Telamoni in v.le Regina Margherita, ang. via Nomentana Roma (foto RV)
Blog: un’occasione per parlare di sé ma non per sé, un tentativo di arginare lo spreco di esperienze, pensieri, emozioni, offrendone qualche frammento e fidando sul potenziale di universalità che è in ognuno; per riannodare fili, stabilire legami; come mani, parole tese verso…
sabato 21 febbraio 2009
Il malato immaginario
Percepire il tragico in opere che solitamente sono denominate commedie è sicuramente più difficile che in quelle che già esplicitamente qualificate tragedie. C’è del tragico, infatti, in Il malato immaginario di Molière, ben oltre la farsa dell’ipocondriaco e la satira della medicina. La tragedia è nella malattia mortale del vivere, da cui l’ipocondriaco Argan ha relizzato che ci si può difendere solo entrando in “piccole” malattie, da curare con le barriere artificiose dei farmaci e degli interventi medici: “bisogna che la malattia ci sia, ma non prenda piede. Perché, dietro la malattia, come in fondo ad un corridoio lungo, buio, sempre più stretto, sempre più buio, c’è un’immagine orribile: la morte. Non è la religione che possa cancellare quell’immaine, perché la religione non fa altro che ricordarci che essa esiste anche quando noi non la vediamo, e finiremo col batterci il naso contro, ma è la scienza. La scienza cerca di ritardare la sua vittoria, ci dà l’illusione dell’immortalità. E la malattia diventa allora un male necessario, perché soltanto quando si è malati, la scienza può intervenire e allontanare il punto estremo di ogni male, la fine della strada della vita, interrotta bruscamente su un precipizio che è la morte”. La medicina, anche nella sua forma più fatua e “teatrale”, diviene l’unico scudo dietro cui proteggersi, per non dichiararsi vinti. Nella stanza di Argan (nelle stanze di tutti gli ammalati) si “assiste, tra vittorie e disfatte, allo svolgersi di una campagna costante e interminabile, […] combattuta con i clisteri detersivi, il giulebbe epatico soporifero e medicine purgative e corroborative”. Alla fine, divenendo egli stesso medico, Argan celebra la sua apoteosi difensiva. E Molière? All’opposto, egli non si difende, conosce con spietata lucidità la sua condizione di ammalato vero e solo, ha la certezza di essere condannato e disprezza l’inconsapevole Argan.
Il malato immaginario è l’ultima opera di Molière. Durante la quarta rappresentazione (1673) Molière è colto da un accesso di tosse, sputa sangue, morirà poco dopo. È come se Argan e Molière si fossero scontrati sul palcoscenico, “in un duello mortale [in cui] un autore veniva tolto di mezzo, sulla scena, dal proprio personaggio”. La ragione di Molière non vince e la follia di Argan non perde: e noi continuiamo lo scontro ogni giorno.
Per saperne di più: G. Macchia, Il silenzio di Molière; film: A. Minouchkine, Molière, Gérard Corbiau, Le Roi danse. In DVD: in it. Il malato immaginario, regìa di S. Blasi, interpretazione di Tino Buazzelli; in fr.: Le malade imaginaire, realizzazione e interpreti della Comédie-Française.
martedì 10 febbraio 2009
Silenzi e grida
Già vari anni fa con le riflessioni che Foucault aveva avviato sul biopotere e la biopolitica si faceva evidente la consapevolezza che mentre nel passato, fenomeni come la salute, la morte, la sessualità, la riproduzione o l’alimentazione erano considerati esclusivamente privati e sembravano, così, estranei al controllo e all’intervento dello Stato, oggi in maniera sempre più esplosiva, questi temi sono diventati oggetto di dibattito e scontro politico.
Gli eventi di questi giorni ne offrono una riprova acuta e per molti versi dolorosa, esacerbando gli interrogativi, inasprendo le contrapposizioni, ostacolando anche la possibilità di riflettere sulla tragicità della malattia e della morte. Si avverte un forte bisogno di raccoglimento e di fuga dalle polemiche: ricordo come, in un periodo difficile della recente storia francese (questione algerina), nelle riunioni di psichiatria all’Asile Sainte-Anne, quando qualcuno faceva scivolare le considerazioni di psicopatologia in discussioni “politiche”, Lacan si sottraesse ripetendo “Pas d’actualité”. Inattuali, lontani dal clamore mediatico, ma difficile rimanere muti o “spensierati”... E su cosa, come, con chi riflettere? Qui vorrei limitarmi a sottolineare solo alcuni dei punti a mio, ma non solo, avviso più basilari e sui quali si impongono delle opzioni generali con cui ciascuno può/deve confrontarsi:
1. Distinzione tra sacralità e qualità della vita. Una concezione “naturalistica” della vita, benché sostenuta dalle forme più tradizionalistiche di spiritualità, afferma il valore “sacro” della vita biologica, ma sottostima il valore dei vissuti, dell’esigenza di vivere secondo obiettivi, aspirazioni e standard corrispondenti ai propri orientamenti e credenze personali, in breve tutto ciò che oggi, riconosciuto anche dall’Organizzazione mondiale della sanità come fondamentale componente del benessere, viene indicato con l’espressione “qualità della vita”. Da una “sacralità” così intesa finiscono per determinarsi gli accanimenti terapeutici e le imposizioni arroganti di una “difesa” a oltranza della vita biologica, mentre tutti dovrebbero ricordare che i martiri e gli eroi hanno sempre anteposto gli ideali alla mera sopravvivenza. Certo, la vita biologica va tutelata, ma perché dovremmo arrestarci a questo livello elementare pur se basilare? Anche la tesi di chi invita a “lasciar fare la natura” (sia per quanto riguarda gli inizi che la fine della vita) sembra dimenticare che nulla è più culturale del concetto di natura e che se c’è una natura dell’uomo essa ha di proprio il fatto di interrogarsi, sfidare i limiti, costruire un’esistenza libera e autodeterminata.
