Quest'anno la pasticceria Fauchon (Parigi, Place de la Madeleine) per la "Settimana dell'éclair" (v. post del 2 settembre 2013 in questo Blog), imperdibile appuntamento della rentrée, ha presentato insieme alla novità di una declinazione in forma di éclair della torta al limone verde, una riedizione dei suoi "trionfi" degli anni passati: decine di paste originali, colorate, creative, audaci, nei sapori dolci e salati. Noi che non siamo lì ci dobbiamo accontentare (?) delle immagini: eccone alcune, tra cui: foie gras e tartufo, 14 luglio, rete di cioccolato al latte, la Gioconda, la religiosa, crema di caffè al cardamomo, crema al pistacchio, le Onde del pittore giapponese Hokusai...
Blog: un’occasione per parlare di sé ma non per sé, un tentativo di arginare lo spreco di esperienze, pensieri, emozioni, offrendone qualche frammento e fidando sul potenziale di universalità che è in ognuno; per riannodare fili, stabilire legami; come mani, parole tese verso…
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venerdì 19 settembre 2014
giovedì 10 aprile 2014
Glimpses of Unfamiliar Japan#4/Il tè degli "eccentrici"
Siamo nel periodo di Edo (1603-1867), epoca che, nella periodizzazione della storia giapponese, si riferisce agli anni in cui lo shōgun (“signore della guerra”) portò di fatto la capitale da Kyoto (la “capitale
occidentale”) a Edo (letteralmente “entrata nella baia”, poi divenuta Tokyo, la
“capitale orientale”): gli anni della dominazione dei Tokugawa (1603-1853). In una cultura che ha
sostenuto e promosso il valore della formalizzazione, per cui ogni azione viene
regolata da norme (keishiki-ka) e
l’eleganza sta nel raggiungere la bellezza della/nella completa perfezione (kanzen shugi), sembrerebbe non ci possa
essere posto per l’individuo, trattandosi di una società olistica in cui tutto
appare finalizzato alla coesione sociale e al benessere collettivo. E invece,
ecco che compare una serie di individui, qualificati come “eccentrici”, distaccati dalla norma e dal
mondo, lontani dai valori comuni e che hanno tutte le carte per divenire degli
eroi letterari, con la loro “stupidità” paradossalmente sinonimo di intelligenza
e individualismo. Eremiti, lunatici, distaccati anche dalle regole della
religione, fanno della loro esistenza, col rifiuto delle norme e in fuga dai
tumulti del mondo, un elogio vivente di libertà.
Questa cultura del distacco e della valorizzazione della cura di sé, dell’ombra
(junghiana), del mondo interiore, dedito alla ricerca di una identità
personale, viene a essere oggetto di una serie di opere, che formano un genere particolare
(eremitismo letterario), come quella di Hayashi Dokkosai (1624-61), Storia di quelli che nel nostro Paese hanno
fuggito il mondo; di Gensei (prete della setta Nichiren, 1623-1668), Vite di coloro che in Giappone si sono
ritirati dal mondo; di Hotta Rekurin (medico e letterato), Biografie di folli della regione di Nagoya
(1778) e, soprattutto, di Ban Kokei (1733-1806), autore delle Kinsei kijin den (Vite di uomini eccentrici [o illustri
o straordinari] del nostro tempo,
1790). Ban Kokei apparteneva al circolo dei bunjin
o letterati (sganciati sia dalla società dei samurai sia da quella urbano-mercatile dei chonin o uomo della città), amanti della cultura cinese e che si
dedicavano alla letteratura o alle arti figurative.
