale delle tre), la cui testa aveva il potere di pietrificare chi l’avesse guardata. Compiuta l’impresa e forte del potere datogli dalla testa mostruosa ormai nelle sue mani, Perseo con i suoi sandali alati, vagava portato dai venti. Giunto in Etiopia, scorse l’incantevole Andromeda, figlia del re Cefeo e di Cassiopea, legata a una roccia, vittima sacrificale, destinata a placare l’ira di Poseidone (offeso per avere Cassiopea affermato che la bellezza della figlia superava quella delle Nereidi). Perseo la salva, la sposa, sconfigge Fineo, zio pretendente ribelle, e si giunge così al lieto-fine. Perseo, Andromeda e Cassiopea daranno i loro nomi a tre costellazioni, ricordo delle loro vite e dell’amore dei due giovani. In Firenze, nella Loggia dei Lanzi, è esposta la ben nota statua di Benvenuto Cellini.

Si dice che Luigi XIV avesse personalmente scelto la leggenda di Perseo, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, per farla portare in scena dal musicista Jean-Baptiste Lully, che ne compose una tragedia lirica in 5 atti, arricchita da vari balletti, su libretto di Philippe Quinault (1682). Numerose le allegorie ed esplicita la glorificazione di Luigi XIV, identificato al potente eroe, favorito dagli dèi.

Hervé Niquet (dir.) e Marshall Pinkoski (co-direttore artistico) hanno voluto dimostrare, con la messa in scena che hanno realizzato (con la Tafelmusik Baroque Orchestra, gli Artists of Atelier Ballet, la Tafelmusik Chamber Choir), che il Persée di Lully può offrire anche oggi un godimento simile a quello di 300 anni fa (Elgin Theatre, Toronto, 2004; DVD Euroarts, 2005).

(foto da Wikipedia)


giovedì 13 agosto 2009

Cariatidi e simili#13/Cariatidi al fonte battesimale

(foto RV)
Fonte battesimale ligneo del Seicento, Chiesa di S. Pietro in Montefalco Appenninico

sabato 8 agosto 2009

Cadmo e Armonia

Un episodio della vita di Cadmo, il matrimonio del mitico fondatore della città di Tebe con Armonia, è l’argomento — tratto dalle Metamorfosi di Ovidio — dell’opera Cadmus et Hermione, musica di J-B Lully su libretto di Ph. Quinaut. Grazie all’impegno congiunto del CMBV (Centre de Musique Baroque de Versailles), del MBF (Musique du Baroque Français) e del Théâtre National de l’Opéra Comique è stata realizzata e registrata. L’Orchestra, coro e danza del Poème Harmonique (direzione artistica e musicale di Vincent Dumestre) hanno saputo ricreare l'alchimia magica dello spettacolo barocco e il DVD che ne è risultato consente anche a noi di godere di una delle opere del teatro del “Grand Siècle”, realizzate a gloria del re Luigi.

Cadmo ama Armonia, figlia di Marte e di Venere, che è già promessa al gigante Dracon, per cui deve superare una serie di prove, uccidere un drago e il gigante, in una serie di scontri che vedono impegnate anche divinità olimpiche in conflitto tra loro. Ma, alla fine, l’amore trionfa e i due possono sposarsi sotto l’occhio conciliato e conciliante degli dèi, tutti presenti al banchetto nuziale, nelle sale del palazzo di Tebe, la città in cui “tutto doveva modellarsi sulla geometria dei cieli”, e dove il compagno di letto di Armonia sarebbe stato “salvatore dell’armonia del cosmo”. Cadmo e Zeus sedevano accanto versandosi vino in amicizia, in un tempo in cui tra uomini e dèi esisteva familiarità, indistinzione, condivisione e quella festa “era stata il momento del loro massimo avvicinarsi”. In quelle nozze “i termini estremi del mondo si erano tesi in un accordo visibile per un’ultima volta. Subito dopo, si erano distaccati e lacerati”. In seguito, “invitare gli dèi divenne l’atto più pericoloso, origine di offese e maledizioni, segno di un malessere ormai irriducibie tra l’alto e il basso [...]. Invitare gli dèi rovina i rapporti con loro, ma mette in moto la storia. Una vita dove gli dèi non sono invitati non vale la pena di essere vissuta. Sarà più tranquilla, ma senza storia. E si può pensare che quell’invito pericoloso sia ogni volta ordito dagli dèi stessi, che si annoiano degli uomini che non hanno storia”. Si porrà infatti il problema della giusta misura, dei modi in cui avvicinarsi e distanziarsi dal sacro (v. Blog del 16 luglio 2009). Luigi XIV li aveva individuati?

La storia di Cadmo, avo di Dioniso e di Edipo, fu, direbbe Citati, “prima felice, poi dolentissima e funesta”, ma il grande re lasciò alla Grecia un dono prezioso: l’alfabeto, col quale “i Greci si sarebbero educati a vivere gli dèi nel silenzio della mente, non più nella presenza piena e normale, come ancora a lui era toccato” (R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Milano, Adelphi, 1988).

mercoledì 29 luglio 2009

Cariatidi e simili#12/Parigi


Portatrici d’acqua (rue de l’Estrapade)


e di luce (le torchères di F. Chabaut, rue Halévy, Opéra Garnier)