2. Conseguenza dell’introduzione delle nuove tecnologie nei vari campi della nostra condotta individuale e collettiva è stato l'enorme ampliamento di spazi di libertà, con la conseguenza che molto di ciò che in precedenza era considerato “naturale” (sia nel senso di “fatale” e a cui ci si riteneva quindi ineluttabilmente condannati, sia nel senso di “casuale” o non-dominabile, come per molte malattie) oggi è entrato nel campo di nuove e più ampie possibilità di scelta e di responsabilità. La possibilità di scegliere in ogni momento della propria esistenza i modi di realizzare i propri piani di vita è sentita come valore prioritario e si esprime nella richiesta di libertà nel percorso formativo, nel tipo e nel tempo di lavoro, dell'ambiente in cui vivere, di come strutturare i propri legami sessuoaffettivi, di decidere se e quando avere un figlio, dei modi di curarsi o non curarsi, di morire in autonomia e dignità, e via enumerando: tutte esigenze di vedere riconosciuto il diritto (fondato sulla fiducia nella capacità dell’uomo) di cercare autonomamente e responsabilmente il proprio benesse, contro poteri che pretendano di indicare quali siano i bisogni e come debbano essere soddisfatti. Paradossalmente, anche in questo caso, le espressioni tradizionalistiche della spiritualità cristiana, che pure hanno dato un contributo di portata incancellabile al riconoscimento della dignità della persona, si fermano al riconoscimento di essa nella sua “materialità” naturalistica o nella pretesa (quindi non universalmente condivisibile) esistenza di un’anima immateriale, ostacolando il riconoscimento della dignità della persona nella sua espressione più elevata: la capacità di una consapevole autodeterminazione. Per quanto riguarda poi le forme di spiritualità orientale, buddhismo compreso, dobbiamo constatare che esse non hanno ancora fatto i conti con la soggettività come è stata elaborata dalla nostra cultura. Benché presenti in Occidente, va rilevato che si tratta di tradizioni le quali, da un lato, si sono sviluppate lontane da Eschilo e Platone, dal diritto romano e dal cristianesimo, da Pico della Mirandola, da Cartesio, dai “lumi” e dal romanticismo, da Nietzsche e da Freud, cioè dalle fondamentali radici identitarie della nostra civiltà; dall’altro, si sono tradizionalmente poste mete e obiettivi spesso antitetici a quelli della cultura occidentale. Pertanto, le difficoltà sul piano del riconoscimento della soggettività e degli spazi della sua autonomia non sono state non solo superate ma nemmeno significativamente affrontate, per cui, al fine di una possibile autentica inculturazione della spiritualità orientale in Occidente lo stimolo offerto dalla problematica bioetica non dovrebbe essere più a lungo disatteso, in un silenzio che non sembra proprio potersi qualificare come “nobile silenzio”.
3. Laicità. Per uscire dalla logica maggioritaria, improponibile su questioni riguardanti le libertà individuali, occorrerà ricercare quei punti di un possibile unanime consenso, che oggi non sembra poter essere individuato altro che nel concetto di laicità del potere statale, come la forma più rispettosa e comprensiva delle differenze, più “forte”, anche, perché in grado di “contenerle” e comprenderle nella maggior misura possibile. Certo ogni cultura declina l'universalismo secondo i suoi riferimenti (e ogni universalismo rischia di venir considerato un particolarismo), ma nell'incontro (se lo si vuole incruento) di etiche differenti, se ciascuna posizione riuscirà a fare lo sforzo di immaginarsi come minoranza che, in quanto tale, potrebbe venire oppressa dal prevaricare di una maggioranza ostile, tutti si potranno ritrovare interessati a costruire, sostenere e sviluppare una cornice legislativa “liberale” che assicuri la convivenza dei diversi convincimenti nel riconoscimento unanime e integrale della dignità della persona.
