sabato 29 ottobre 2011

Modi di dire#14/Ponte dell'asino

L'espressione è basata su una tradizionale svalutazione dell’asino (per la cultura greca contrapposto ad Apollo e simbolo della disarmonia). Il significato sopravvive nella qualifica di “asini” data agli studenti insufficienti e alle persone ignoranti, il pons asinorum indicando la difficoltà, il punto critico, la prova che i meno capaci non riescono a superare. Essi, quindi, come asini sciocchi, cadono giù dal metaforico ponte, per cui appunto si dice: «qui casca l’asino!»

sabato 22 ottobre 2011

Cadaveri eccellenti

Ancora un cadavere eccellente. Non mi riferisco al gioco di composizione inventato dai surrealisti nel 1925 (Le cadavre exquis boira le vin nouveau), ma al gioco sanguinario delle “rivoluzioni”: che bel gioco tagliare le teste e portarle a spasso sulle picche, appendere i cadaveri a piazzale Loreto, calpestarli e denudarli a Sirte!
La morte priva del movimento, della parola, della coscienza e quindi della dignità; il cadavere non andrebbe mostrato più del necessario (la tradizione ebraica lo insegna) perché presenta l’uomo nella sua massima povertà. Invece, più il personaggio è stato eccellente maggiore il godimento nel vederlo senza dignità, umiliarlo ancora, esporlo, portare anche i bambini a visitare il baraccone…
Brecht diceva sventurata la Terra che ha bisogno di eroi; ancor più triste quella che si gode senza pietas il cadavere eccellente del momento…
Forse la frase surrealista era più ricca di senso di quanto si potesse pensare. 

venerdì 21 ottobre 2011

Roma barocca#13/Cariatidi e dintorni#35: Villa Celimontana, Roma

La villa, sulla sommità del colle (monte) Celio ha il suo ingresso su via della Navicella (via che prende il nome da un modello di nave romana adattato a fontana). Il monumentale portale (del 1625) proviene, come si può leggere dall’iscrizione che riporta il nome del Marchese Vincenzo Giustiniani, dalla Villa Giustiniani-Massimo (o Massimo-Lancellotti, o Villa Massimo al Laterano, oggi scomparsa), e qui ricostruito negli anni Trenta del secolo scorso.






(foto RV)

venerdì 14 ottobre 2011

Sulla pazienza#8/Shantideva

«Il Bodhicaryavatara [Introduzione alla pratica del risveglio] è una delle opere più note e rappresentative del Grande veicolo: paragonata per lo spirito di rinuncia e per l’ardente carità che vi spira all’Imitazione di Cristo. L’autore, Shantideva, [monaco e studioso indiano (685-763)], non è un innovatore, ma possiede rare doti espositive e una singolare potenza di comunicazione»: così C. Cicuzza, F. Sferra et al. presentano questo famoso trattato (per i riferimenti bibliografici su Shantideva vedi www.culturabuddhista.it > materiali > libri). In esso, illustrazione della pratica delle varie paramita, il cap. VI è dedicato alla pazienza, della quale si dice: «non v’è peccato uguale all’odio né ascesi uguale alla pazienza; e però conviene con ogni sforzo e vari mezzi coltivare e realizzare la pazienza» (1). Per parte sua, commentando Shantideva, il Dalai Lama aggiunge: «Sono un discepolo di Buddha ed egli ha insegnato la pazienza come mezzo supremo per superare la sofferenza», osservazioni che andrebbero ricordate da quanti, attratti dal Buddha-Dharma sono erroneamente portati a far coincidere la pratica quasi esclusivamente con la meditazione, la recitazione di mantra, la lettura di testi.

Il primo argomento che Shantideva propone a sostegno dell’esercizio della pazienza si riferirisce alla situazione in cui ci veniamo a trovare quando qualcuno ci attacca o si comporta indegnamente verso di noi. In questo caso suggerisce di pensare: si comporta così solo perché è preda di illusioni e non ha libertà di azione; così da prevenire la rabbia e rimanere in una condizione di tranquillità qualunque cosa si stia vivendo. «Neppure nel dolore il saggio turbi la serenità del suo spirito; egli infatti ha ingaggiato la battaglia con le passioni e, quando si combatte, la sofferenza è facile» (19). È presentato qui l’ideale, a noi ben noto, dell’imperturbabilità, indifferenza, impassibilità del saggio, ideale della filosofia stoica ed epicurea. Inoltre, Shatideva sostiene — con un po’ di gratuito ottimismo — che «il dolore ha una grande virtù perché, col turbamento che inspira, abbassa l’orgoglio, eccita pietà verso le creature, fa temere il peccato, fa amare il Buddha» (21), effetti non automatici e che spesso determina reazioni opposte.
Abbiamo visto come, di fronte agli oggetti che sembrano “resistere” alla nostra volontà e ai nostri desideri (post del 9 nov. 2008: Pazienza#1/la rivolta degli oggetti), non abbia senso protestare, poiché essi con umile intelligenza e rigore osservano le leggi della fisica e della chimica; egualmente, di fronte a una malattia o a una sofferenza originata dall’azione di un agente fisico, chimico o biologico (la noxa della patologia) non ha senso arrabbiarsi contro l’agente; anche di fronte all’azione di un essere umano che abbia una condotta sconveniente dovremmo reagire nello stesso modo, considerando la sua ira determinata da cause e condizioni («Io non mi irrito contro la bile e gli altri umori, benché causa di grandi sofferenze. Perché dunque irritarsi contro esseri coscienti? Anch’essi sono irritati da determinate cause», 22; «E verso questi uomini resi folli dalle passioni, ostinati alla propria perdita, non soltanto non abbiamo compassione, ma ci adiriamo contro di essi. Perché? Questi insensati son malvagi di natura? Ma allora adirarsi con essi è tanto assurdo quanto adirarsi col fuoco, perché la sua natura è quella di bruciare. Questo difetto è avventizio e le creature son benigne di natura? Ma allora adirarsi con esse è così assurdo come adirarsi contro l’etere, perché invaso dal fumo», 38 ss.). «Quindi, quando si vede un amico o un nemico tenere un comportamento reprensibile, bisogna pensare: “Tali sono le cause che agiscono in lui” e conservare la propria serenità» (33). La base di una reazione paziente di fronte alle condotte aggressive (di qualunque tipo) risiederebbe, dunque, nella consapevolezza del rigido determinismo a cui esse sono soggette, ma Shantideva sottovaluta la profonda differenza tra il comportamento degli oggetti e quello delle persone.
Qualora poi, in risposta a un comportamento scorretto (e potrebbe anche essere il nostro), osservassimo non una reazione paziente, ma una replica carica di altrettanta rabbia, dovremmo egualmente pensare che questo comportamento è sostenuto da una catena di cause e condizioni, e quindi inevitabile e involontario. E allora quale spazio per la pazienza? Evidentemente, il discorso di Shantideva intende rivolgersi a chi ha già operato un cambiamento del proprio stile di vita (per essere stato esposto a insegnamenti o incontri, avuti “per grazia”!, con un maestro, un buon amico o altro) e quindi ha fatto dei passi in un itinerario di conversione e perfezionamento che hanno, per così dire, “modificato” la precedente concatenazione di cause e condizioni, creandone una nuova. Egli disporrà, quindi, di una diversa gamma di possibili risposte che gli consentirà, se attento e coerente, di usare anche gli eventi spiacevoli al fine della propria illuminazione e liberazione, mentre l’ira, al contrario, tutto compromette e distrugge, facendolo regredire («Tutte queste buone azioni, la carità, il culto dei Sugata [=Buddha], il bene compiuto per migliaia di evi cosmici, tutto questo è distrutto dall’odio», 1). Ma, ovviamente, la pazienza può esercitarsi rispettando certi limiti, che occorrerebbe ben conoscere per non oltrepassarli e trovarsi a non disporre più della relativa, individuale dotazione, come insegnano l’enantiodromismo di Jung e quella battuta di Totò: «Ogni limite ha la sua pazienza!» Anche il dolore è impermanente e ha un termine, ma la condotta paziente è funzione della intensità e anche della durata dello stimolo negativo, come ben si distingue, nel diritto, l’inferno dell’ergastolo dal purgatorio di una pena a tempo.