(foto RV)

domenica 26 luglio 2009

Schermaglie#9/Vivere la Vacuità/Ozu, Akibyori (Tardo autunno), 1960

Anche in questo film il soggetto è costituito dalla preoccupazione per una figlia in età da marito. Questa volta però la relazione familiare fondamentale è tra la madre-vedova e la figlia, mentre quelli che sembrano più impegnati per risolvere il problema sono tre amici del padre morto. Fino a quando non verrà fatto credere che la madre è pronta a risposarsi la figlia non si deciderà al grande passo (non accettando di abbandonare la madre a una vita di solitudine), dopo essere passata per una fase di indignazione per la scelta della madre giudicata immorale, vista come tradimento della memoria del padre. Dopo la riconciliazione, in nome di una condotta non-egoistica, la madre confesserà e la storia può concludersi con una di quelle indimenticabili scene di Ozu, in cui la madre, ormai conciliata con l’inconciliabile, contempla il suo futuro di solitudine in un atteggiamento di composta malinconia. Non è passiva rassegnazione, ma l’assunzione dignitosa di responsabilità di fronte all’ineluttabilità degli eventi che rispondono a una Legge che trascende la volontà e i sentimenti degli uomini (per questo si parla di “trascendente” nel cinema di Ozu).
Gli innumerevoli aspetti formali (ancora i treni, l’effetto cornice — inquadratura fissa che sottolinea l’immutabilità dell’impermanenza! — i particolari di oggetti e situazioni “ordinari”) e narrativi (gli ambienti modesti e tutti uguali, la divisione dei luoghi dove trovano espressione gli affetti, la casa; le confidenze e i ricordi tra amici, i bar; le attività sociali, luoghi di lavoro), gli “accenni” a una natura “accogliente” che fa da sfondo tranquillo alla malinconia dei distacchi e delle perdite, sono gli usuali “ingredienti” usati da Ozu per offrirci questi capovolavori di consapevolezza, in cui la ripetizione conduce al di là delle vicende per offrire uno sguardo “altro” sulla condizione umana.

martedì 21 luglio 2009

Curanderos, buddhisti inconsapevoli?

Molti europei, ogni anno, si recano in Perù per un “viaggio” all’interno della propria mente/anima sotto la guida di sciamani/guaritori. Viene loro somministrata una bevanda, detta “Ayahuasca” (o liana amara), che si compone di estratti di piante, principalmente da una liana del genere Banisteriopsis e da altre foglie. Questa miscela è stata ed è studiata dal punto di vista farmacologico, ma quel che ho trovato più interessante è che alle due componenti vengano attribuiti effetti, a una, se posso riassumere, di “energia” e, all’altra, di “visione”. Dice uno sciamano, intervistato: la prima da sola non serve a niente e la seconda da sola non fa “vedere” nulla, per cui occorre miscelarle. Come non pensare all’unione di shamatha e vipashyana, secondo gli insegnamenti spirituali dell’Onorato dal mondo?

domenica 19 luglio 2009

Gioco ermeneutico#2/Fedone


Il celebre dialogo platonico Fedone inizia con la richiesta che Echecrate, uno dei pitagorici di Fliunte, rivolge a Fedone di narrargli del giorno in cui Socrate bevve nel carcere il farmaco che lo condusse alla morte. Più volte, ci si sofferma sulla presenza di allievi e amici in quel giorno, quasi per autenticare il racconto (come nei sutra buddhisti in cui all’inizio si dichiara: “Così ho udito”). Fedone elenca pertanto alcuni dei presenti e aggiunge: “Platone, credo, era ammalato”. Dunque, Platone era assente e l’Autore del dialogo, cioè Platone stesso, introduce la parola “credo”, quasi per una lieve attenuazione dubitativa, ma non dà altre informazioni.

A questo punto, ci domandiamo: come possiamo interpretare l’assenza di uno dei discepoli più significativi dalla scena finale della vita e dell’insegnamento di Socrate? Se, come tutto lascia supporre, si trattava di una malattia “diplomatica”, perché questo espediente?

La morte di Socrate di Jacques-Louis David (1748-1825): la figura a sinistra, probabilmente Platone, comunque incluso dal pittore nella scena.

giovedì 16 luglio 2009

Sul rendere "commestibile"

“Qualunque sia la loro preparazione, i gamberi devono sempre essere ben lavati e privati del loro intestino, la cui estremità si trova al centro della coda: la si afferra con la punta di un piccolo coltello e la si estrae con delicatezza, perché non si spezzi. Questa operazione va compiuta solo nel momento in cui si stanno per cuocere i gamberi”, Auguste Escoffier (1846-1935), Il grande libro della cucina francese, tr. it., Roma, Newton & Compton Editori, 2001. Furio Jesi, studioso di mitologia e germanistica, è partito da questa raccomandazione del sommo cuoco francese per alcune considerazioni di grande capacità penetrativa e applicabili in vari contesti. Costruendo un’analogia tra analisi del mito e preparazione del gambero, egli scriveva: “Aver fame di miti: vuol dire prepararsi a mangiare i miti quando deporranno le loro corazze. Poiché altrimenti sono immangiabili. Si tratta di sgusciare dei gamberi, già bolliti al fuoco della cerca affinché assumessero cuocendo il colore rosso che è l’oggetto vero della nostra fame. Questo colore rosso è il colore di ciò che è morto e, morendo, assume il colore di ciò che è vivo, maturo, piacevolmente commestibile. Lo scopo della moderna scienza del mito o della mitologia, lo scopo dei mitologi moderni, è questo: avere sulla tavola qualcosa di molto appetitoso, che senza esitare si direbbe vivo, ma che è morto e che, quando era vivo, non possedeva un colore così gradevole. Il colore della vita non è una prerogativa molto frequente di ciò che è vivo. Ciò che è vivo non è sovente molto commestibile per noi e il colore della vita è ai nostri occhi il colore di quel che mangiamo con viva soddisfazione” (Materiali mitologici, Torino, Einaudi, 1979). Cosa devono “perdere” il sacro, il corpo, la coscienza... per divenire “commestibili”?

mercoledì 1 luglio 2009

Cariatidi#11/un angelo a Parigi


(foto RV)
Un angelo è rimasto impigliato, in rue de Turbigo (Parigi), tra lampioni, alberi, balconi e biciclette. Così bello e diverso, non può rimanere lì: cerchiamo di liberarlo.


Réversibilité

Ange plein de gaieté, connaissez-vous l’angoisse,


La honte, les remords, les sanglots, les ennuis,


Et les vagues terreurs de ces affreuses nuits


Qui compriment le coeur comme un papier qu’on froisse?


Ange plein de gaieté, connaissez-vous l'angoisse?


Ange plein de bonté, connaissez-vous la haine,


Les poings crispés dans l'ombre et les larmes de fiel,


Quand la Vengeance bat son infernal rappel,


Et de nos facultés se fait le capitaine?


Ange plein de bonté, connaissez-vous la haine?