venerdì 6 febbraio 2009
Gioco ermeneutico#1/Hemingway
giovedì 5 febbraio 2009
Sulla pazienza#4/Fromm e L’arte di amare
Nell’ultimo capitolo di L’arte di amare Fromm cerca di offrire alcune indicazioni sulla “pratica” ovvero su quali possano essere considerate le precondizioni di questa pratica, la condizione essenziale rimanendo che per imparare un’arte occorre la pratica stessa. “La pratica di qualsiasi arte”, egli osserva, “ha certe particolari esigenze, sia che si riferisca all’arte del carpentiere, della medicina o dell’arte di amare” e trova che qualsiasi arte richiede disciplina, concentrazione e pazienza. Su quest'ultima, in particolare, scrive: "Chiunque abbia mai provato a imparare un’arte sa che la pazienza è necessaria se si vuole arrivare. Se si vogliono raggiungere risultati rapidi non s’imparerà mai un’arte. Eppure, per l’uomo moderno, la pazienza è altrettanto difficile da praticare quanto la disciplina e la concentrazione […] L’uomo moderno crede di perdere qualcosa — il tempo — quando non fa le cose in fretta; eppure non sa che cosa fare del tempo che guadagna, tranne che ammazzarlo”. Dunque, anche l’amore richiede che si sappia attendere, si sappia aspettare il momento giusto. Vorrei commentare dicendo che il Tempo è Dio, la velocità è l’efficienza, l’impazienza Satana.
lunedì 26 gennaio 2009
Perfezione
Perfetto, da perfectum, part. pass. di perficere, da per, fino in fondo e facere, fare, compiere, a sua volta da complere, riempire, da cum, intensivo e plenus, pieno. Perfetto è dunque ciò che è compiuto, che ha colmato la misura e non ha bisogno d’altro, qualcosa su cui si può sostare. “Tutto è compiuto” sulla croce; perfetta è la cerimonia del tè di Sen no Rikyu; perfetti il gesto di Nureyev e il canto della Callas; l’architetto Boullée progettava edifici smisurati dalla forma perfetta...
In Une gourmandise [Muriel Barbery, Estasi culinarie, tr. it., Roma, Edizioni e/o, 2008] un critico gastronomo di fama mondiale, sul letto di morte, cerca, in un bilancio definitivo, di portare alla coscienza quello che per lui è stato il sapore assoluto, perfetto, verità prima e ultima di tutta una vita, inseguito per anni, primordiale e sublime, anteriore a qualsiasi vocazione critica, a qualsiasi desiderio di parlare del piacere di mangiare (e metafora del significato della vita). Lo troverà — ma è questo il lato forse un po’ convenzionalmente moralistico del libro — in un sapore dell’infanzia, nei “banali” bignè con la granella di zucchero che comprava al supermercato uscendo dalla scuola, un sapore che gli dava la possibilità di raggiungere Dio, “il piacere brutale senza compromessi, che parte dal centro di noi stessi, bada solo al nostro godimento e alla fine ritorna da dove è partito. Dio, ossia la regione misteriosa della nostra intimità in cui apparteniamo interamente a noi stessi, in un’apoteosi di desiderio autentico e piacere incontrastato”. Ma lui, forse, in un altro piacere aveva raggiunto la perfezione, nello scrivere, in cui l’oggetto — in questo caso il cibo — era poco più di un pretesto, perché “a risplendere era la parola” (che, va qui dichiarato, risplende anche nella parola della giovane autrice, Muriel Barbery). Il gastronomo, alla fine, ritrovato quel sapore, potrà affrontare l’arroganza della morte con la certezza di aver scoperto (redenzione!) che “il punto non è mangiare né vivere, è sapere perché”.
domenica 25 gennaio 2009
Karma, rinascita, etc.
Ereditati dall’India prebuddhista, i concetti di karma, di reincarnazione/rinascita e di liberazione finale dal ciclo delle esistenze risultano in palese contrasto con l’essenza della dottrina buddhista dell’anatta o non-ego. La nuova visione del Nirvana, considerato identico al samsara e non meta da raggiungere in un futuro più o meno lontano, comporta che la liberazione dal ciclo delle rinascite sia realizzata non attraverso una mortificante e progressiva uscita dal mondo, ma con la consapevolezza dell’anatta che porta a insignificanza la concezione stessa della rinascita.
Il karma, come legge di causa-effetto, non può essere presentato né come affermazione di un assoluto determinismo né di assoluta autonomia (entrambi privi di fondamento) e deve lasciare il posto a una visione della condotta come soggetta a cause e condizioni che descrivono la “situazione” concreta del comportamento: di fronte a due indecidibili (determinismo e libero arbitrio), vengono a convivere due paradigmi, non necessariamente in opposizione tra loro, ciascuno risultando utile anche se non esaustivo (come, ad es., in fisica, la descrizione della luce che utilizza sia la teoria ondulatoria che la teoria corpuscolare), per cui, da un lato, psicologia e sociologia continueranno a indagare il comportamento ricercandone le “cause”, mentre l’etica e la pedagogia, dall’altro, non potranno rinunciare a fare appello a libertà e responsabilità.
L’esigenza di assicurare una continuità tra i fenomeni e quella, etica, di non lasciare senza alcuna sanzione le “azioni malvage” ha condotto a una concezione non priva di ambiguità (“prendere forma in una nuova nascita” pur senza passaggio “da un’esistenza all’altra”, Milindapañha), esposta utilizzando analogie, a volte fuorvianti (analogia della lampada che viene accesa attraverso la fiamma di un’altra lampada), e basata sulla teoria degli “aggregati” (skandha), oggi poco proponibile.