Un secondo argomento apportato da Shantideva per condurre al superamento della rabbia consiste nel cercare di vedere le situazioni sgradevoli e penose come riflesso di nostre azioni, e la nostra sofferenza attuale come contropartita karmica del male da noi precedentemente inflitto ad altri in passate esistenze. L’argomento si basa sul presupposto della ininterrotta catena di morti e rinascite, che fa dire a Shantideva: «Io stesso ho già tormentato le creature così come il mio nemico tormenta adesso me; io dunque non ricevo che quanto m’è dovuto, io il tormentatore degli altri» (42). Ma non basta: se, infatti, i nostri nemici sono dei benefattori perché ci offrono occasione di purificarci esercitando la pazienza, la nostra colpa aumenta, perché il loro comportamento aggressivo, in risposta al male da noi già compiuto, fa loro accumulare cattivo karma: «I miei persecutori son messi in movimento dagli atti da me commessi. Se essi andranno agli inferni, la causa ne sono io soltanto. Non son io dunque il loro uccisore? Grazie a essi, se io sopporto pazientemente le loro offese, i miei peccati si attenuano; ma a causa mia, essi andranno fra le lunghe sofferenze degli inferni. Io, io sono il loro persecutore ed essi i miei benefattori. E come, invertendo le parti, osi tu, scellerato, adirarti?» (47 ss.).  Dunque, solo contro di noi dovremmo andare in collera, ricordando che: «il nostro atteggiamento irreprensibile ci eviterà di cadere nei regni inferiori, ma ne siamo i soli beneficiari» (Dalai Lama). A questo punto verrebbe addirittura fatto di pensare che una reazione non paziente potrebbe risultare meno egoica e acquisterebbe quasi il valore di una sorta di solidarietà nei confronti degli iracondi, per cui un’aggressività — magari esercitata come mera finzione teatrale — potrebbe risultare utile per offrire ad altri l’occasione di esercitare la pazienza! Il discorso finisce per assumere, ai nostri occhi, un  tono paradossale, dal quale Shantideva non è tuttavia sfiorato perché difeso dalla sua posizione tutta orientata verso una visione di premi e punizioni trascendenti questo mondo, per cui comportamenti che altrove qualificheremmo come masochistici sono qui esaltati in quanto finalizzati all’acquisto di meriti, in un’etica che da autonoma (quale dovrebbe essere nell’ambito del Buddha-Dharma) diviene eteronoma, fondandosi sul rapporto con la divinità: «Da oggi in poi, per compiacere ai Buddha, io voglio farmi, con tutto me stesso, schiavo delle creature! La massa delle genti metta pure il piede sul mio capo e mi uccida! Ma il Protettore del mondo sia soddisfatto» (125). Collocata in una prospettiva eteronoma, retributiva e utilitaristica, la pratica della pazienza buddhista dobbiamo osservare che non si presenta diversa da quella, ugualmente utilitaristica e “calcolata”, proposta dall’etica cristiana, come nel passo del cap. 18 del Vangelo di Matteo:  «21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. 22E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”».
Nella visione prospettata da Shantideva, avere un nemico è un’occasione fortunata: «Un nemico acquistato senza sforzo è un tesoro miracolosamente apparso nella mia casa, un grande aiuto per la mia carriera spirituale e quindi mi dev’essere caro» (107); l’avversario è «la causa della mia pazienza, debbo quindi onoralo, né più né meno che la buona Legge [il santo Dharma]» (111): ben vengano, dunque, aggressori, malfattori e mascalzoni se sono di stimolo a comportamenti virtuosi! Certo avremmo bisogno di un supplemento di istruzione per giustificare le varie proteste di monaci e laici buddhisti, nel sud-est asiatico o in Tibet, a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. E che dire di questa affermazione del Dalai Lama: «La pazienza consiste nel non incollerirsi con quelli che ci danneggiano e nel provare compassione per loro. Tuttavia, ciò non vuol dire che bisogna permettergli di fare tutto quello che vogliono. Ad esempio, noi tibetani subiamo attualmente la grande prova che ci impongono altri esseri umani. Se rispondiamo con la collera siamo perdenti, ecco perché diamo prova di pazienza. Ma ciò non ci impedisce di opporci fermamente all’ingiustizia e all’oppressione»?

