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giovedì 12 marzo 2015

Libero arbitrio: onore delle armi?

È ormai da considerare conclusa la travagliata storia del “glorioso” libero arbitrio o è ancora possibile individuare uno spazio, compatibile con gli sviluppi della psicologia e delle neuroscienze, in cui il soggetto possa riconoscere l’estrema dimora di quelle che usiamo chiamare libertà e dignità (pur senza maiuscole)? Sembra venuto il momento di ritornare proprio alla visione (hegeliana) della libertà come coscienza della necessità, una necessità per la quale il soggetto, riconosciutosi parte di una realtà più grande (dio, inconscio, mistero) possa perfino dire «Sia fatta la tua Volontà», senza tuttavia porsi in atteggiamento di passiva sudditanza e rassegnazione, e rivendicare, quando tutto è perduto (ma anche, in tono minore, nel quotidiano) la propria dignità di martire davanti a un destino di sconfitta e di morte. 
Scoprendo di essere stato indotto a macchiarsi di colpe “oggettive”, in realtà solo “errori” commessi per ignoranza (=limite) e per desiderio (=inconscio), l’autonomia del volere viene a ridimensionarsi alla possibilità di effettuare scelte intelligenti, cioè informate dall’esperienza, e, pertanto, più appropriate di quanto non sarebbero state se effettuate in uno stato “precedente”. Le attuali conoscenze psicofisiologiche inducono, infatti, sempre più a riconoscere che noi siamo, ad ogni istante, il risultato del patrimonio genetico e della nostra storia, avendo l’evoluzione prodotto, coi cervelli, macchine programmate per compiere scelte controllate e modulate dalle stesse scelte compiute. Senza predisposizione genetica e senza apprendimento non potremmo effettuare nessuna scelta né prendere alcuna decisione perché non saremmo in alcun modo motivati a compierla, come insegnava il famoso apologo dell’asino di Buridano, che morì di fame non avendo nessun motivo per scegliere tra due cumuli di fieno perfettamente eguali: una volontà che volesse essere assolutamente “libera” verrebbe a trovarsi, analogamente alla colomba di Kant che, desiderando volare senza incontrare la resistenza dell’aria, non potrebbe più volare in un vuoto senz’aria. Parleremo, pertanto, di libertà di scelta o di scelta libera quando il soggetto chiamato a scegliere si trovi esposto a una pluralità di proposte, offerte, possibilità, nel mondo degli oggetti (prodotti di provenienza, marche, confezioni diverse), in quello politico (partiti per storia, ideologia, personale differenti tra loro) o in quello delle proprie attività, opinioni, impegni; a differenza da situazioni in cui non vengano offerte opportunità molteplici (economia regolata e senza mercato, dittature politiche, società chiuse, disagi psichici vincolanti...). Al contrario, quando non  sia possibile operare selezioni in base alle proprie  preferenze, frutto della eredità biologica e della storia educativa diremo di essere in una situazione di limitazione o di mancanza di libertà. Il criterio non farà più riferimento a una ipotetica e astratta autodeterminazione, indipendente dalle leggi della natura, dai condizionamenti sociali, dalla propria “eredità”, per cui con libertà del volere intenderemo l’agire con la massima cognizione di causa e consapevolezza delle radici delle nostre motivazioni, utilizzando la conoscenza della necessità al fine della trasformazione della realtà.
Va anche aggiunto che, per i nostalgici della vecchia concezione del libero arbitrio, non risulterebbe proficuo il tentativo di ancorare questo al principio di indeterminazione (formulato negli anni Venti del secolo scorso da Werner Heisemberg): infatti, l’esistenza di un indeterminismo nel comportamento di particelle elementari in seno ai neuroni resterebbe comunque al di fuori della “responsabilità” dell’individuo, il quale non rafforzerebbe di certo la sua capacità di autodeterminazione se dovesse riconoscere che le sue decisioni sono frutto del caso anziché essere rigidamente determinate.
Se il libero arbitrio, tradizionalmente inteso, si rivela dunque soltanto un’illusione (Spinoza: «Coloro dunque che credono di parlare o tacere o di fare qualsiasi cosa per libero decreto della Mente sognano ad occhi aperti», Etica, parte III, prop. II), si può, tuttavia, riconoscere che si tratta di una illusione evolutivamente e socialmente “utile”, in quanto, a un basso livello di consapevolezza, credere di avere una volontà libera è condizione per impegnarsi nel controllo della realtà, mentre il fatalismo può arrestare l’impegno (volitivi vs abulici e depressi), come, d’altra parte, formulare regole, leggi, comandamenti migliora il nostro sentimento di “responsabilità sociale” e costituisce il fondamento degli sforzi educativi tesi a formare persone coscienziose e prudenti (vs persone egoiste e sconsiderate).
La consapevolezza che si opera nella tragedia a seguito di una qualche forma di disvelamento, la presa di coscienza che si realizza nella psicoterapia, l’insight meditativo, la perturbazione che si provocherebbe con la comunicazione a una persona di una ipotetica predizione “perfetta” del suo comportamento realizzata da un osservatore assoluto (secondo l’argomentazione del matematico e informatico Donald M. MacKay (Determinism and Free Will, con bibl., in R. L. Gregory, Ed., The Oxford Companion to the Mind, Oxford, Oxford Univ. Press, 1987), sono tutti esempi di “discontinuità” nel susseguirsi degli eventi e base anche di una possibile metafisica del finito e del limite (quella a cui Camus alludeva con le espressioni di “rivolta” o di “Sisifo felice”), discontinuità che, non va dimenticato, se apparirà “libera” nell’immediatezza del vissuto si rivelerà, tuttavia, anch’essa determinata nella successiva descrizione delle scelte effettuate. Come la fisica utilizza, per la natura della luce, sia la teoria ondulatoria che la teoria corpuscolare, psicologia e sociologia continueranno, da un lato, a studiare e indagare i comportamenti ricercandone le “cause”, mentre etica, politica, psicoterapia e pedagogia, dall’altro, eserciteranno sul soggetto la loro influenza educativa, terapeutica, “correttiva”... Molto interessante, in questa prospettiva, è il concetto giuridico di “responsabilità oggettiva”, connesso a una posizione o a un ruolo, e sganciato quindi da insondabili forme di  coscienziosità soggettiva.
I tempi sembrano, dunque, ormai maturi perché, sgombrato il campo da vecchie e illusorie visioni, ci si possa aprire a sperimentazioni di tipo nuovo in ambito pedagogico, psicoterapeutico, criminologico, etc., senza che il passaggio dalla “colpa” all’“errore” debba generare il timore ingiustificato di avallare impunità e di rinunciare a ogni forma di protezione sociale. Anzi, il riconoscimento dell’esigenza di giustizia come equilibrio sociale resta una delle nostre fondamentali motivazioni e non andrà, in questo diverso orientamento, in alcun modo trascurata, pur cambiando il significato di quella che si potrà continuare a chiamare “pena”, ma con il nuovo significato di opera di prevenzione e controllo sociale, rieducazione e cambiamento del destino personale dell’individuo “responsabile”.