In definitiva, quello della rinascita/trasmigrazione/reincarnazione (fuori o dentro il buddhismo) appare un problema mal posto, basato su un errore linguistico, che ha scambiato il verbo (che indica una funzione) col sostantivo (che indica una cosa), errore da non sottovalutare se, come ricordava Montaigne, “la maggior parte delle occasioni degli sconvolgimenti del mondo sono grammaticali”. In altre parole, come risponderemmo se ci domandassimo: dove va il camminare quando non ci saranno più le gambe? E ancora: una candela accesa produce fiamma e luce, ma quando la candela si è consumata e spenta quale senso potrebbe avere andare a cercare dov’è andata a finire la luce? Il messaggio contenuto nella dottrina dell’assenza di esistenza inerente dei fenomeni (e quindi del soggetto) si configura pertanto come una definitiva liberazione dal ciclo delle rinascite, avendo eliminato ogni residuo sostanzialistico, rendendo anche il dolore impermanente.
L’idea di rinascita ha tuttavia svolto e continua a svolgere, ove accettata, varie funzioni, quali:
· incoraggiamento: date le difficoltà che si incontrano nel cammino per giungere alla piena realizzazione in questa vita (se, come si dice, praticando il Dharma per mille vite virtuose si potrà acquisire un merito pari soltanto a un capello del Buddha), offre la speranza di riuscita nelle vite future;
· retribuzione: fa vedere le sofferenze come meritate (rispetto al passato) e quindi utili per pagare il debito karmico, risolvendo una equazione rimasta senza soluzione durante una sola esistenza (l’etica retributiva come visione consolatoria di fronte alla sofferenza non redenta);
· controllo sociale: il sistema di premi e punizioni svolge una funzione analoga a quella svolta dal dispositivo inferno-paradiso nelle religioni monoteistiche;
· assicurazione di una successione non conflittuale nelle gerarchie monastico-politiche, stabilendo un lignaggio carismatico con funzione analoga alla trasmissione ereditaria o adottiva (v., in praticolare, nel buddhismo tibetano il carisma accordato ai tulku o reincarnati, considerati eccellenze, preziosità o rimpoche, attribuendo loro una motivazione alla rinascita basata non sul completamento del percoso di purificazione, ma sulla compassione da esercitare guidando gli esseri senzienti verso l’illuminazione).
Abbandonate sia l’idea del ciclo delle esistenze che quella di un’etica retributiva, resta tuttavia il problema di una riformulazione di criteri e modalità dell’educazione morale e del controllo sociale (ad es., secondo il modello della solidarietà autorealizzativa e del “pagamento del debito”).
sabato 24 gennaio 2009
venerdì 23 gennaio 2009
Sulla pazienza#3
giovedì 22 gennaio 2009
"Comprati a caro prezzo"
Siamo nell’anno paolino, bimillenario della nascita di San Paolo. La liturgia di oggi, 18 01 09, offre un passo della I Lettera ai Corinzi sul quale proviamo soffermarci: “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo” (1 Cor 6, 19-20).
Provo a interpretare (dal punto di vista del buddhismo Tendai): siamo un corpo e il corpo, tra le sue funzioni, ha quella, suprema, di sostenere la coscienza e la vita spirituale; funzione, non struttura (verbo e non sostantivo), non una cosa dentro un’altra. Il corpo, la coscienza, noi, non apparteniamo a noi stessi: veniamo dal Lontano, dal Mistero, da Dio (?); come dice Fedra, nella tragedia di Racine: “Viene da più lontano il male mio”; anche il dolore, dunque, viene da lontano, lo “ospitiamo”, ma non possiamo dire che ci appartenga totalmente.
Siamo stati “comprati a caro prezzo”: a prezzo di sofferenze, ingiustizie, martìri di tutti gli esseri senzienti che coi loro corpi o le loro opere hanno sostenuto/sostengono la nostra vita e i nostri privilegi.
Glorificare Dio nel corpo equivale a vivere l’Assoluto nella forma, l’Infinito nel frammento, lo Spirito nel corpo, perché il Nirvana coincide col samsara. E quel tanto che abbiamo ricevuto del dono dell’illuminazione sta a noi magnificarlo e “restituirlo”, rischiarando frammenti del mondo, consapevoli che “l’unico significato dell’esistenza umana è di accendere una luce nelle tenebre del puro essere” (Jung): i “meriti” sono i nostri compiti e le nostre mete. M. Barbery, nel noto romanzo L’eleganza del riccio, scrive: “I favori della sorte hanno un prezzo. Per chi beneficia dell’indulgenza della vita, l’obbligo del rigore nella considerazione della bellezza non è negoziabile”. Il prezzo crea un debito, il debito la restituzione, che dà alla compassione non un significato buonistico, ma quello di amplificazione e di “restituzione” dei benefici ricevuti ai sofferenti, ai meno fortunati, a coloro che attendono...