Infine, un’osservazione che appare oggi difficilmente sostenibile è quella (basata su un insidioso dualismo mente/corpo) che Shantideva fa nel sottovalutare i dolori e le offese morali a fronte di quelli che attaccano il corpo. «La mente essendo immateriale, non può essere colpita da alcuno in nessuna parte. L’essere essa attinta dal dolore, si deve unicamente al suo attaccamento al corpo. Umiliazioni, offese, detrazioni, tutto questo non ferisce affatto il mio corpo; e quindi, o mia mente, perché ti adiri?» (52 s.). E il Dalai Lama commenta che le calunnie e le ingiurie non ferendo il nostro corpo sono cose che possiamo, sempre utilitaristicamente, sopportare: «Cosa importa la calunnia, anche se distrugge la nostra reputazione e ci priva della considerazione degli altri! La fama e i favori di cui godiamo si limitano alla durata di questa vita, non contribuiscono in nulla alle nostre esistenze future. Invece, tutte le nostre reazioni violente contro i nostri detrattori sono altrettante colpe che ci metteranno in difficoltà in futuro». Oggi, anche nei rotocalchi si afferma tutta l’importanza che rivestono i bisogni di riconoscimento e di considerazione e quanto la sofferenza morale possa essere grave e spingere perfino al suicidio, superando i dolori fisici e lo stesso istinto di conservazione.

Dobbiamo concludere che il tanto celebrato trattato di Shantideva presenta insegnamenti formulati in un linguaggio e secondo un apparato concettuale (masochistico, minaccioso, retributivo…) molto lontani da noi, per cui, volendo tentare di fruirne si potrà provare a “tradurli” nei termini della psicologia cognitivo-comportamentale e di una meno grossolana analisi del sistema motivazionale.
Innanzitutto il tema del karma e delle rinascite. Nella storia del buddhismo è mancata un’analisi rigorosa (perché non dirlo, una buona volta?), paragonabile a quella svolta nella teologia e nella filosofia occidentali del problema libero arbitrio/predestinazione. Nel timore che la legge di causa-effetto o karma, potesse avere una lettura rigidamente fatalistica, quindi in contrasto con il cambiamento prospettato dal cammino spirituale (vedi IV nobile verità), si è voluto lasciare aperto lo spiraglio della modificazione del karma introducendo il concetto di “karma mutabile”, col risultato di ricorrere a un compromesso illusorio per sfuggire a un falso problema. Spinoza («Coloro dunque che credono di parlare o tacere o di fare qualsiasi cosa per libero decreto della Mente sognano ad occhi aperti») resta ancora inesplorato! Quanto alle rinascite, tema presente in molta parte della tradizione buddhista, una vera liberazione dal ciclo delle esistenze coerente col buddhismo mahayana può venire proprio dalla liberazione dalla concezione stessa delle rinascite. Tutto questo comporta, quindi, che non possiamo “prendere alla lettera” molte delle riflessioni di Shantideva che, purtroppo, restano ancorate a visioni tradizionali e obsolete.
In termini psicologici, le opportunità che si aprono nel corso di una terapia possono, infatti, portare il soggetto a “prendere le distanze”, a osservare in maniera meno reattiva il comportamento dell’“aggressore”, considerandolo frutto di immaturità, di uno stato patologico o di altro, e sul quale è possibile intervenire con un diverso stile di interazione, che potrà condurre a cambiamenti positivi. La diversa condizione del bodhisattva, «che ha suscitato» in sé «il pensiero del risveglio, mosso dal desiderio di rendere felici tutte le creature» (80) o quella di un soggetto motivato a un cammino terapeutico o di autosviluppo sembrano offrire occasioni di cambiamento e sottrazione ai rigidi, ordinari condizionamenti della condotta, per cui diviene possibile padroneggiare la reazione di rabbia propria e reagire senza automatismi a quella altrui, ma senza mettere in atto nessun compiacimento paradossale della presenza di avversari e senza alcuna complicità o indulgenza di fronte al danno che essi possono apportare, a noi o a terzi. Pur non cedendo all’odio, resta che possiamo/dobbiamo impegnarci a combattere e cercare di vincere il male (ciò che genera sofferenza), naturale o umano, colpevolizzandoci semmai delle nostre inerzie e pigrizie, senza aspettarci ricompense e sapendo che, in un’etica più evoluta e in una visione non-dualistica, la virtù è da considerare premio a sé stessa e non da utilizzare per procurare vantaggi, terreni o ultraterreni, ora o poi, derivanti dall’alleanza con le potenze ultramondane. Dall’età dell’umanesimo, infatti, pensiamo ormai che «non è vero che per l’agire umano sia necessario postulare l’immortalità e la ricompensa ultraterrena. La virtù è premio a sé stessa. E l’azione è tanto più virtuosa in quanto non attende altro premio che dalla virtù stessa. Sicché coloro che asseriscono che l’anima è mortale salvano il principio della virtù meglio di coloro che l’affermano immortale» (Pietro Pomponazzi, 1462-1525, De immortalitate animae).

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs

(da Le Figaro, 061011)