Ange plein de santé, connaissez-vous les Fièvres,

Qui, le long des grands murs de l’hospice blafard,


Comme des exilés, s’en vont d’un pied traînard,


Cherchant le soleil rare et remuant les lèvres?


Ange plein de santé, connaissez-vous les Fièvres?



Ange plein de beauté, connaissez-vous les rides,


Et la peur de vieillir, et ce hideux tourment


De lire la secrète horreur du dévouement


Dans des yeux où longtemps burent nos yeux avides?

Ange plein de beauté, connaissez-vous les rides?


Ange plein de bonheur, de joie et de lumières,


David mourant aurait demandé la santé


Aux émanations de ton corps enchanté;


Mais de toi je n'implore, ange, que tes prières,


Ange plein de bonheur, de joie et de lumières !




Reversibilità

Angelo pieno di letizia, conosci tu l’angoscia,
i singhiozzi, le onte, le accidie, i pentimenti,
le notti insonni piene di confusi spaventi,
che comprimono il cuore come un foglio che viene accartocciato?
Angelo di letizia, conosci tu l’angoscia?

Angelo pieno di bontà, conosci tu l’odio, i pugni stretti dentro l’ombra e le lacrime di fiele,
quando la Vendetta suona a infernale raccolta e si fa capitano delle nostre virtù?
Angelo di bontà, conosci tu l’odio?

Angelo pieno di salute, conosci tu le Febbri, di quelli che se ne vanno lungo i muri scialbi dell’ospizio, come esuli,
con piede malfermo e con tremanti labbra cercando un raro sole?
Angelo pieno di salute, conosci tu le Febbri?

Angelo pieno di bellezza, conosci tu le rughe,
la paura d’invecchiare e quel tormento orribile di leggere in occhi, dove i nostri attinsero avidi un tempo, il segreto orrore della devozione?
Angelo di bellezza, conosci tu le rughe?

Angelo pieno di felicità, di gioia e di luci,
Davide in fin di vita avrebbe domandato
la salute agli effluvi del tuo corpo incantato,
ma a te io non chiedo, angelo, che le tue preghiere,
angelo pieno di felicità, di gioia e di luci!

Charles BAUDELAIRE

domenica 7 giugno 2009

Mezzi abili/manipolazione

Nel n. 30 di Dharma (ott. 2008) è stato pubblicato, col titolo Non nascita, non morte, il testo di un discorso del noto Maestro Thich Nhat Hanh. Come facilmente si comprende, il discorso si riferisce al tema della morte ed è svolto con un intento consolatorio (al pari di quanto fatto in analoghi scritti, quali, ad es., il vol. Il n’y a ni mort ni peur, Parigi, La Table Ronde, 2003, dello stesso autore). Diretti all’“uomo moderno” questi insegnamenti suscitano, in realtà, molti interrogativi sul tipo di didattica impiegata (con argomentazioni, metafore, cambiamenti di piano...) e sul confine tra i cosiddetti “mezzi abili”, la divulgazione e la manipolazione.

Accenno soltanto a qualche aspetto. Il Maestro entra subito con molta semplicità (o spregiudicatezza?) in una problematica molto controversa, come quella del divenire, del possibile e del necessario, che ha una storia millenaria e che viene, invece, data per risolta usando la magica parola “manifestazione”. Quando accendiamo un fiammifero non siamo noi che accendiamo la fiamma, egli dice, ma piuttosto la aiutiamo a manifestarsi. Ci sarebbe da domandarsi anche qualcosa sul manifestarsi della nostra mano che accende il fiammifero (e via all’infinito!), ma la tesi è che la fiamma si manifesta o non si manifesta; prima che apparisse non si può dire che non esistesse e dopo la scomparsa non si può dire che non esista più. Tutto è, dunque, già lì (dove?) in una sorta di presepio con tutte le figurine, che attendono solo che si accenda la luce per comparire. Poi, se tutto è preformato e predeterminato, che ne è di libertà e responabilità? Maestro, che ne facciamo degli Eleati, di Diodoro Crono, di Aristotele e di Leibniz... che tanto si sono affaticati per distinguere tra potenza e atto? Legittimo lasciarli da parte, ma non usiamo allora certi argomenti per convincerci che siamo immortali, nientemeno al pari di Gesù Cristo (i cattolici tremino per queste incursioni nella teologia dell’incarnazione!), tutti, come Lui, dotati della natura di non nascita e non morte (su questa identità con Cristo potremmo, tuttavia, scomodare Avicenna per distinguere tra l’essere necessario e l’essere possibile, tra ciò che deriva il suo essere da sé — Dio — e ciò che lo deriva da altro — le cose).

Passiamo oltre, perché tutto dovrebbe servire a consolarci delle perdite, che perdite non sarebbero poiché nulla si perde, ma tutto si trasforma (e qui si passa da Parmenide ad Eraclito!), come diceva, viene ricordato, anche Lavoisier: ma, per favore, non scherziamo con la termodinamica, che si riferisce all’energia e non alla persistenza degli oggetti. Perché qui si presenta un’altra trappola nella quale vorremmo evitare si “manifestasse” un “aiuto” a farci cadere: quella che viene dall’ignorare o confondere i diversi livelli di descrizione della realtà. Un foglio di carta brucia; si annulla? «No, questo non è niente, si è trasformato in qualcosa di diverso, prima in fumo che è salito in cielo e ha raggiunto una nuvoletta […], ma si è anche traformato in calore», etc. Di fronte alla tragicità dell’esistenza si afferma, dunque, che tutto è a posto e niente è perduto. Ma quel foglio era tante cose diverse! Innanzitutto, il testo o il disegno che poteva contenere, poi la sua struttura chimica e le proprietà fisiche, per cui quando si parla di “vera natura” a cosa ci ci si vuole riferire? Alle proprietà più “basse”, trascurando quelle più “elevate”? Ecco che il riduzionismo spunta anche dove meno uno se lo aspetterebbe! Benché gli atomi di carbonio o di idrogeno, etc. si trasferiscano da qualche altra parte quando il foglio brucia, ciò che va perso sono le dimensioni estetiche o funzionali, proprio quelle che più ci stavano a cuore. Così per le nostre vite: di fronte alla prospettiva della perdita della personalità e della coscienza, non proverei nessuna consolazione se qualcuno mi dicesse che l’acqua, il carbonio e l’azoto del mio corpo, dopo la morte, contribuiranno alla nascita (pardon: alla manifestazione!) di una bella signora olandese! Anzi, avvertirei una profonda mancanza di comprensione e di compassione in chi mi facesse un simile discorso!