domenica 18 gennaio 2009
Attaccamento/non-attaccamento
Considerato centrale in uno stile di vita ispirato al buddhismo (come in altri percorsi spirituali), il non-attaccamento si presta a molteplici interpretazioni e modalità di pratica. Con questo termine si può, infatti, significare :
· un lavoro a togliere: astenersi da tutto ciò che si ritiene possa distogliere e inquinare; modalità della “riduzione” o estinzione del soggetto, modalità dell’asceta (“intellettuale organico” di una società pauperistica, poco proponibile in una una società opulenta);
· non identificarsi, neppure col dolore — anch’esso impermanente e non totalmente nostro;
· un invito alla misura (niente a tutti i costi: non “Roma o morte!”, ma “Roma o… Milano!”; niente di esclusivo: “due descrizioni meglio di una”, Bateson);
· un lavoro a mettere: superando l’avversione (attaccamento negativo), prendere tutt’e due gli opposti (evitando l’unilateralismo);
· distacco attraverso la sazietà o la soddisfazione dei desideri, l’“intensificazione” o del non vivere al risparmio: i desideri, visti nella prospettiva della Vita aperta (alla Vacuità), aprono la via, diventano combustibile per l’illuminazione, forniscono energia e luce per trasformare automatismi, costrizioni e sofferenze in saggezza e compassione. Nella formazione spirituale occorre fare attenzione al fatto che non ci sono scorciatoie e che, sovente, la via della rinuncia immatura, sottovalutando il lato “ombra” della personalità e le esigenze del corpo, crea delle false liberazioni e alimenta disturbi di tipo nevrotico. Jung avvertiva in proposito: “Non posso liberarmi di qualcosa che ancora non posseggo o non ho fatto o vissuto. La vera liberazione è possibile solo quando ho fatto tutto ciò che potevo fare, quando mi sono completamente dedicato a una cosa e ho partecipato ad essa al massimo”.
In sintesi, il non-attaccamento secondo l’orientamento mahayana si sostanzierà di misura, di maturazione, di “lavoro a mettere”, di rifiuto dell’unilateralità, di azione morale “senza attaccamento al frutto dell’azione”.
sabato 17 gennaio 2009
Cenerentole
Charles Perrault (1628-1703; letterato, accademico, collaboratore di Colbert e controllore generale della Sprintendenza delle costruzioni reali) nel 1697 pubblicò l’opera che, più di tutte le altre, lo rese famoso: Les contes de ma mère l’Oye [I racconti di mamma Oca], un libro che conteneva alcune delle fiabe più apprezzate di tutti i tempi: La bella addormentata, Il gatto con gli stivali, Cappuccetto rosso, Cenerentola, etc.
Per quest’ultima in particolare, va ricordato che essa è, come accade per molte altre storie, presente in varie epoche e culture, ricevendo anche numerose interprepazioni strutturalistiche e psicologiche o adattamenti musicali e cinematografici. Ma la storia della fanciulla umiliata nella e dalla sua famiglia che, alla fine, incontra il principe che la redime e ne assicura il trionfo su coloro che la disprezzavano, aveva avuto negli anni in cui scriveva Perrault una incredibile realizzazione storica nella vita di Mme de Mantenon. Françoise d’Aubigné (1635-1719) era nata in carcere dove il padre (truffatore e assassino) scontava una condanna e la madre ne condivideva la prigionia. Seguendo le diverse vicende della disgraziata famiglia, sperimentò la più disperata miseria, l’accattonaggio, l’affidamento alla contessa di Neuillan, presso la quale visse anni da vera Cenerentola, durante i quali imparò molto sugli usi della cosiddetta alta società, formò il suo carattere ed ebbe anche l’opportunità, grazie a un trasferimento a Parigi, di frequentare e sposare, lei sedicenne, l’ormai anziano scrittore satirico e spesso sconcio, dalla ricca verve, Paul Scarron, cinico, con le articolazioni bloccate e inchiodato su una sorta di sedia a rotelle, in condizioni di essere, a suo stesso dire, “una epitome della miseria umana”. Tuttavia, colto e brillante, la sua casa era frequentata da scrittori, nobili, finanzieri: per Françoise fu la via di fuga e l’occasione di cambiare vita. Morto Scaron, la giovane vedova, senza soldi era, tuttavia, ricca di conoscenze e relazioni che la portarono a ricevere prima una pensione da parte della regina madre Anna e poi, evento decisivo, l’incarico di governante dei figli illegittimi che il re Luigi XIV aveva avuti da Mme de Montespan. Entrata in tal modo in relazione col sovrano, percorse una “carriera” che, nominata Marchesa di Maintenon, la portò nel 1683, al matrimonio morganatico, o segreto, con lo stesso Luigi XIV, rimasto vedovo solo pochi mesi prima, per la morte di Marie-Thérèse. Il matrimonio fu sostenuto dal cosiddetto partito dei devolti che vedeva, nella presenza e nell’influenza esercitata dalla marchesa una provvienziale occasione per dare una svolta moralizzatrice alla vita del re e al regno stesso, tanto più che Luigi aveva buone ragioni politiche per mettersi in migliore sintonia con la Chiesa.