mercoledì 5 ottobre 2011

Buddhisti in Europa

Se vogliamo trovare una regione e un popolo in Europa con la più alta percentuale di praticanti buddhisti dobbiamo portarci nella Federazione russa e poi nella Repubblica di Calmucchia, piccola repubblica che della Federazione russa fa parte e, collocata a ovest degli Urali, geograficamente parte del continente europeo. La popolazione di questa piccola repubblica è di 293166 abitanti, di un ceppo turco-mongolo insediatosi nella regione del delta del Volga, provenendo dall’Asia centrale e più precisamente dalla regione a ovest del lago Bajkal. Qui, sconfitto il loro impero da mongoli orientali, portatisi verso occidente i calmucchi nel 1643 costituirono un regno tra il basso Volga e il Don. Ma, alla fine del XVIII secolo, vessati dai russi, molti decisero di ritornare nella terra delle origini. Quelli di loro che rimasero in Russia furono detti Kalmyks, cioè "quelli che sono restati". Numerosi di loro, oppostisi alla rivoluzione bolscevica (Lenin aveva ascendenti calmucchi!) si schierarono con l’armata dei russi “bianchi”, per cui dovettero successivamente fuggire dalla Russia. La Calmucchia divenne repubblica nel 1935, ma a causa del risentimento per i disastri provocati dal regime comunista con la collettivizzazione forzata, nelle seconda guerra mondiale i calmucchi si schierarono coi tedeschi e fu formata la Kalmucken Kavallerie Korps. Dopo il conflitto, la vendetta sovietica realizzò una feroce pulizia etnica, rimasta sconosciuta all’esterno, con deportazione in massa di tutta la popolazione in Siberia, in pieno inverno, su carri bestiame (un vagone è oggi conservato come monumento alla memoria del massacro). La Repubblica fu soppressa, metà della popolazione morì nel viaggio e la cultura e la  lingua disperse. Il ritorno dei sopravvissuti fu poi consentito da Khrushchev e la repubblica ricostituita nel 1958 (con capitale Elista), ma per la libertà di culto (buddhista vajrayana) si dovette aspettare la dissoluzione dell’URSS. Oggi la religione buddhista è di nuovo fiorente, alcuni tempi ricostruiti e i pochi lama svolgono, oltre alla guida spirituale, anche le funzioni di medici, psicologi, consiglieri.



(foto arte.tv)

venerdì 23 settembre 2011

Equinozio d'autunno (con Poussin)

Continuando a scandire il passaggio delle stagioni con la guida di Nicolas Poussin (v. post del 21 giu. 2011: Solstizio d’estate) siamo ora al quadro dedicato all’Autunno. È il tempo della raccolta dei frutti della terra e il pittore ci mostra l’uomo inserito non solo nella natura ma, anche e soprattutto, in un’altra storia: quella della salvezza. Vediamo infatti una donna raccogliere i frutti da un albero carico di doni, mentre due uomini trasportano un grosso grappolo e un’altra donna cammina in un’altra direzione, portando un cesto sul capo; sullo sfondo una città misteriosa si erge sulle rocce. Il contrasto cromatico tra i colori del cielo e i colori della terra ci invita a una lettura allegorica, a scorgere quel che l’occhio non vede. Poussin ha, infatti, ben presente un episodio biblico (narrato nel libro dei Numeri, cap. 13) in cui Mosè manda alcuni dei suoi uomini a esplorare la terra verso la quale egli vuole/deve condurre il suo popolo:

Nm 13 [17]Mosè dunque li mandò a esplorare il paese di Canaan e disse loro: «Salite attraverso il Negheb; poi salirete alla regione montana [18]e osserverete che paese sia, che popolo l'abiti, se forte o debole, se poco o molto numeroso; [19]come sia la regione che esso abita, se buona o cattiva, e come siano le città dove abita, se siano accampamenti o luoghi fortificati; [20]come sia il terreno, se fertile o sterile, se vi siano alberi o no. Siate coraggiosi e portate frutti del paese». Era il tempo in cui cominciava a maturare l'uva.   [21]Quelli dunque salirono ed esplorarono il paese dal deserto di Sin, fino a Recob, in direzione di Amat. [22]Salirono attraverso il Negheb e andarono fino a Ebron, dove erano Achiman, Sesai e Talmai, figli di Anak. Ora Ebron era stata edificata sette anni prima di Tanis in Egitto. [23]Giunsero fino alla valle di Escol, dove tagliarono un tralcio con un grappolo d'uva, che portarono in due con una stanga, e presero anche melagrane e fichi.   [24]Quel luogo fu chiamato valle di Escol a causa del grappolo d'uva che gli Israeliti vi tagliarono.

Il quadro, a questo punto, ci appare come una perfetta illustrazione del passo biblico, reinterpretabile in luce cristiana. Il grosso grappolo centrale diviene quindi simbolo del Cristo appeso alla croce e l’uva, che sarà vino, quello del suo sangue. I due alberi, uno spoglio e l’altro ricco, possono essere visti come immagini, rispettivamente, della sinagoga e della Chiesa. La donna sull’albero è la Chiesa che raccoglie i frutti dell’albero della vita, mentre la donna col cesto è la sinagoga, che cammina con un velo davanti agli occhi che non le consente di vedere né il percorso né l’albero della vita. 

venerdì 16 settembre 2011

Consolazione#5/Belli e i Confortatori


Esisteva, nella Roma papale, la Confraternita fiorentina di San Giovanni, che si era dato il compito di assistere i condannati a morte, confortarli, raccoglierne le estreme volontà, farli morire “in grazia di Dio” e poi curarne la sepoltura. Il condannato veniva accompagnato, dalle carceri (Tor di Nona, via Giulia…) al luogo dell’esecuzione (Campo de’ Fiori o piazza del Popolo…), da questa lugubre comitiva nerovestita e da un sacerdote. Chi rifiutava questo tipo di assistenza veniva, poco caritatevolmente, sepolto in terra “sconsacrata”, in fossa comune e senza riti. Come si può immaginare, questi consolatori istituzionalizzati mostravano spesso comportamenti convenzionali, stereotipati ed enfatici che non potevano sfuggire alla critica popolare e all’osservazione caustica di G. G. Belli, il quale dedicò loro il seguente sonetto intitolato, appunto, Er Confortatore (ci ricorda niente di attuale?):

Sta notte a mezza notte er carcerato
sente uprì er chiavistello de le porte,
e fasse avanti un zervo de Pilato [mandatario del tribunale]
a dije: “Er fischio [il fisco, il magistrato] te condanna a morte”.
Poi tra du’ torce de sego incerato,
co du’ guardiani e du’ bracchi de corte [sbirri],
entra un confortatore ammascherato [col saio nero e cappuccio],
coll’occhi lustri e co le guance storte [in espressione studiata].

Te l’abbraccica ar collo a l’improviso,
strillanno: “Alegri, fijo mio:
riduna le forze pe volà su in paradiso”.