Infine, non dobbiamo “identificarci”: «Questi occhi non sono me […], questo corpo non sono io […]»: certo, sono un’altra cosa, una cosa che è più di queste altre... Mai sentito parlare del principio di emergenza, introdotto all’inizio del secolo scorso, per cui affermiamo che un insieme ha proprietà che non possono ricondursi a quelle delle parti? Un organismo ha proprietà che non sono la somma delle proprietà delle cellule, queste hanno proprietà che non sono quelle delle molecole componenti e via di seguito: proprio perché non identifichiamo il tutto con le parti, non siamo contenti o indifferenti se crolla una cattedrale o brucia un dipinto, e piangiamo quando qualcuno muore.

Ormai ci sono molti studi su “maghi” e illusionisti che sanno ben usare i limiti di funzionamento del nostro sistema nervoso e delle nostre capacità di processare le informazioni. Spostare l’attenzione parlando d’altro può essere uno dei più semplici ed efficaci strumenti di manipolazione. Dunque, riflettiamo: sono questi gli insegnamenti che ci meritiamo? Nel Kalama sutta è il Buddha stesso a suggerirci una costante vigilanza.

venerdì 5 giugno 2009

Schermaglie#8/Der Letzte Mann

Der Letzte Mann (L’ultimo uomo/L’ultima risata), di F. W. Murnau, 1924, è la storia del portiere di un grande albergo, che — per ragioni di età — viene “degradato” a sorvegliante dei bagni. La perdita di ruolo e della divisa che gli assicuravano una condizione di rispettabilità nell’ambiente di lavoro e nel misero vicinato rendono il protagonista l’“ultimo degli uomini” e la sua vicenda simbolo del naufragio esistenziale. Una certa critica, “di sinistra”, col suo riduzionismo sociale ha voluto vedere nella livrea del portiere una metafora del militarismo e nel microcosmo della vita dell’hôtel la rappresentazione della spietatezza della società capitalistica. Ma la denuncia è molto più dura e diviene amara rappresentazione del dramma dell’esistenza, in cui il riconoscimento e la considerazione sono segni di affermazione, e l’affermazione condizione necessaria per il soddisfacimento dei bisogni. Tuttavia, il successo di uno porta all’insuccesso dell’altro, i poveri sono meschini come i “potenti” e anche invidiosi, non c’è posto per nessuna speranza di eliminazione della condizione esistenziale di disuguaglianza (come d’altra parte hanno mostrato tragicamente i movimenti egualitari finiti in realizzazioni storiche repressive esasperate e violente). Tutto questo è dato con una maestria delle possibilità espressive del cinema muto come raramente si è manifestata: gli atteggiamenti e le emozioni sono raccontate con immagini deformate, giochi di luce, movimenti di macchina, che hanno fatto di questo film uno dei capolavori del cinema espressionista tedesco. Di notevole valore la colonna sonora musicale originale, di G. Becce, che accompagna il film muto.
Un DVD dell’edizione restaurata, didascalie in italiano, è in edicola a un prezzo contenuto.

lunedì 1 giugno 2009

Reincarnati

Dal Corriere della sera 31 05 09: Non ha retto alla dura disciplina monacale e, una volta diventato adulto, anziché diventare maestro spirituale dei buddisti tibetani ha scelto di tornare nel suo Paese di origine, la Spagna, dove ora studia cinema, e si dichiara perfino agnostico. Osel, il bambino spagnolo che a soli 14 mesi, nel maggio del 1986, venne riconosciuto dal Lama Zopa come la reincarnazione del venerabile Lama Yeshe, dopo 12 anni trascorsi in monastero è andato a vivere a Madrid e al quotidiano El Mundo descrive la sua infanzia come «piena di sofferenze». Quando è diventato un ragazzo ha detto basta, si è tolto la tunica granata e lo scialle giallo ed ha deciso di vivere la sua vita nel mondo facendo perdere le sue tracce. Fino ad oggi, quando ha deciso di raccontare la sua storia al quotidiano spagnolo. «A 14 mesi già mi avevano riconosciuto e portato in India. Mi misero una tunica gialla e mi fecero sedere su un trono. La gente mi venerava... Mi tolsero alla mia famiglia e mi portarono in una situazione medievale nella quale ho sofferto moltissimo. Era come vivere in una bugia», racconta Osel Hita Torres che, a 24 anni, ha deciso di «riprendere il controllo» della sua vita.

Questo “fatto di cronaca” mi offre l’occasione di ribadire quanto, già anni fa (1996), espressi alla rivista dell’Unicef Il mondo domani su questa pratica che rappresenta «una violazione o addirittura una vera e propria espropriazione della personalità infantile»: in questa sorta di “trapianto” di identità non esiterei, infatti, a riconocere un abuso e una violazione dei diritti umani. Ancora una volta, si evidenzia come, alla base di pratiche come questa, risieda una concezione della soggettività assolutamente lontana dalla nostra cultura, con la quale molti buddhisti ancora esitano a confrontarsi.

domenica 17 maggio 2009

Roma barocca#7/Borromini o della perfezione

(foto RV)

La galleria prospettica, cortile di Palazzo Spada, realizzata da Francesco Borromini nel 1652-53. In soli 9 metri, attraverso il pavimento in salita, la volta in discesa, le pareti convergenti, le colonne di dimensioni decrescenti, viene prodotto un meraviglioso effetto di profondità illusiva in cui “nell’altrui inganno trionfa la forza dell’artificiosa rappresentazione” (Pietro da Cortona): un miracolo di perfezione architettonica e un’immagine di Totalità (junghiana)!