La vocazione pedagogica di Mme de Maintenon ebbe un vistoso riconoscimento con la creazione e la direzione a Saint-Cyr, nei pressi di Versailles, di un pensionato femminile — la Maison royale de Saint-Louis — dove sarebbero state gratuitamente accolte le figlie di padri morti al servizio del re e della Francia o le figlie di famiglie nobili, cadute in povertà: era una sorta di pendant dell’Hôtel des Invalides, istituito per ospitare soldati invalidi, esistente ancora oggi. La Maison, inaugurata nel 1686, poteva ospitare 250 ragazze, dai 7 ai 20 anni, ripartite in quattro classi di età (distinte dai colori rosso, verde, giallo, blù del vestiario); quando ne uscivano ricevevano una dote che permetteva loro di sposarsi adeguatamente o di entrare in convento. L’educazione, benché fondata sulla religione, era tuttavia profondamente diversa da quella che si poteva ricevere nei conventi e, proponendosi di formare delle donne libere e consapevoli, sia pure nei limiti consentiti dai costumi dell’epoca, innovava profondamente i metodi di formazione femminile, tanto da divenire modello per vari istituti creati successivamente.
Tra gli insegnamenti figurava il teatro, apprezzato particolarmente da Mme de Maintenon. Verificato che la recita di parte della Iphigénie di Racine aveva provocato troppi turbamenti emotivi nelle ragazze, la direttrice chiese a Racine di scrivere per le educande un dramma che servisse di elogio della virtù. Il dramma fu Esther, che venne rappresentato alla presenza del re e della corte (1689) con un successo mondano enorme che non cancellò ma anzi aumentò le preoccupazioni. Nel 1691 un’altra tragedia di Racine Athalie fu allestita con molta maggiore discrezione e messa in scena senza costumi speciali ma con le uniformi ordinarie dell’istituto.
La Maison si trovò al centro anche di un altro affaire: il quietismo, un movimento della spiritualità del Seicento, presto condannato dalla Chiesa, che attraversò la corte e vide impeganti su fronti opposti Bossuet, pedagogo del Gran Delfino e Fénelon pedagogo del Piccolo. Mme de Maintenon, che aveva ospitato a Saint-Cyr Mme Guyon, personaggio di spicco del movimento e autrice del famoso Metodo breve e semplice di preghiera, fu costretta a rinviarla nel 1694 e, successivamente, a separarsi anche da Fénelon che era uno dei suoi direttori spirituali.
L’istituzione, trasformata in convento, divenne sempre più rigorista e il progetto pedagogico della direttrice ne risultò in gran parte compromesso.
Con la morte del re Luigi XIV (1715) Mme de Maintenon si ritirò a Saint-Cyr ove morì tranquillamente di vecchiaia quattro anni dopo. Sepolta a Saint-Cyr, i suoi resti furono tirati fuori dalla tomba alla Rivoluzione (secondo l’abominevole procedura che non risparmiò le tombe reali, tra cui quella di Luigi XIV) e abbandonati in un cortile; raccolti in una cassa restarono in un magazzino. Ritrovati dopo i bambardamenti del 1945 e trasportati a Versailles furono definitivamente sepolti nella cappella di Saint-Cyr. Come nota la biografa Simone Bertière, anche dopo morta la sposa segreta continuò a “osciller entre deux port d’attache”. Come Cenerentola, bisogna dire che il “primo volume” della biografia di Françoise d’Aubigné racconta una vita più incantata e ricca di sorprendenti cambiamenti di quando divemme Marchesa di Maintenon, con molto potere ma senza la gratificazione di un riconoscimento adeguato.
La Maison royale, scomparsa la coppia reale, continuò la sua vita, pur avendo perso molto del suo splendore e del suo significato, fino al 1793, quando venne soppressa per decreto dell’Assemblea legislativa. Divenne ospedale militare, poi scuola mililitare; i locali subirono l’occupazione da parte della Wermacht e i bombardamenti alleati durante la Seconda guerra mondiale; oggi è sede del Lycée militaire de Saint-Cyr.
Il film Saint-Cyr, della regista Patricia Mazuy (2000), superbamente interpretato da Isabbelle Huppert nel ruolo di Mme de Mantenon, ci offre un’avvincente ricostruzione delle vicende della Maison royale, dalla sua inaugurazione fino alle crisi evidenziatesi in occasione delle recite teatrali. Possiamo incontrarvi Racine (e assistere a qualche frammento delle rappresentazioni delle sue tragedie), Luigi XIV, l’Abbé Gobelin: non è poco!
mercoledì 14 gennaio 2009
Due peccati
Due peccati: mediocrità, ignoranza. Due correttivi: eleganza/attenzione, studio/consapevolezza.