“Che alegri, cazzo! Alegri la luna!”
quello arisponne: “Pozziate èsse acciso;
pijatela pe vvoi tanta furtuna”.


venerdì 9 settembre 2011

Cariatidi e dintorni#34/Roma liberty


via E. De’ Cavalieri, Roma
(foto RV)

domenica 4 settembre 2011

L'ussaro di Giono


Jean Giono (1895-1970) è stato uno scrittore che la critica ha avuto difficoltà a “collocare”, etichettandolo come autore “regionalista”, pacifista, collaborazionista, stendhaliano… La sua “maniera” è passata, infatti, attraverso una profonda mutazione, dal roman de terroir al roman moral, da una visione animistica, pampsichistica, di comunione fusionale con la natura a una consapevolezza più matura, riflessiva, tragica, di un mondo che divora le forme.
L’Ussaro sul tetto, il suo romanzo più celebre, è la storia di un ufficiale piemontese di cavalleria, carbonaro, in fuga dal suo Paese agli inizi degli anni Trenta del secolo XIX, che cerca rifugio in Francia e si imbatte nell’epidemia di colera che colpì parte dell’Europa in quel periodo. Le peregrinazioni, un amore intenso, ma più che “platonico” senza nome e non dichiarato; le viltà, crudeltà, ambizioni politiche degli uomini messi in situazioni estreme si contrappongono allo spirito cavalleresco, alla fedeltà alla propria immagine ideale, alla generosità quasi autodistruttiva  del protagonista. Il colera può essere letto come allegoria della guerra, delle malattie morali, del fascino della dissoluzione, al quale si può forse sfuggire individuando qualcosa di più forte, più bello, più seducente della morte. Come, sicuramente, la felicità dello scrivere, la narrazione fluida, le avventure, le immagini e le metafore smaglianti proprie di Giono: per esempio, «[le tegole] erano bagnate da uno sciroppo di luce quasi opaco… la scacchiera di un tetto, la seta di un muro, l’orbita di una finestra… le cinciallegre impazziscono e gettano schizzi azzurri nel sole…».
Di questo romanzo esiste un adattamento cinematografico dovuto a J.-P- Rappeneau (1995), ben interpretato (Juliette Binoche, Olivier Martinez, Gérard Depardieu, Claudio Amendola, Pierre Arditi…), curato, dignitoso anche se, come quasi sempre, troppo scarno rispetto alla ricchezza e allo stile del libro. 

domenica 31 luglio 2011

Roma barocca#12 ...alla frescura!/Cariatidi e dintorni#33

Il termine “ninfeo” da bosco, fonte o tempio dedicato a una ninfa nell’antichità, indica, nelle ville rinascimentali e barocche, le costruzioni ornamentali dei cortili con fontane, getti d’acqua, grotte artificiali, colonne e altri elementi che realizzano spazi di frescura all’interno dei palazzi, particolarmente gradevoli nei periodi più caldi dell’anno. Tra i più suggestivi, ampi, preziosi ninfei romani v’è quello situato all’interno del Palazzo Borghese, progettato per realizzare uno scenario “teatrale” semicircolare, prospiciente l’appartamento della principessa (Eleonora Boncompagni Borghese), che, con la sua scala circolare, scende al giardino. Lo scenario è costituito da tre magnifiche fontane inserite nel muro di cinta, poste in nicchie all’interno di edicole arricchite da telamoni e cariatidi. Al centro, rispettivamente, sculture rappresentanti Flora (a sn), Venere al bagno (al centro), Diana (a dx).

Flora, di F. Cavallini

Bagno di Venere, di L. Reti
Diana, di F. Carcani
(foto RV)

venerdì 22 luglio 2011

La penna, l'angelo (e Lorenzo Lotto)



La Madonna presenta il Salvatore e col gesto della mano sinistra asserisce. L'angelo ai suoi piedi ha la penna pronta. Quella penna che una tradizione dice essere stata la prima cosa creata da Dio. Allora Egli le aveva detto: «Scrivi». La penna domandò: «Signore, cosa scriverò?» Rispose: «Scrivi il destino di tutte le cose, sino alla venuta dell'Ora». E la Madonna assicura che il tempo giusto è venuto.

martedì 12 luglio 2011

Ancora su Panikkar (v. post del 31 Ago 2010)

