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lunedì 20 febbraio 2012

Ricordo di Bruno Callieri († 9 febbraio 2012)

La mia conoscenza del prof. Callieri risale al tempo in cui, studente, frequentavo la Clinica delle malattie nervose e mentali, per seguire quelle che allora si chiamavano “esercitazioni”, che Callieri, assistente della cattedra del prof. Mario Gozzano, conduceva introducendoci all’esame del malato psichiatrico e al colloquio clinico. Ne apprezzai fin d’allora la cordialità, l’attenzione, il tono a volte di bonario paternalismo con i quali si rivolgeva ai degenti (allora reclusi).
Le nostre strade professionali successivamente si allontanarono, ma non venne mai meno la reciproca stima e simpatia. Infatti, quando venni a ricoprire la cattedra di Psicofisiologia clinica, sempre alla “Sapienza”, lo invitai più volte a tenere delle lezioni seminariali sull’attenzione, la depressione, il significato della vita. Perché, in tempi di riduzionismo e di invadenza delle cosiddette neuroscienze, Callieri era uno dei pochi con i quali si poteva continuare a fare, in una prospettiva transpersonale, discorsi di interiorità, di spiritualità, di arte dell’autotrascendenza. Benché molto avanti negli anni e con problemi di salute, ancora l’anno scorso, mi volle gratificare partecipando alla presentazione del mio libro Ri-legature buddhiste che aveva molto apprezzato. Fu il nostro ultimo incontro.
Successivamente, in una bella intervista rilasciata poco prima della sua uscita dal mondo, vidi come seppe superare il tabù che ancora a molti impedisce di parlare della morte, soffermandosi appassionatamente  a riflettere sul mistero che circonda la nostra fine e sulla radicale incertezza che riguarda il nostro destino ultimo. Mi ha ricordato le parole di un altro Maestro, Mircea Eliade, che parlava della morte come dell’ultimo rito di passaggio a un nuovo modo d’essere, una prova grazie alla quale l’uomo acquisisce una esistenza dematerializzata, puramente spirituale o “latente”, come dice Saicho (una delle grandi figure del buddhismo giapponese), con la perennità indistruttibile di ciò che una volta è stato, per essere — un giorno — misteriosamente emerso dall’altra, prenatale, latenza. 
Caro Callieri, ora in questa forma “spirituale” rimani per sempre in mezzo a noi, in quel “mondo” e in quel “modo” in cui prima o poi tutti saremo. 

domenica 5 aprile 2009

Anamorfosi

Sogno: Vedo un affresco con una figura deformata in anamorfosi [effetto di illusione ottica, per cui una immagine viene proiettata sul piano in modo distorto, tale per cui il soggetto originale sia riconoscibile solamente guardando l’immagine da una posizione precisa, da Wikipedia] e dico alla mia accompagnatrice: “Vedi, basta cambiare posizione, mettersi nella giusta prospettiva e tutto va a posto”. Messaggio dall’inconscio: (come sempre) cercare il corretto punto di vista.

venerdì 26 settembre 2008

ancora sulla costrizione (v. sogno, 9 set. 2008)



恩

il legame che la nostra sensibilità avverte tra costrizione e dolore è ben evidenziato dal kanji (carattere cinese adoperato per il giapponese) impiegato per esprime gentilezza, bontà, misericordia (pron. ON), composto dall'unione del carattere del cuore con quello di un uomo prigioniero (chiuso in uno spazio delimitato): dunque, il sentimento di pietà che proviamo verso chi soffre perché è immobilizzato, confinato, costretto.  

martedì 9 settembre 2008

sogno


Sogno: mentre parlo in un convegno, vedo accanto a me, vicino alla cattedra, un casellario postale condominiale, di quelli con le cassette disposte verticalmente. C’è sopra anche un foglio appoggiato come per distrazione. La cosa angosciosa è che ho notizia e consapevolezza che dentro le cassette sono “costrette”, per non so quale vicenda repressiva, delle persone che io conosco: la cosa non mi riguarda, ma mi coinvolge profondamente. Cosa fare, come continuare…? Da sveglio, rifletto su quanto il dolore sia legato alle costrizioni: malattie, ricoveri in ospedale, paralisi, afasie, prigioni e via enumerando fino alle… bare. Il grande Sherrington (Nobel per la medicina e fisiologia, 1932, unitamente a Lord Adrian che incontrai tanti anni fa) non a caso diceva che l’uomo non fa che muovere cose: anche quando “semplicemente” pensiamo, gli impulsi nervosi si propagano per movimenti ionici e i mediatori chimici attraversano le sinapsi… Forse per questo ci incanta il miracolo della danza