sabato 10 gennaio 2009
domenica 4 gennaio 2009
Il mito dell'atemporalità#3
Bruno Munari (1907-98) è stato uno dei massimi protagonisti della grafica e del design del secolo scorso. Di lui Gillo Dorfles disse: “Munari rimane l’inventore di un modo di vivere e di lavorare: un modo di concepire la vita come lavoro e il lavoro come gioco, ma anche il gioco come la vera base d’ogni attività creativa, anche la più seria. Gioco significa comprendere l’aspetto metaforico delle cose e degli eventi, l’aspetto ironico presente anche nelle più severe e puntigliose progettazioni”. Da qui le sue macchine inutili (1933) o le scritture illeggibili di popoli sconosciuti. Si chiedeva sempre: “Ma non si può fare in un altro modo?” e cercava la risposta esplorando i limiti, tentando di superarli: i limiti delle idee, dei progetti, delle cose, perché in essi era convinto si celassero insospettate possibilità che sta a noi scoprire, al di là dell’usuale e del consueto. Non potevano sfuggirgli i limiti del tempo, lo tentava la possibilità di annullarlo. Come? Con l’ironia e il gioco, secondo il suo stile. Ecco quindi la sveglia dell’Ora X (quale sarà mai l’ora decisiva? Ce la “indica” una sveglia che non la definisce, ma, col movimento di dischi colorati che sovrapponendosi generano altri colori, prova a confonderci le idee e a portarci sul terreno dell’ironia) o l’orologio Tempo libero (progettato per Swatch, che contiene nel quadrante 12 piccoli dischi con le cifre delle ore che sono libere di muoversi con i movimenti del polso): guardare il mondo e fare diversamente.
Questo e altro nella mostra dedicata a Munari al Museo dell’Ara Pacis, fino al 22 feb.
sabato 27 dicembre 2008
Discernimento
Karl Paul Reinhold Niebuhr (1892 – 1971), teologo cristiano protestante americano, è considerato l’autore della “Preghiera di serenità”, che preferirei chiamare “Preghiera del discernimento”. Per questo mi permetto di proporla (nella versione breve) all’attenzione di quanti, di qualsivoglia appartenenza o non-appartenenza religiosa, non la conoscono (e non la praticano!) ancora .
“Signore, concedimi la serenità
di accettare le cose che non possono essere cambiare,
il coraggio di cambiare quelle che possono essere cambiate
e la saggezza per distinguere le une dalle altre”.
lunedì 22 dicembre 2008
La festa, un tempio nel tempo
Per l’uomo delle culture arcaiche, il tempio delimitava lo spazio sacro e la festa il tempo sacro, una sorta di tempio nel tempo: in entrambi i casi, si poteva avere lì un diretto contatto con la realtà del “totalmente altro”. Il Mondo si rinnovava annualmente e ritrovava così la sua originaria santità: l’anno era un circolo chiuso e il Mondo veniva periodicamente ricreato. Con adeguati riti, veniva annullato il tempo profano e gli uomini, liberati da errori e da colpe, nuovi e purificati potevano ridiventare contemporanei della cosmogonia. Il valore della festa non era quello di ricordare o commemorare l’evento mitico delle origini, ma di riattualizzarlo e iniziare una nuova vita con le potenzialità intatte come alla nascita; e chi era ammalato poteva in tal modo guarire.
Per noi che viviamo in un tempo desacralizzato ed evanescente, in una linearità che conduce non alla rinascita ma verso l’ignoto della fine, l’augurio è quello di utilizzare i brandelli del Tempo “originario”, santificato dalla presenza degli dèi, per costruire almeno frammenti di un nuovo sapere della precarietà, nutrito dal “canto che nomina la Terra” e dalla consapevolezza che l’unico significato dell’esistenza umana sia quello di “accendere una luce nelle tenebre del puro essere”.
sabato 20 dicembre 2008
Roma barocca#4-Basilica dei Ss. Apostoli e Palazzo Colonna


(foto da Wikipedia)
Nell’età barocca, non solo S. Ignazio e i Gesuiti ricevettero l’onore di importanti opere d’arte, ma anche i Francescani, come testimonia l’affresco di Giovan Battista Gaulli, detto Baciccia (autore anche dell’affresco sulla volta della chiesa del Gesù), Trionfo dell’Ordine francescano, sulla volta della navata centrale della Basilica dei Ss. (santi, non santissimi!) Apostoli, dedicata ai santi Filippo e Giacomo (dei quali sono conservate le reliquie). La chiesa, costruita nel VI sec. e poi andata distrutta a causa di un terremoto, fu fatta restaurare dal papa Martino V, della famiglia Colonna, al cui palazzo la chiesa è contigua. La facciata risulta composita, presentando un portico del XV sec. a nove arcate, su due ordini, il superiore chiuso con finestre barocche, sovrastato da una balaustra con statue di Cristo e apostoli (occasione per ricordarli: Simone, soprannominato Pietro; Andrea, fratello di Pietro; Giacomo; Giovanni, fratello di Giacomo, tradizionalmente identificato con l’autore del IV vangelo; Filippo; Bartolomeo; Tommaso; Matteo, il pubblicano: riscuoteva le imposte, tradizionalmente identificato con l'autore del vangelo di Matteo; Giacomo il Minore; Giuda Taddeo, il vangelo di Luca riporta al suo posto Giuda di Giacomo; Simone lo Zelota; Giuda Iscariota, l'apostolo che tradì Gesù; Mattia, nominato dopo l’ascensione di Gesù), che precede una facciata settecentesca, su disegno del Valadier, con lesene e un finestrone centrale.