Giornalista, vaticanista, cattolico che interroga e si interroga, Raffaele Luise in questo suo libro su Panikkar (Raimon Panikkar-Profeta del dopodomani, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2011) ricorre all’artificio letterario del giovane ricercatore spirituale che si reca da discepolo in visita al Mestro, artificio che gli consente di parlare in terza persona e lo mette al riparo da possibili critiche e dall’attuale diffidenza e sufficienza verso incontri straordinari, che hanno bisogno di apparati di protezione per essere rivelati e partecipati. Raffaele ci racconta così, con grande freschezza, degli intensi giorni di incontro con questo personaggio eccedente, ambivalente, “teatrale”, per farcelo avvicinare in presa diretta, senza dover attraversare l’estenuante lettura della sua fluviale scrittura. Catalano e indiano, di madre cattolica e di padre induista, sacerdote cattolico che poteva dire di sé “Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”, ossimoro vivente (al punto di conservare la sua qualità sacerdotale pur essendosi sposato, civilmente, ma con benedizione religiosa), attento a costruire un’immagine di sé adeguata alla rappresentazione della propria leggenda, teologo e mistico, Panikkar possedeva il fascino di chi esprime profondamente la vicina e continua presenza del sacro. Luise (il giovane-Raffaele) ci avvicina a lui e ci trasmette, attraverso la toccante narrazione di questa esperienza di devozione, prostrazione, condivisione di spazi, di luce, di cibo sempre tesa verso l’Assoluto, quello che può significare incontrare un Maestro. È ancora possibile oggi? C’è ancora spazio per interpreti, profeti, messaggeri, che vorremmo capaci di sintesi in un tempo in cui le analisi esitano, di risposte quando le domande sono sempre più incerte, di donazioni di verità a chi sa di non poterle più né esigere né accettare?
Il filo che attraversa tutto il tessuto del racconto è l’invito a realizzare quelle comunioni fusionali in cui l’io individuale evapora e si salva perdendosi, come tutte le tradizioni religiose hanno da sempre esortato a fare. E questo dovrebbe anche portare a realizzare una sorta di rivitalizzazione della tradizione cristiana, non più in grado, attualmente, di offrire orientamenti universali, prigioniera di sé e delle strutture che ha edificato, incapace persino di utilizzare lo splendore di un pontificato come quello di Benedetto XVI. Lo strumento fondamentale per questo fine viene individuato nel dialogo interreligioso, quello che dovrebbe far ritrovare elementi di effervescenza spirituale (Durkheim) e di slancio vitale (Bergson), capaci di trasformare il declino in un futuro luminoso e (ci sia consentito) spiritualmente sincretico. Lasciamo doverosamente ad altri il giudizio dall’interno di questo progetto di sdivinizzazione del cristianesimo, presentato come potenziamento universalizzante (Cristo cosmico come Logos o Dharma) e non come conclusione fallimentare di una delle più dense rivelazioni storiche. In un mondo rumoroso e afasico, globalizzato e frammentato, plurale e conflittuale, che simula e dissimula il suo bisogno di senso e di sacro, il ricorso al religioso “altro” (in una magica “inter-in-dipendenza”, dice Panikkar) è forse una via di uscita da ambienti troppo chiusi, ma non sembra promettere un ingresso a mondi e a modi più ricchi e più sani.
Le “risposte” che si intravedono attraverso il racconto di Luise sembrano comunque far ricorso ai vecchi attrezzi dell’Occidente, come l’“intelligenza della Terra” (trascurando lo sgomento di chi resta attonito nel vederla, invece, così sciupona nel disinvolto sacrificare migliaia di coscienze per dare un più comodo assetto alle pietre), l’“amore disarmato” (anche verso Hitler, Bin Laden e i dirottatori delle Torri gemelle?) o dell’Oriente, la solita armonia che concilia bene e male, luce e ombra (sfiorante una complice indifferenza verso il dolore), e ammorbidisce la morte con l’abusata metafora della goccia d’acqua che torna al mare. Il mito del peccato originale, che pur aveva incupito la nostra infanzia, serviva almeno ad affermare l’inaccettabilità radicale di tutto il male della natura e della storia!
Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che qui siamo di fronte non a Panikkar ma al racconto che ne fa il ragazzo-Raffaele, e le risposte del Maestro saranno da cercare meno nelle parole e più nella sua vita di testimonianza e di fede, in quel fascino che emana dalle posizioni pretragiche e premoderne (da S. Francesco al Dalai Lama), e che fanno dire al ragazzo “Davvero sei tu il profeta con il quale il mondo dovrà confrontarsi in futuro”, mentre “con la mano accarezza i lunghi capelli di quell’uomo capace di attingere all’invisibile”. Il libro è la storia di questo grande amore spirituale che, come tale, non solo non dobbiamo giudicare, ma che commuove, dà forza e, in qualche modo, risponde a tutti quanti hanno capito ormai che la Verità è nella narrazione, quella a cui, una volta, non si esitava a dare il nobile nome di Mýthos. 

venerdì 8 luglio 2011

Roma barocca#11/all'ombra!

Girare per Roma nei giorni d’estate può esser duro, il caldo diventare «insoffribile, il sole del Leone e della Vergine vi piomba su quasi a picco, accende le strade e le piazze, par che pietrifichi l’aria e l’infochi, ottunde i sensi e i sentimenti del viandante», come scriveva Massimo Bontempelli (1878-1960). Nel racconto L’ombra e la luce,  egli immaginava che un tal «Anselmo Memmi, ch’era dottore in filosofia, quarantenne, benestante, scapolo e umanitario» avesse compilato una Guida di Roma all’ombra, ad uso dei turisti estivi, per insegnar loro a girare evitando gli spazi assolati. Forse è nata così la leggenda metropolitana di questo libro che molti hanno cercato ma, come diceva Pietro Paolo Trompeo, «è una specie d’araba fenice: tutti ne han sentito parlare e nessuno l’ha visto». Probabilmente Bontempelli riattualizzava per Roma la diceria che, un secolo prima, A. Dumas aveva messo in giro per Napoli, raccontando di aver avuto tra le mani e utilizzato una guida scritta da uno sfortunato gesuita, dal titolo Napoli senza sole per camminar di estate per le strade non battute dai raggi solari: libro che nessuno ha mai visto e che nessuna biblioteca possiede.
In mancanza di queste preziose e salvifiche guide, resta fortunamente la realtà del refrigerio che possono offrire le chiese romane. Godiamola accompagnati dalla descrizione che ne faceva il Duca Minimo (Gabriele D’Annunzio) nella rubrica L’estate a Roma su La Tribuna del 24 luglio 1887:
«Il cattolicesimo è una buona religione d’estate: e Roma è senz’alcun contrasto la Gran sede della religione cattolica. Dunque a Roma, specialmente, il cattolicesimo estivo è una fonte di frescura inesauribile. La gente savia, invece d’andar a sguazzare faticosamente nelle acque impure d’uno stabilimento balneario o a contemplare le vacche nei troppo verdi paesaggi artificiali della Svizzera resta a Roma a far professione di cattolicesimo e anche viene a Roma da fuori.
O grandi chiese romane, tutte piene di placida luce aranciata o violetta, così barocche e così belle, gran fortuna che li uomini non ascoltino i miei consigli lirici e che i veri ferventi sieno pochi, altrimenti voi perdereste uno dei vostri incanti maggiori; il quale è, in verità, la solitudine. Nelle ore della siesta tutte le chiese sono deserte e silenziose come le caverne mistiche nel grembo delle montagne abitate dai cervi santi e dagli eremiti. I pavimenti di marmo hanno un luccicare cupo, come di un’acqua stagnante. Nelle cappelle l’ombra è profonda e misteriosa, rotta qua e là da luccicori indistinti. Le volte, tutte ornate di pitture seicentistiche e di svolazzi e di rilievi giganteschi e d’angeli e di cherubini e di chiavi pontificie, s’innalzano e s’incurvano con maggiore ampiezza nei giochi della luce e dell’ombra…» (da Ad Altare Dei).