giovedì 14 maggio 2009

Shermaglie#7/Inizio d'estate

Non mi riferisco all’inizio d’estate che stiamo vivendo in questi giorni, ma al film di Yasujiro Ozu, che ha per titolo Bakushu (più letteralmente, “Tempo della raccolta dell’orzo/grano, all’inizio dell’estate”). È uno dei più belli di Ozu, centrato sulla storia delle preocupazioni familiari per una figlia in età da marito, tema ricorrente nei film del Maestro giapponese. Ma la storia è solo un pretesto per la sofferta contrapposizione tra modernità e tradizione nel Giappone del dopoguerra e, ampliando ancora lo sguardo, per presentarci una commossa visione del lento fluire delle cose, l’impermanenza e lo svanire di tutto. “Mu” (nulla) è scritto sulla tomba di Ozu e i suoi film esprimono alla perfezione la poetica del “mono no aware” (il pianto delle cose). In una visione calma e distanziata la realtà è vista nel suo fluire e quello che resta immobile è la rappresentazione, la forma nella quale il cambiamento si produce, il consapevole sguardo unificante in cui bene e male tendono a fondersi. Potremmo parlare di un “effetto cornice” all’interno della quale si vede il passare del tempo e degli eventi inevitabili, delle separazioni all’interno della famiglia, luogo elettivo di rinunce e distacchi: la fotografia che viene ripresa prima della dispora della famiglia Mamiya diviene il simbolo di questa eternità del racconto dell’impermanenza. Non c’è depressione, ma la malinconia e anche il pianto di questi martiri del quotidiano, che assistono con dignitosa umiltà al manifestarsi dello shikata-ga-nai: l’ineluttabile.Tra le immagini ricorrenti nei film di film di Ozu (biancheria, ciminiere, tazze...) ci sono sempre treni (come ha ben visto e mostrato il regista taiwanese Hsiao-Hsien, autore del Café Lumière, film da lui realizzato in omaggio a Ozu, v. qui in data 19 settembre 2008), perché il treno è il vicino simbolo dell’altrove, del luogo ideale da cui può venire uno sguardo “altro” sulla realtà.

Ozu si definiva “venditore di tofu”: esprimeva così l’umiltà di chi sa elevarsi all’altezza del proprio destino.
[Il film prende come scenario significativo l’atmosfera naturale e religiosa di Kamakura (che ospita la statua del grande Buddha Amida), da lui amata e dove aveva comprato una casetta. A Kamakura (a Kita-Kamakura, Kamakura-Nord) risiedeva e scriveva D. Suzuki, l’autore dei tanti libri che ci hanno rivelato il buddhismo giapponese]
(Kamakura: proporzioni
e umiltà; foto RV, autoscatto)


martedì 12 maggio 2009

Unde mala?

Fin dall’antichità classica era parsa evidente la difficoltà di conciliare la presenza del male nel mondo con l’idea di una divinità buona e onnipotente. Nel suo famoso tetralemma Epicuro osservava: “La divinità o vuole abolire il male e non può; o può e non vuole; o non vuole né può; o vuole e può. Se vuole e non può, bisogna ammettere che sia impotente, il che è in contrasto con la nozione di divinità; se può e non vuole, che sia malvagia, il che è ugualmente estraneo all'essenza divina; se non vuole e non può, che sia insieme impotente e malvagia; se poi vuole e può, sola cosa conveniente allla sua essenza, donde provengono i mali e perché non li abolisce?”

Gli interrogativi di Epicuro, ripresi da Pierre Bayle (1647-1706), provocarono la “risposta” di Leibniz, che introdusse il termine teodicea per la sua tesi giustificazionista di Dio di fronte al male. Tale teoria fu avversata da Voltaire e confutata da Kant. Il tremendo terremoto di Lisbona del 1756 spinse Voltaire a scrivere il Poème sur le désastre de Lisbonne, in cui lucidamente esprime i suoi dubbi sull’organizzazione razionale del mondo. Essendo fortunatamente disponibili in rete sia il testo originale (http://fr.wikisource.org/wiki/Poème_sur_le_désastre_de_Lisbonne) sia una traduzione italiana (http://digilander.libero.it/hyroniche/poema.htm), rimando con piacere ad essi per approfondire la riflessione già qui avviata in data 8 aprile 2009.

Voltaire ne trattò ancora nel suo Dictionnaire philosophique portatif (oltre che nel Candide) e la discussione teologica sul tema continua. Due sole segnalazioni: Forme e figure del male “dopo” la teodicea (Teologia e filosofia, 1995, n. 2) e Cristianesimo senza teodicea?, Stresa, Edizioni rosminiane Sodalitas, 2004.

venerdì 8 maggio 2009

Modi di dire#1/Baciapile

(su richiesta) Pila è la vaschetta per l'acqua benedetta presente nelle chiese. Baciapile è chi, baciando le acquasantiere, vuole ostentare la propria devozione.

mercoledì 6 maggio 2009

Mistica belliana

In un sonetto del 1834 Giuseppe Gioachino Belli ci offriva la sua visione dei "misteri della fede"

Er frutto de la predica

Letto ch’ebbe er Vangelo, in piede in piede/quer bon padre Curato tanto dotto/se piantò cco le chiappe sul paliotto/a spiegà li misteri de la fede./Ce li vortò de sopra e poi de sotto:/ciariccontò la cosa come agnede;/e de bone raggione ce ne diede/piú assai de sei via otto quarantotto./Riccontò ’na carretta de parabbole,/e ce ne fece poi la spiegazzione,/come fa er Casamia doppo le gabbole (1)./Inzomma, da la predica de jeri,/gira che t’ariggira, in concrusione/venissimo a capí che ssò misteri.