Di quella “strana” letteratura sugli eccentrici del periodo di Edo ha scritto
lo studioso François Lachaud (dell’École française d’Extrême-Orient e
dell’dell’École Pratique des hautes études) nel libro, Le vieil homme qui vendait du thé – Excentricité et retrait du monde
dans le Japon du XVIIIe siècle, Paris, Les éditions du cerf,
2010 (con un Avant-propos di Jean-Noël Robert, Membre de l’Institut, prof. au
Collège de France). Per avere qualche raro esempio occidentale, in qualche modo
vicino a quelle opere, F. Lachaud (in riferimento all’“uomo singolare” di cui
parla Baudelaire nel suo Le
rêve d'un curieux,1860)
cita la raccolta intitolata Les Illuminés
(1852), in cui Gérard de Nerval tentava di rintracciare biografie di individui
singolari con ambizioni o rimpianti mistici o esoterici, e Les Excentriques (1856), di J. F. F. Husson (detto Champfleury). E a me viene in mente anche il libro Incontri con uomini straordinari di Georges I. Gurdjieff, pubblicato postumo nel 1960.
Tornando alle biografie scritte da Ban Kokei, la più lunga è quella dedicata
a Baisao (ossia “il vecchio venditore di tè”), noto anche col nome d’arte Ko
Yugai da lui adottato (1675-1763), era un monaco della scuola zen Obaku (fonte
di vivente conoscenza in terra giapponese della cultura continentale cinese); tornato
laico, divenne famoso come venditore ambulante di tè nella zona di Kyoto. E qui
viene appunto in ballo la tematica del tè. Questo non era considerato una
semplice bevanda, ma un modo di entrare, in un atteggiamento meditativo, nella
conoscenza di sé e del rapporto con il mondo, gli altri, il divino, gli
“immortali” (taoisti). La “via del tè”, com’è noto, è parte delle cosiddette
“arti giapponesi” o “arti zen”, e fu “codificata” dal Maestro Sen no Rikyu
(1522-91). Ma — agli occhi degli eccentrici del periodo di Edo — essa aveva
finito per perdere di significato per un eccesso di formalismo estetico e per
la limitatezza del distacco che offriva (circoscritto al tempo della
cerimonia), in contrasto con l’esigenza di una fuga integrale dal mondo. Si
manifestò quindi anche un diverso uso del tè: non più quello macinato (matcha) usato nella “cerimonia del tè” (chado), ma il sencha (il tè verde in foglie, da utilizzare come infuso). Baisao è
considerato il fondatore o sistematizzatore dell’arte del tè in foglie (senchado), una cerimonia più semplice,
democratica, non attaccata ai formalismi, ma non, per questo, priva di valore
spirituale, Ecco come egli stesso la illustra in questa poesia nota col titolo
popolare di Poema del tè (chashi).
Ben chiusa la mia porta di sterpi: nessun visitatore volgare.
Un cappello di seta sulla testa, metto in infusione e bevo il tè.
Nuvole di vapore blu, portate dal vento, non si disperdono.
Una luce di fiori bianchi è sulla superficie della tazza.
Prima tazza: gola e labbra umettate.
Seconda tazza: fuggo i mali della solitudine.
Una terza tazza percorre il mio ventre vuoto e vi lascia cinquemila volumi
di caratteri*!
Quarta tazza: con un lieve sudore tutte le ingiustizie del quotidiano
fuggono attraverso i pori.
Quinta tazza: pelle e ossa purificate.
Sesta tazza: comunico con gli immortali.
La settima tazza non la posso bere. Sotto le mie ascelle sento
semplicemente passare un vento puro. Dov’è il Monte Penglai**? Il Maestro del
fiume di giada*** vi torna, a cavallo di questo vento puro.
(traduzione di R. V.)
*interpreto: il tè porta nutrimento culturale.
**monte della mitologia cinese, sede degli immortali (santi/divinità
taoisti). In Giappone è stato identificato col Monte Fuji.
***si tratta di Lu Tong, poeta cinese (morto nell’anno 835), figura tutelare della vita e della poetica di Baisao. Con “giardino del fiume di giada” si indica uno stile dei giardini alla cinese, la cui paternità rimonterebbe a Lu Yu e a Lu Tong, e che i giapponesi amanti del tè cercavano di riprodurre.