sabato 12 luglio 2014

Figure della speranza#4/Pulita o sporca?

In un intervento del coro, nell’Antigone, Jean Anouilh (1942) presenta un interessante parallelo tra dramma e tragedia. Mentre il dramma lascia la strada aperta agli eventi, agli imprevisti, ai rovesciamenti delle situazioni, la tragedia è pulita, riposante, sicura, perché tutto si svolge per una necessità assoluta e ineluttabile e Anouilh fa dire qui al Coro quella frase che sarà cara agli esistenzialisti francesi: «C’est reposant, la tragédie, parce qu’on sait qu’il n’y a plus d’espoir, le sale espoir [Perché si sa che non c’è più speranza, la sporca speranza]». Antigone, contrapponendo la sua etica a quella di Creonte, ripete anche lei: «Noi siamo di quelli che pongono gli interrogativi fin in fondo. Fino a che veramente non resti più la minima possibilità di speranza vivente, la più piccola possibilità di speranza da strangolare. Noi siamo di quelli che saltano oltre quando la incontrano, la vostra speranza, la vostra cara speranza, la vostra sporca speranza». E viene sottolineata la gratuità dell’azione tragica, che porta solo alla attualizzazione del destino, con un’azione elitaria, nobile, aristocratica, nella quale non c’è da gemere, da lamentarsi, ma da gridare «a piena voce quello che si doveva dire, che non si era mai detto e che forse non si sapeva ancora. E per niente: per dirlo a sé stessi, per capirsi. Nel dramma, ci si batte perché si spera di venirne fuori. È ignobile, utilitaristico. Là è gratuito. È per i re. E non c’è più niente da tentare, alla fine». Si realizza così un salto di livello, una consapevolezza che tutto è giocato altrove  (in un destino programmato dagli dèi e agito dagli uomini) per cui «si è tutti innocenti, insomma! Non è perché uno uccide e l’altro è ucciso. È [solo] una questione di distribuzione [di ruoli]».