(1) cabale dell’astronomo Casamia per il gioco del lotto

martedì 5 maggio 2009

Caraiatidi#10/Nike Coppedè


Sembra spiccare il volo dall’attico della torretta di sinistra dei “Palazzi degli Ambasciatori” (Coppedè), lato via Tagliamento (Roma), la Nike alata, collocata su uno sfondo musivo. Sorregge delle palme con le mani e poggia i piedi su una piccola carena, antistante un sipario di nubi-onde. Più in basso balcone con due puttini e due teste di ariete (foto RV).

lunedì 4 maggio 2009

Il riflesso di scopo

In una relazione al Congresso di pedagogia sperimentale, tenutosi a Pietroburgo nel 1916, Pavlov riferiva che l’analisi dell’attività nervosa degli animali e degli esseri umani lo aveva portato a evidenziare, tra i tanti riflessi, l’esistenza di uno particolare, da lui denominato “riflesso di scopo”, attraverso il quale si esprime “il desiderio di raggiungere un determinato oggetto eccitante”. Secondo Pavlov la più tipica, diffusa, meglio analizzabile forma del riflesso di scopo è rappresentata dal desiderio di collezionare, di riunire gli elementi di un insieme, desiderio che spinge spesso a raccogliere “cose di scaso interesse, senza altro valore che quello di gratificare la tendenza a collezionare”. Tutta la vita consiste nella realizzazione di uno scopo, che dal punto di vita biologico, è — come si sa — nient’altro che la preservazione della vita stessa. Questo “riflesso generale” si articola poi in riflessi particolari, come il riflesso di nutrizione o di individuazione (ricerca degli oggetti). Questo spiega la nostra tendenza a esaminare, osservare, toccare gli oggetti coi quali veniamo in contatto per verificarne la loro adeguatezza ai nostri scopi: “possiamo renderci conto di quanto sia forte ed impellente la nostra tendenza a toccare un oggetto che ci interessa dagli ostacoli, dalle proibizioni, dalle ingiunzioni che sono necessarie per impedire alla gente, anche culturalmente elevata, di toccare la merce esposta nei negozi”. Riflesso di presa, riflesso di nutrizione, riflesso di collezione... sono dunque intimamnte legati. Secondo Pavlov la vita è bella e interessante solo per chi è proteso verso mete desiderabili e il riflesso di scopo è alla base del progresso, del miglioramento e dell’evoluzione culturale. Infatti, “di ogni cosa si può fare collezione, delle cose banali come delle cose importanti: di comodità (il fine delle persone pratiche), come di leggi giuste (l’aspirazione degli statisti), di nozioni ( lo scopo delle persone colte), come di scoperte (i tesori dello scienziato) e di virtù (l’ideale delle persone rette)”. Come tutti gli altri riflessi anche il riflesso di scopo può venire indebolito o estinto (secondo i meccanismi neurofisiologici dell’inibizione), potendosi quindi produrre forme patologiche depressive o anche, in una utilizzazione intenzionale positiva per correggere comportamenti devianti (dipendenze, comportamenti disadattati, etc.). “Se ognuno di noi nel suo intimo avrà cura di questo riflesso come della parte più preziosa del suo essere, se i genitori e gli insegnanti di ogni tipo avranno come problema fondamentale quello di rafforzare e di sviluppare questo riflesso nelle masse che essi possono plasmare, se la nostra società e il nostro Stato daranno la possibilità reale di esercitare questo riflesso, allora noi diverremo ciò che possiamo e dobbiamo essere”. Penso a quante possibilità operative possa offrire questo fondamentale “strumento” nei campi della comunicazione e della pubblicità, nelle relazioni di aiuto a tossicodipendenti e giocatori, soggetti sessualmente disturbati, in pedagogia, etc. Purtroppo, come è accaduto per altre intuizioni pavloviane, il riflesso di scopo non è stato sufficientemente valorizzato e non sono state approfondite le relazioni di esso con fenomeni e meccanismi “analoghi”, descritti da altre correnti psicologiche: tanto per esemplificare, dalla percezione delle forme (Gestalt) alla coazione a ripetere (psicoanalisi), al comportamento intenzionale (Tolman)...

martedì 28 aprile 2009

Schermaglie#6/Ballon rouge


Quando mi sposto, a piedi o in macchina, l’indicatore GPS del mio telefono localizza la posizione e mi segue dovunque con gentilezza. Ha la forma di un palloncino blu e mi sembra una versione tecnologica del Ballon rouge del superpremiato film di Albert Lamorisse (1956), che raccontava la storia di amicizia tra il piccolo Pascal, un bambino di Parigi, e un palloncino rosso che lo seguiva docilmente come un cagnolino. Così finisco per giocare anch’io, camminando con una dose in più di meraviglia...
[al film di Lamorisse si è ispirato nel 2007 il regista Hou Hsiao-hsien per Le Voyage du ballon rouge, delicato vagabondaggio psicologico-ambientale, condotto con un’osservazione distaccata e un ritmo temporale disteso che si confronta al ritmo di vita frenetico della protagonista]

sabato 25 aprile 2009

Roma barocca#5/Edicola di piazza del Monte di Pietà





È l’unica decorazione della facciata del Palazzo del Monte di Pietà, nella piazza omonima. Una lapide ricorda il trasferimento dell’istituto, voluto da Clemente VIII, nel 1604, in questa nuova sede. Nell’edicola soprastante, un bassorilievo con Cristo deposto nel sepolcro (simbolo dell’Istituto), in una nicchia dotata di ampie cornici, timpano ricurvo con un cherubino che sorregge festoni, stemmi dei papi Paolo III Farnese e Clemente VIII Aldobrandini. Ai lati della targa altri due stemmi (di Roma e del card. Pietro Aldobrandini), ghirlande, nastri, etc. (foto RV)

venerdì 24 aprile 2009

Cariatidi#9/Cancellata di Palazzo Barberini, Roma


Telamoni (di Andrea Tadolini, 1788-1868) e cancellata di Palazzo Barberini, Roma. D’Annunzio descrive come apparivano in una notte incantata dopo una nevicata: “La neve copriva tutte le verghe dei cancelli, nascondeva il ferro, componeva un'opera di ricamo più leggera e più gracile d'una filigrana che i colossi ammantati di bianco sostenevano come le querci sostengono le tele dei ragni. Il giardino fioriva a similitudine d'una selva immobile di gigli enormi e difformi, congelato; era un orto posseduto da una incantazione lunatica, un esanime paradiso di Selene. Muta, solenne, profonda, la casa dei Barberini occupava l'aria: tutti i rilievi grandeggiavano candidissimi gittando un’ombra cerulea, diafana come una luce; e quei candori e quelle ombre sovrapponevano alla vera architettura dell'edifizio il fantasma d'una prodigiosa architettura ariostèa”.