***si tratta di Lu Tong, poeta cinese (morto nell’anno 835), figura tutelare della vita e della poetica di Baisao. Con “giardino del fiume di giada” si indica uno stile dei giardini alla cinese, la cui paternità rimonterebbe a Lu Yu e a Lu Tong, e che i giapponesi amanti del tè cercavano di riprodurre.
martedì 4 febbraio 2014
Pensieri di malattia#10
Ogni giorno ha già la sua pena; continuo, disciplinatamente,
la terapia, senza guardare oltre: Sufficit
diei malitia sua (Mt 6, 34). Addirittura l’unità di tempo si riduce, a
volte, dal giorno a un’ora: fermarsi lì senza andare oltre... Dietro la
decantata nobiltà della presenza mentale nel qui e ora, avverto il côté “difensivo” dell’attenzione
circoscritta e vi scorgo una dimensione di viltà a cui non avevo in precedenza
pensato.
Giornata della memoria: nonostante tutta la nostra buona
volontà quanto rimaniamo inevitabilmente lontani dall’esperienza di chi ha
subito violenza, sopraffazione, umilianti sofferenze per persecuzioni,
sventure, nelle calamità naturali, nelle malattie, nelle persecuzioni, fino
alla shoah! Conoscenza non è esperienza e la divisione dei nostri vissuti, biologicamente
“protettiva”, ci consente, nel migliore dei casi, la nostra azione etica
solidale, sempre tuttavia inadeguata e che mi pare dovrebbe essere accompagnata
da una richiesta di perdono per sfuggire al senso di vergogna e di colpa per
tutti i patimenti inflitti ad altri e che ci sono stati, non sapremo mai
perché, risparmiati.
Non possiamo sceglierci neppure le sofferenze: ci crediamo
pronti a sopportare dolori considerati “nobili” e veniamo invece confrontati
con la elementarità di sofferenze che non erano nelle previsioni, fatte di vissuti faticosi,
sgradevoli, umilianti... Tuttavia, la malattia mi consente di guardare
ormai con tenerezza e nostalgia anche alle aborrite festività e alle piccole
quotidianità sottovalutate se non disprezzate. Ricordo il bel film di Walter Ruttmann
(Berlino-Sinfonia di una grande città,
1927), in cui un treno arriva al mattino a Berlino, la città si risveglia, la
giornata “ordinaria” viene seguita nel succedersi delle ore e la narrazione (qui
la particolare “visione” del cinema): un modo efficace per sottrarre il
semplice al banale...
martedì 31 dicembre 2013
Figure della speranza#3/Almanacchi, almanacchi nuovi...
Non eadem est aetas, non
mens/L’età non è più quella, e l’animo neppure
Inizio d’anno, tempo di
calendari, lunari, almanacchi [dall’arabo al-manākh, termine col quale si indicavano tavole astronomiche]. Gli almanacchi erano
anche degli annuari, volumi con quali enti o case editrici pubblicavano, in
tempi in cui i canali di comunicazione non erano quelli di oggi, statistiche,
resoconti, bilanci. Chi ha la mia età forse ricorda l’americano The People’s Almanac (con sezioni sulle
nazioni, stranezze, sopravvissuti, etc.), il tenero Almanacco delle famiglie della Sonzogno (con ricette di cucina,
morte di personaggi storici, racconti, etc.), i più recenti Almanacco italiano della Giunti e l’Almanacco letterario Bompiani: da “consumare” vicino ai focolari di campagna o in salotto, pensando all’anno
trascorso e immaginando quello che il nuovo avrebbe apportato.