lunedì 9 giugno 2014

Spiritualità del finito#5/ Per te (da Tich Nhat Hanh)


Una poesia che ci ricorda come guardare, dal punto di vista dell’ichinen sanzen, le cose e le persone che ci sono vicine

PER TE
Tu: roccia, gas, nebbia, mente, mesoni viaggianti tra le galassie alla velocità della luce, tu sei venuta qui, mia amata, e i tuoi occhi neri risplendono, così belli  e profondi.
Hai seguito il cammino tracciato per te da ciò che non ha inizio e non ha fine. Mi fai capire che sulla tua strada hai attraversato milioni di nascite e morti; innumerevoli volte sei stata trasformata nelle tempeste di fuoco del cosmo; hai usato il tuo corpo per misurare l’età di montagne e di fiumi.
Ti sei manifestata come alberi, erba, farfalle, cellule e crisantemi, ma gli occhi con cui mi guardi questa mattina mi dicono che tu non sei mai morta. Il tuo sorriso m’invita al gioco di cui nessuno conosce l’inizio, il gioco del nascondere e del cercare.

(Tich Nhat Hanh, Il vecchio mendicante, tr. it., con modifiche, di R. V.)

martedì 29 aprile 2014

Spiritualità del finito#4/Dov'è la Giustizia?

Giustizia, quanto ricorre questa parola! I cittadini chiedono giustizia, un ministro della giustizia viene “discusso” e sostituito, si deve riformare la giustizia... Ma che rapporto abbiamo con la giustizia? Questa è per noi sia una virtù morale, che cerca di riconoscere i diritti altrui dando a ciascuno ciò che gli è dovuto (suum cuique tribuere), sia proprietà di un ordinamento sociale. Ci si riferisce spesso a una Giustizia con l’iniziale maiuscola, ma in che relazione ci poniamo con essa? Chi sono i “giusti” e dove risiede questa Giustizia?
Per rispondere chiediamo aiuto alla saggezza mitica. Secondo il Protagora di Platone, quando giunse «per le stirpi mortali il momento fatale della loro nascita», gli dèi ordinarono a Prometeo e a Epimeteo di distribuire alle specie animali varie facoltà, adatte alla loro sopravvivenza e utili per sfuggire al reciproco annientamento. Il malaccorto Epimeteo ottenne da Prometeo di poter fare lui la distribuzione, lasciando al fratello la supervisione.  Quando si arrivò alla specie umana, Epimeteo si accorse di aver già speso «tutte le facoltà naturali in favore degli esseri privi di ragione», per cui «non sapeva cosa fare per trarsi di imbarazzo». Prometeo si accorse che l’uomo era «nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi» e, nel suo ruolo di progenitore, benefattore, alleato dell’umanità, provvide rubando la sapienza tecnica di Efesto e di Atena insieme col fuoco — era infatti impossibile che senza il fuoco questa potesse essere acquistata o utilizzata da qualcuno — e ne fece dono all’uomo. Tale sapienza era, tuttavia, relativa al vivere, ma non era sapienza politica: «questa si trovava infatti presso Zeus, e a Prometeo non era più permesso di penetrare nell’acropoli, dimora di Zeus». Gli uomini erano così riusciti a utilizzare la voce e articolare le parole, a produrre molteplici invenzioni, ma «vivevano sparsi, ché non v’erano città. E perciò erano distrutti dalle fiere». Sorse così la necessità di collaborare e unirsi in città, «ma, una volta riunitisi, continuavano a commettere ingiustizie reciproche, dal momento che non possedevano una tecnica politica, onde nuovamente si disperdevano e morivano». Zeus, con un intervento gratuito e misericordioso, temendo che l’umanità andasse incontro alla distruzione, «inviò allora Hermes per condurre tra gli uomini il rispetto e la giustizia, perché costituissero il fondamento dell’ordine della città e un legame unificante di amicizia».
Figlia di Zeus (e Temi), che ne imponeva il rispetto agli dèi e agli uomini, la Giustizia, Dike, è sorella delle Ore (dee dell’ordine della natura) Irene (= pace) e Eunomia (= ordine), «riesce a sopraffar la violenza», ma diviene vendicatrice quando sono pronunciati giudizi ingiusti: «Si sente Dike che strepita, quando viene trascinata là dove la spingono gli uomini divoratori di doni, giudicando le controversie con la loro perversa giustizia»; allora Dike li segue «vestita di tenebra, portando agli uomini il malanno, a quelli che la respingono e non l’amministrano giusta» (Esiodo, Le opere e i giorni, 220 ss.). Vicina agli dèi e a noi non direttamente accessibile, la Giustizia (con la maiuscola!), dono divino, non è in nostro dominio e può essere pertanto solo idea regolativa, orientamento, guida: per questo, dobbiamo diffidare di coloro (sedicenti “giusti”, giustizieri e giustizialisti) che ritengono di poter instaurare o, peggio, di avere già instaurato un mondo di giustizia nel limitato e ingiusto mondo finito. Tale presunzione allontana dall’opera umana di affermazione, per piccoli e concreti passi, dell’insieme dei valori, tra i quali si collocano quelli di compassione, rispetto, benevolenza, e che ci fanno uscire da quel perverso legame tra menzogna e terrore che ha caratterizzato gli sterminî giacobini e quelli dei totalitarismi del Novecento. Per una spiritualità del finito non c’è la “grande bellezza”, ma particolari determinate armonie; non c’è la verità assoluta, ma concrete e limitate conoscenze; non c’è il mondo giusto, ma precise e circoscritte azioni morali: considerando il corso dei secoli è proprio la somma di tali azioni, limitate ma efficaci e non i perniciosi furori degli utopisti, che può attestare la lenta evoluzione che l’umanità ha compiuto, cercando di passare, sia pure con molteplici regressioni, dall’età del ferro a quella del... verbo. La fede nella giustizia (minuscola!) non poggia, pertanto, su Verità assolute o su presunte leggi della storia, ma scaturisce dalla forza invincibile del sentimento di libertà, equità, riconoscimento, che risiede nei nostri cuori, ci consente di dire, con l’Evangelista, Videbam Satanam sicut fulgur de caelo cadentem (Lc 10, 18) e vedere i violenti, mercenari, monatti, delatori, prepotenti e impostori, come ormai già caduti...