(foto RV)

domenica 19 aprile 2009

Attenzione e magia

(per Stefano C.) Illusionisti, medium, borseggiatori realizzano i loro scopi sfruttando i limiti cognitivi e attentivi dei soggetti in differenti contesti. La psicologia applicata si è da sempre interessata alla conoscenza di tali limiti negli ambiti ergonomici (per determinare quali siano i carichi attentivi sopportabili da un pilota o da un operatore di macchinari che richiedono particolare destrezza, etc.), didattici (l’attenzione degli scolari), di pubblica sicurezza, etc. Oggi tale interesse si è esteso, si è dotato di strumenti messi a disposizione dalle neuroscienze (imaging cerebrale, etc.) e si stanno utilizzando i trucchi degli illusionisti nello studio della coscienza e dei processi cognitivi in genere: ne riferiscono su Nature reviews (www.nature.com/reviews november 2008) e su Le Scienze (marzo 2009) alcuni degli sperimentatori impegnati in questo campo. Al di là di una certa soddisfazione per il lavoro di demistificazione che traspare da queste ricerche, l’interesse per questi risultati è indubbio. Tuttavia, direi che quel che viene maggiormente in luce è proprio la demistificazione dell’idea o dell’illusione che la nostra mente (o, per chi vuole, la nostra anima) abbia poteri illimitati o magici: ne risulta che alla conoscenza dei nostri limiti cognitivi, sensoriali, attentivi debba essere attribuita la stessa importanza e lo stesso valore di quella che ha avuto nella fisiologia del lavoro o dello sport lo studio dei limiti del sistema neuromuscolare, ma con una più profonda consapevolezza dei nostri confini e dei pericoli della hýbris. Più informati sulle nostre limitate possibilità, gli psicologi sarebbe poi auspicabile si dedicassero alle modalità di utilizzazione ottimale e creativa dei “mezzi” che abbiamo a disposizione e all’influenza che questi esercitano nelle nostre interazioni con l’ambiente, interessandosi maggiormente ai processi creativi, ai loro contesti culturali, ai processi immaginativi e simbolici...: il nostro udito è limitato alla banda di frequenze udibili e la vista a quella delle visibili, ma in questi limiti sono comparsi Mozart e Brahms, Giotto e Van Gogh, e, con un alfabeto di una ventina di lettere, sono state scritte la Divina Commedia e la Ricerca del tempo perduto...: la psicologia potrebbe avere molte cose da approfondire!

venerdì 17 aprile 2009

Mondo fluttuante

Nella storia del Giappone si designa come "Periodo di Edo" (1600 circa-1868) il periodo che va dalla presa del potere di Ieyasu Tokugawa alla restaurazione del potere imperiale (inizio del periodo Meiji). Poiché il periodo è quello dello shogunato del clan Tokugawa è noto anche come "periodo Tokugawa". La sede del governo militare degli shogun era appunto Edo, che poi, quando vi si trasferì l’imperatore, prese il nome di Tokyo o capitale orientale, contrapposta a Kyoto, capitale occidentale, sede della corte imperiale.

Fu un periodo di pace, che vide la progressiva perdita di influenza dell’aristocrazia militare e l’emergere di una nuova classe borghese, urbana e mercantile.

L’arte figurativa del periodo si “democratizzò” nelle sue forme (produzione di stampe: poco costose, riproducibili, facilmente trasportabili, adoperate addirittura come carta da imballaggio; calendari, carte da gioco, etc.) e nei suoi contenuti, rappresentando scene di vita quotidiana, cortigiane, attori di teatro, luoghi celebri. Questa pittura è stata designata col termine Ukiyo-e (e=immagini, ukiyo=mondo fluttuante), termine che fu adoperato per primo dallo scrittore scrittore Asai Ryoi, che intitolò il suo libro Ukiyo Monogatari (Racconti del mondo fluttuante, 1660): “vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo io chiamo ukiyo”. Si adoperò questo termine per la rappresentazione di una realtà in cui si sommano impermanenza e vacuità buddhiste, e inconsistenza, frivolezza, bellezze evanescenti, ricerca del piacere immediato e dell’effimero attimo fuggente. È un mondo che passa, "di piaceri temporanei, di teatri e ristoranti, di palestre di lotta libera e di case d’appuntamento, popolato in permanenza di attori, ballerini, cantanti, cantastorie, buffoni, cortigiane, addette ai bagni pubblici e venditori ambulanti, cui si mescolavano depravati figli di ricchi mercanti, dissoluti samurai e giovani traviati" (G. B. Samsom, Japan. A Short Cultural History, 1952). La pittura ukiyo-e fu quella che più di altre fu conosciuta e assimilata dagli artisti occidentali di Ottocento-Novecento.

Tra gli artisti più noti del periodo vanno ricordati Kitagawa Utamaro (1753-1806): donne, attori del kabuki; Katsushiga Hokusai (1760-1849) e Ando Hiroshige (1797-1858): panorami.

A Hiroshige è dedicata una grande e suggestiva mostra alla Fondazione Roma Museo, via del Corso, 320. Nella visita merita attenzione la proiezione di un documentario sulla tecnica (disegno, incisione delle matrici di legno, stampa) che richiede abilità e competenze straordinarie, tecnica che ho visto tuttora impiegata per le riproduzioni attuali (non fotografiche) delle stampe ukiyo-e.

sabato 11 aprile 2009

Ri-

James Hillman, in Trame perdute, scrive che “la sillaba chiave della cultura è il prefisso ri”. Una frase che possiamo leggere in molti modi: come ri-generarsi del cosmo (nuovo inizio del mondo, miti di fondazione...) o come ri-mettersi, ri-sanarsi, ri-stabilirsi, ri-prendersi... a livello individuale. Tempo di dolore e tempo pasquale: soffermiamoci su ri-cordo (ri-dare cuore), ri-scatto, ri-torno, ri-nascita...

mercoledì 8 aprile 2009

Anatomia della dipendenza

In questi giorni di dolore, mi torna in mente il titolo di un libro, scritto anni fa e con diversa finalità, dallo psichiatra giapponese, Takeo Doi, Anatomia della dipendenza. A fronte di tanta retorica sull’armonia con la natura, possiamo osservare quanto siamo dipendenti, dall’ambiente e dagli altri, quanto fragili e costosi siano la costruzione e il mantenimento dei nostri stili di vita, considerati quasi ovvi e conquistati invece con immensi sacrifici, in un percorso di migliaia di anni. Le “mani negative” delle pitture rupestri di trentamila anni fa lanciano la stessa invocazione delle mani dei sepolti sotto le macerie...