giovedì 30 giugno 2011

Sulla pazienza#7/Tertulliano

Con Patristica si intende il periodo in cui il pensiero cristiano è stato prima difeso poi esposto in maniera sistematica dai cosiddetti Patres della Chiesa, periodo che va dal II sec. d. C. a Gregorio Magno (540-604). Gli scritti dei Padri sono raccolti nella monumentale, imponente, severa, quasi minacciosa (varie centinaia di volumi!) opera realizzata dal prete, bibliografo, editore francese Jacques Paul Migne (1800-75), universalmente nota come “il Migne”, divisa nelle due sezioni dedicate alla patrologia greca e a quella latina. Ora, miracoli dell’era digitale, quest’opera è disponibile in Internet, in libera consultazione chez soi e in ogni parte del mondo!
Andando a questa raccolta, possiamo trovare un breve scritto di Tertulliano (Quintus Septimus Florens Tertullianus, 150-220 d. C.) dedicato alla pazienza (De Patientia), della quale egli indica proprietà e pregi, «tanto inseparabile dalle cose di Dio [Dei rebus] che senza la pazienza non è possibile compiere alcun precetto né fare alcuna opera che sia gradita al Signore». Dio è, anzi, Lui stesso, il più perfetto modello di pazienza, cosa che ci deve impegnare a divenire pazienti come Lui (Tema ripreso da Benedetto XVI in una omelia del 2005, su cui v. post  del 14 novembre 2008 in questo Blog). La pazienza è madre della misericordia e Tertulliano mostra come tante iniquità e tanti peccati vengano proprio dalla fretta, ossia dall’impazienza, e ricordo come il mio professore di Filosofia del Liceo appricava questo criterio anche alla verità, dicendoci: «L’errore viene dalla fretta di concludere».
In una prospettiva di ottica retributiva e utilitaristica, Tertulliano cerca di persuaderci dei vantaggi della pratica di questa virtù, gradita a Dio, e della convenienza di rinunciare ai beni terreni in vista di ben più ricchi beni celesti, considerando che sarà Dio a vendicare al posto nostro le offese, le cattiverie, le insolenze che ci vengono inferte. Parimenti, di fronte a disgrazie, malattie, morte delle persone care bisognerà, come Giobbe, pazientare per lasciar operare il Signore: Lui guarirà, ristabilirà, resusciterà… E di fronte alla amarezze della vita c’è, invece, la dolcezza dell’essere pazienti: gli insulti lanciati «contro un’anima paziente non produrranno altri effetti che quelli di una freccia lanciata contro una roccia impenetrabile; sarà un colpo perso: la freccia cadrà a terra o sarà qualche volta rinviata contro chi l’ha lanciata». Non solo non ne saremo toccati, ma potremo anche avere il sottile piacere di vedere frustrata la speranza di chi offende, osservando tornare a lui il dolore che pretendeva causarci. Tertulliano parla anche di una pazienza del corpo, perché se lo spirito è pronto e la carne è debole, è proprio la pazienza che può rinforzarlo, e distingue poi, polemicamente, «haec patientia ratio, haec disciplina, haec opera celestis et vera, scilicet Christiana» dalla pazienza falsa e terrena dei gentili, parente di viltà o maschera di bassi interessi.
Vengono poi forniti quasi dei suggerimenti per una iconografia di questa virtù: la pazienza ha un volto dolce e pacifico, la fronte è serena, nessuna collera che la contragga, nessuna nube che la veli; sopraccigli sempre ridenti, occhi sempre abbassati non per vergogna ma per modestia; il sigillo del silenzio riposa sulla sua bocca; il colore del viso è quello dell’innocenza e della sicurezza; agita sovente la testa per scacciare il diavolo e se ride è per insultare questo tentatore. Il vestito che le copre il petto è candido e di così giusta misura che né rigonfia né ha macchie. Siede sul trono dello spirito di dolcezza e mansuetudine, nessun turbamento l’agita né alcuna nube oscura, ma al contrario si mostra nella sua tenera serenità, sempre luminosa e semplice. «Nam ubi Deus, ibidem et alumna ejus, patientia scilicet: cum ergo spiritus Dei descendit, individua patientia comitatur eum».
Due considerazioni, mi sembra possiamo trarne: la prima, psicologica, sugli effetti negativi dell’impaziena e della fretta («ogni peccato ha la sua origine nell’impazienza; il male non è che l’impazienza del bene», una febbre che spinge anzitempo all’azione); la seconda, filosofica, sulle differenze tra etica autonoma ed etiche eterodirette, basate cioè su comandamenti esterni come quelli divini.

venerdì 24 giugno 2011

Roma barocca#10/p.za dell'Orologio

(foto RV)
Edicola in p.za dell’Orologio (Palazzo dei pp. Filippini):
Sotto un baldacchino ligneo con nappe e pendagli, due angeli librati sulle nuvole sorreggono la cornice (di T. Righi) dalla quale, in alto, fuoriescono raggi (di luce) con attorno testine di cherubini. Al centro, l’immagine della Madonna con Bambino (di A. Bicchierai) su un fondo di un caldo colore dorato; in basso un ricco cartiglio.

martedì 21 giugno 2011

Solstizio d'estate (con Poussin)



Soffermiamoci sul cambiamento di stagione osservando il quadro di Nicolas Poussin dedicato a L’été. Nicolas Poussin (1594-1665, pittore francese molto influenzato dagli ideali classici dell’arte italiana, passò più della metà della sua vita a Roma ove produsse la maggior parte delle sue opere e dove si spense e fu sepolto) non è da considerare un paessaggista, ma «un pittore della natura, senza dubbio il più grande pitture della natura, il suo poeta e filosofo e poeta, […], l’interprete del susseguirsi dei suoi cicli, della sua violenza e della sua grande potenza» (P. Rosenberg). Il quadro fa parte di un insieme di quattro dedicati alle stagioni, composti negli anni 1660-64 per il nipote del card. Richelieu, ora al Louvre. Quadri che sono occasione di contemplazione e di riflessione, in cui  osserviamo l’uomo nell’ambiente naturale e in cui la storia individuale fa parte di una più ampia storia del mondo.
Nell’Été predomina il giallo caldo del campo di grano durante la mietitura, su cui si stagliano i colori vivi delle vesti e il verde scuro del grande albero in primo piano. Sulla destra osserviamo una grande pietra miliare mentre le montagne nello sfondo servono come di appoggio alle linee di fuga prospettiche per dare profondità al paesaggio, nel quale sono collocate anche delle città fortificate.
Su questo sfondo gli uomini. Uno guida i cavalli, altri mietono, compongono i covoni, si dissetano, mentre alcune donne preparano il pranzo. Al centro, un donna con alle spalle un testimone pensieroso che si inchina è inginocchiata di fronte a un uomo col turbante. E le loro storie. Possimo leggervi l’incontro di Rut e di Booz (un episodio biblico, parte della storia della redenzione perché dalla loro unione verranno la stirpe di David e quindi Gesù) o — in una visione panteistica — l’estate come età della maturità dell’uomo o, in un quadro virgiliano ricco di risonanze classiche, un’allusione al culto di Cerere, ma sempre ricordando quel che ebbe a dire Cézanne: «Je voudrais, comme Poussin, mettre de la raison dans l’herbe et des pleurs dans le ciel».