giovedì 13 marzo 2014

Sulla pazienza#11/La pazienza "summa virtus" cristiana


Come nel buddhismo le paramita sono qualcosa di più di semplici, ordinarie condotte buone perché illuminate dalla coscienza della Vacuità, così nel cristianesimo la pazienza diviene summa virtus, essenziale alla fede, alla speranza («La tribolazione produce pazienza, la pazienza esperienza e l’esperienza speranza», Rm 5, 3-5) e alla carità, quando è innestata nella fede in Cristo. Seguendo le osservazioni di Enzo Bianchi (in Le parole della spiritualità), innanzitutto vediamo che la Scrittura attesta che la pazienza è innanzitutto una prerogativa divina. In Es 34, 6 Dio è longanime, magnanimo, lento all’ira (cioè paziente); è un Dio che parla e, parlando, lascia tempo all’uomo per rispondere, attendendo che possa arrivare alla conversione: «Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2 Pt  3, 9). Nella passione del Figlio crocifisso si registra il massimo di distanza tra Dio che pazienta e umanità peccatrice, ma da allora la pazienza, come virtù cristiana, è un dono dello Spirito (Gal 5, 22), elargito dal Crocifisso-Risorto, «che si configura come partecipazione alle energie che provengono dall’evento pasquale» (Bianchi).
Saper pazientare significa, dunque, assumere nella propria esistenza il tempo di Dio e dell’altro, in un’opera di amore («La carità è paziente» 1 Cor 3, 4), la cui misura è nella pazienza di Cristo («Il Signore diriga i vostri cuori nell’amore di Dio e nella pazienza di Cristo», 2 Ts 3, 5).
Umile nella coscienza della incompiutezza, di sé e degli altri, la pazienza diviene speranza e attesa di salvezza, perseveranza della fede nel tempo, ancorata alla promessa che «chi persevera fino alla fine sarà salvato» (Mt 10, 22), capacità di sopportare e supportare gli altri nella fiduciosa convinzione «di essere a propria volta sostenuti dalle braccia del Cristo stese sulla croce» (Bianchi).