L’usanza non sfuggì a Leopardi che dedicò una delle sue Operette morali al Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere. In essa i
due si soffermano sugli anni trascorsi, nei quali si è sperimentato più male
che bene e che quindi che non si vorrebbe tornare a rivivere come,
ingenuamente, tutti di primo acchito affermano di desiderare cedendo alla
nostalgia. Meglio puntare sul futuro, che essendo ignoto, si può “sperare” sia
migliore e su questa ignoranza fondare la volontà di vivere ancora. Così il
passeggere prima confonde, poi conforta e giustifica il venditore, spacciatore
di illusioni attraverso gli almanacchi nuovi. Ed è quello che anche noi
facciamo con l’invio degli “auguri” che di anno in anno inutilmente ripetiamo,
credendo sempre meno di poter auspicare un futuro migliore, ma per testimoniare
piuttosto che non ci siamo dimenticati di chi è lontano e rassicurare del
nostro affetto chi è vicino.
Scriveva il Leopardi:
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è
segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede
chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che
gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto
il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una
cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la
vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene
voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
sabato 21 dicembre 2013
Pensieri di malattia#9
Nel Salmo 55,
18-19 a proposito dell’invocazione continua del Signore è detto: «Di sera, al
mattino, a mezzogiorno gemo e sospiro. Ed Egli ascolta la mia voce; mi salva,
mi dà pace da coloro che mi combattono». Vivo l’analogia col miserabile ritmo
che l’ammalato osserva, cercando sollievo nella lotta contro microscopici
nemici, quando assume le prescritte medicine a orari cadenzati, «di sera, al
mattino, a mezzogiorno». Tentativo di rendere liturgia questa sequenza
terapeutica...
L’ammalato si
sente colpito, ma non ucciso (per usare le parole di S. Paolo), estraniato dal mondo,
ma non uscito dal mondo: penosa sospensione. Essere, non-essere; guarigione, peggioramento...
Nella battuta di
Ceronetti «Come dice un vecchio medico: “La salute è uno stato precario
dell’uomo, che non promette niente di buono”» si cela una profonda verità. La
vita di un organismo, infatti, è sempre in un equilibrio instabile e dinamico, cosa
che comporta un lavoro costante per mantenere la omeostasi (valori ottimali delle
sue condizioni anche al variare di quelle esterne), attraverso meccanismi di
autoregolazione; quando tale autoregolazione non è più in grado di svolgere il
suo compito si va incontro alla mattia e alla morte. Così stanno le cose e non
esiste quindi una salute immobile e perfetta: ma che spreco di esistenza, di
tempo, di denaro, di lavoro assistenziale quando ci si ostina a prolungare inutilmente
una vita impoverita e dolente! La nostra cultura, con grande inconsapevolezza collettiva
rifugge dalla coscienza del funzionamento dei meccanismi biologici e spinge la
medicina all’inseguimento di un irraggiungibile sogno di benessere e immortalità,
producendo martirî non solo corporeo-esistenziali, ma ormai prevalentemente di
natura sociale. Tuttavia, alcune manifestazioni di una diversa mentalità
cominciano ad affermarsi e vogliamo credere che il futuro potrà essere meno
superstizioso e dogmatico.
Se non dovessi
confrontarmi con l’oggettività di sintomi e dati di laboratorio potrei pensare
che la malattia che sto vivendo sia solo una maligna invenzione masochistica o
un sogno dal quale mi risveglierò. In realtà, ecco un duro confronto con la trascendenza
di un corpo ostile, parte del mondo che non risponde alle nostre domande, l’assurdo...
Il peggiore “dono” che
la malattia offre è quello di far scadere a una immediatezza degradata la
nostra coscienza (regressione narcisistica) fino a oscurare il compito
fondamentale di essere coscienza del mondo. Tra le precondizioni della pratica era
per questo sempre sottolineata dagli antichi Maestri quella di trovarsi in
buono stato di salute.
Salute, malattia,
cura, medicina, sanità: attenzione ai falsi sinonimi; quanti impliciti da
spiegare, chiarire, svelare!
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