Il grande terremoto di Lisbona del 1755 scosse non solo la terra, ma anche le coscienze, stimolando molte riflessioni che fecero vacillare l’ottimismo leibniziano sul migliore dei mondi possibili: Voltaire ne trattò nell’indimenticabile Candide. A noi, anche se non vogliamo pensare, con Schopenhauer, di vivere nel peggiore dei mondi, il compito di riflettere sulla precarietà. Né mi pare molto consolante, di fronte a tanto dolore, pensare che “non esiste alcun bene dal quale non possa sorgere un male, e nessun male dal quale non possa sorgere un bene” (Jung): per ora, l’unico grande bene che si può constatare è quello della partecipazione, della compassione e della pietà.

domenica 5 aprile 2009

Anamorfosi

Sogno: Vedo un affresco con una figura deformata in anamorfosi [effetto di illusione ottica, per cui una immagine viene proiettata sul piano in modo distorto, tale per cui il soggetto originale sia riconoscibile solamente guardando l’immagine da una posizione precisa, da Wikipedia] e dico alla mia accompagnatrice: “Vedi, basta cambiare posizione, mettersi nella giusta prospettiva e tutto va a posto”. Messaggio dall’inconscio: (come sempre) cercare il corretto punto di vista.

venerdì 3 aprile 2009

Perché si fanno figli?

Se vogliamo indagare su alcuni dei nostri comportamenti fondamentali (alimentazione, riproduzione, movimento...) ci accorgiamo che non basta constatare che si tratta di eventi biologici, motivati da pulsioni innate (o, come si diceva in passato, dagli istinti), ma occorre individuarne le motivazioni consapevoli, quelle inconscie da decifrare portandole alla coscienza e le rappresentazioni sociali che dalla natura ci conducono alla cultura. Così, uscendo dall’ovvietà deterministica e istintuale, anche sulla base delle nuove possibilità di scelta che la civiltà tecnologica ha messo a disposizione, possiamo “osare” delle domande su qualcuno degli atti più importanti della vita, dalle conseguenze durevoli e imprevedibili, come i comportamenti riproduttivi e chiedere: “Perché si fanno figli?” È quanto ha “osato” la rivista Philosophie magazine, commissionando un sondaggio (effettuato su un campione della popolazione francese nel gennaio scorso) alla TNS Sofres. Dalle risposte delle persone interrogate, che potevano scegliere anche più di un motivo privilegiato, sono emerse tre direttive fondamentali: il piacere, il dovere, l’amore. Ossia, si fanno figli per rendere la vita più bella e gioiosa 60%, per permettere al figlio di realizzare ciò che non si è potuto fare nella propria vita; per dare continuità alla famiglia, per trasmettere valori e la propria storia 47%, fare dono della vita a qualcuno 26%, divenire adulti e assumersi responsabilità 22%, per motivi religiosi 3%; per dare intensità alla vita di coppia 22%.

Due considerazioni: la prima è che oggi ci si trova di fronte al “figlio del desiderio” (la riproduzione non è più una fatalità e per questo se ne possono indagare le motivazioni); la seconda è il diffuso sentire la genitorialità come condizione della realizzazione personale e quindi necessaria per diventare adulti (il figlio come protezione dall’infantilismo!), per cui si rivendica il diritto alla riproduzione (che si esprime anche nell’aiuto attraverso la riproduzione assistita, nel riconoscimento dell’omoparentalità, etc.). Questi motivi posso essere, a loro volta, espressioni di narcisismo o, viceversa, del desiderio di divenire responsabili nei confronti di un altro (Levinas!). Non mancano, all’opposto, i comportamenti di rifiuto (ideologia del “No Kid”) sempre in nome della propria autorealizzazione: liberazione della donna, vita di coppia più piena, libertà personale con minori vincoli.

Tra i tanti commenti, mi colpisce quello di Ėlisabeth Badinter, filosofa femminista, che, tra l’altro, dice di non finire mai di sorprendersi di fronte all’illusione che chiama fantasma educativo. Questo spinge a credere che non faremo gli errori dei nostri predecessori, che alleveremo figli felici, intelligenti e realizzati, occultando irrazionalmente tutti i conflitti, le sofferenze, le frustrazioni legate alla relazione genitori-figli. Personalmente, resto sorpreso di questa sorpresa, da cui traspare una delle tante amnesie “laicistiche”: chi ha un po’ di dimestichezza con la fenomenologia del sacro non può non vedere, nel desiderio riproduttivo, quella esigenza “archetipica” di rinnovamento periodico del mondo, che consiste in una ripresa del corso della realtà, in un reinizio della creazione che non ripara la vita usurata dal tempo, ma riporta tutto all’origine, ripetendo la creazione del mondo e riattualizzando lo stato delle forze cosmiche di “allora”, quando esse erano attive e integre. Questa spinta a esprimere l’archetipo del ri-torno ri-generante è, a mio avviso, la più potente, misteriosa, inconscia e transpersonale delle motivazioni riproduttive: la cosmizzazione dell’esistenza (assimilata ai cicli naturali) rende liturgia la sessualità, con i genitori sacerdoti della Vita e il bambino forza simbolica della trasformazione della generazione in ri-generazione del Mondo. A questo punto diviene quanto mai interessante la comprensione delle motivazioni di chi non desidera avere figli e le modalità di espressione (se non vogliamo dare per scontato che viviamo in un universo desacralizzato e impoverito) che possono venire ad avere alcune fondamentali strutture archetipiche.