domenica 19 giugno 2011

Senza...

Anni fa gli insoddisfatti, gli esclusi, quelli che si sentivano privi di ricchezza e di opportunità reclamavano e agivano perché fosse loro dato «tutto e subito!». L’“esproprio proletario” si presentava come l’espressione più rappresentativa di un atteggiamento che consentiva di possedere e di consumare, anche non lavorando e non pagando. In generale, “senza” era considerato l’avverbio della povertà, della mancanza, degli insuccessi, come negli adagi del tipo «Non c’è rosa senza spine, non c’è amore senza pena, non c’è vecchio senza dolore», mentre il positivo risiedeva nel poter consumare sempre di più, con poca fatica e molte pretese, e chi poteva cercava di spingersi sempre più avanti,  portandosi alla frontiera dei consumi.
Ora sembra che le cose siano cambiate. Nota Luca Goldoni (giornalista, scrittore, osservatore del costume) che «stiamo abbandonando l’età del “più”, del “super”, dell’“extra” e ripiegando nell’èra del “senza” e del “meno”. “Senza”, insomma, è bello e soprattutto politicamente corretto».
Introdottasi con apparente innocenza attraverso il caffè decaffeinato e il latte scremato, la sottrazione si è rapidamente diffusa «in una galassia di caramelle senza zucchero, formaggi senza additivi, cioccolata senza calorie, tè senza teina, acqua minerale senza sodio, persino il sale senza sale. Dal “doppio brodo” e dalla “colazione più”, insomma, siamo approdati ai sughi senza ossidanti, alle torte senza pectina, ai cracker senza colesterolo, alla frutta senza fertilizzanti. Generalizzando, si può parlare del passaggio graduale dalla bulimia del consumismo alla quasi anoressia dell’igiene, dell’ecologia e dell’estetica. […] Il senza si estende poi anche alla famiglia. Nelle coppie senza figli i casi sono tre: o c' è un pauroso calo di libido o il timore di procreare pargoli senza futuro oppure un calcolo: prima le Maldive, prima le otto ore di sonno filate, poi (si vedrà) la culla. Sul “di tutto, di più” cala come una nemesi il “di meno, di niente”», per non dire dei politici che disgustosamente ripropongono, appena possibile, la formula «Senza se e senza ma».
Dunque, si prospetta un futuro “pulito” fatto di fiumi senza ponti, automobili senza ruote, parlamenti senza deputati…?
Bene: pur cercando di continuare a osservare il "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", mi sia permesso sperare che non si facciano troppe scelte senza… testa!

venerdì 10 giugno 2011

Cariatidi e dintorni#32/...leonine



Roma, via Nizza/via Velletri
(foto RV)



venerdì 3 giugno 2011

Cariatidi e dintorni#31/Roma, via del Gesù

nel largo all'inizio di via del Gesù, portale in travertino (XVI sec.) con cariatidi e stemma del palazzo della famiglia dei Frangipane
(foto RV)

Consolazione#4/Requiem tedesco


A differenza dai tradizionali Requiem legati alla liturgia cattolica, il Requiem tedesco di Brahms illustra alcuni versetti della Bibbia tedesca con l’intento di superare sensi di colpa e minacce di punizione, e con un fine consolatorio: la vita e la morte, il dolore e la rassegnazione sono uniti in questa meditazione sulla morte. L’essenza della consolazione risiede nella negazione della morte come annientamento («Suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati», la morte ha perso il suo «pungiglione» ed è stata «ingoiata per la vittoria», 1 Cor, 15, 52-55) e nella rassicurazione che la pace sarà finalmente raggiunta da tutti “gli uomini di buona volontà”, come ci dice l’ultimo episodio, in una conclusione di dolcezza serena e sommessa, certa nella fede di un riposo felice, secondo le parole dettate a Giovanni : «Beati d’ora in poi i morti che muoiono nel Signore» (Ap 14, 13).
Questa grandiosa elegia è costruita, secondo un’architettura perfetta, in 7 parti, con coppie corrispondenti, dai caratteri musicali ed espressivi comuni: 3 e 5 (per voce solista e coro, rispettivamente: 3, baritono e coro; 5, soprano e coro), 2 e 6, 1 e 7. Nei primi tre episodi si esprime la tristezza per la caducità di tutte le cose, ma a essi fa riscontro la speranza nella beatitudine della vita futura degli ultimi tre, mentre il 4 (inno di lode del Salmo 83) è considerato una sorta di baricentro di tutta l’opera.
Nelle consolazioni ordinarie è, a mio avviso, presente una più o meno grande, più o meno intenzionale, contraffazione della realtà, senza la quale il meccanismo non sta in piedi, mentre a chi rifugge dalla bugia (e dal triste corteo di figure che l’accompagna) non resta che la consapevolezza tragica della contingenza e della finitezza, forse ancora una consolazione, anche se di una diversa e più sottile natura. Questo Requiem può così raggiungere anche noi, che vediamo improbabile il “risorgere incorrotti”, ma sentiamo la gioia e la gratitudine delle rivelazioni che ci sono date, qui e ora, nelle intermittenze del cuore e nella fragilità della vita: come quelle che ci vengono offerte dalla «lunga e intima confessione di un genio dal cuore ferito» (P. Isotta).