L’imponente Palazzo Colonna si estende tra p.za dei Ss. Apostoli, v. IV novembre, v. della Pilotta e, come si presenta attualmente, è il risultato del lavoro di incorporazioni di varie costruzioni nella vasta opera di ristrutturazione effettuata nel Seicento e nel settecento. Caratteristici, sulla via della Pilotta, i ponti che collegano il palazzo con l’ampio giardino. All’interno si trova la ricca Galleria Colonna che ospita dipinti di grande valore (di A. Carracci, P. Veronese, Pietro da Cortona, D. Tintoretto...).
Della famiglia Colonna alcuni membri sono indimenticabili. Tra essi:
Marcantonio II (1535-84), capitano generale della flotta alleata nella guerra della Lega santa contro i turchi, nella battaglia di Lepanto (1571) li sconfisse, catturandone la nave ammiraglia insieme a Giovanni d’Austria.
Vittoria (1490-1547), presente nella nostra memoria scolastica unitamente a Gaspara Stampa, era figlia del condottiero Fabrizio Colonna (protagonista dei dialoghi dell’Arte della guerra di Machiavelli); moglie del marchese Ferdinando d’Avalos, rimasta vedova condusse una vita austera, ricca di idealità religiose. Fu ammirata e amata da Michelangelo (“Donna leggiadra, altera e diva”, “Un uomo in una donna, anzi un dio”), che si rimprovera di non saper trarre da lei la salute della propria anima. N. Sapegno la dice ”signora di alto intelletto e di svariata cultura, disposta per indole alle severe meditazioni e dotata di una ricca vita affettiva, che in lei per altro è tenuta a freno dall’orgoglio aristocratico e dalla nativa austerità”. Rimatrice petrarchesca, curò il rigore formale più che le effusioni sentimentali, anche se i suoi versi non mancano di toni malinconici (“Così mi sforza la nimica sorte/le tenebre cercar, fuggir la luce/odiar la vita e disiar la morte…). L’amicizia con Michelangelo e le relazioni coi circoli intellettuali e religiosi del tempo hanno sicuramente contribuito a serbarne una memoria viva ancor oggi.
giovedì 18 dicembre 2008
Lealtà/fedeltà
至
試
Il 26 febbraio 1936 un migliaio di uomini, guidati da un gruppo di giovani ufficiali che contava sull’appoggio di una parte delle gerarchie militari, occupò il centro di Tokyo, uccise un ministro e qualche altra personalità pubblica, compì altri attentati più o meno andati a segno. Era l’epoca del cosiddetto fascismo del periodo imperiale (tennōsei, sistema imperiale, fashizumu, fascismo), regime costituitosi tra le due guerre mondiali e che ebbe vari ideologi, il maggiore dei quali fu KITA Ikki (1883-1937). Ma in quella occasione i generali Araki e Mazaki non si mossero a difesa degli insorti e l’imperatore — nel cui nome essi si erano ribellati — paradossalmente fu pronto nel chiedere la punizione dei rivoltosi che, circondati da marina e guardia imperiale, si arresero il 29. Due degli ufficiali si uccisero, ci furono diciannove condanne a morte, eseguite alcune subito, altre — anche per alcuni sostenitori civili tra cui lo stesso Kita — l’anno seguente.
Lo scrittore MISHIMA Yukio vari anni dopo (1961) prese spunto da questo episodio, poi denominato “l’incidente del 26 febbraio”, per un racconto, intitolato Yūkoku [Patriottismo]. In esso si narra che il tenente Takeyama Shinji, essendosi da poco sposato, fu convinto dai suoi colleghi a non prendere parte alla ribellione. Nei giorni seguenti, fu proprio tra quelli incaricati della punizione dei colpevoli. Si profilava così uno di quei conflitti tra doveri (fedeltà/lealtà verso l’imperatore, da un lato, e fedeltà/lealtà verso gli amici, dall’altro) che ha spesso trovato, per la mentalità giapponese tradizionale, nel suicidio rituale (seppuku) l’unica tragica via di uscita. Così, infatti, decide Shinji e così la moglie Reiko (“Anch’io ho deciso. Ti chiedo il permesso di seguirti”). I due coniugi si amano con la consapevolezza dell’ultima volta, Mishima ne descrive il desiderio sessuale che fa tutt’uno con l’amore per il proprio Paese, lo splendore dei corpi (quello di lei “bianco e maestoso”, e quello di lui “dalle spalle possenti, i due scudi robusti che sembravano unirsi a formare il petto vigoroso”), la indicibile dolcezza insita nella decisione di morire, con una morte simile “in tutto e per tutto alla morte in guerra”, sul fronte dell’anima, “atto di un soldato segnato dalla perfetta lealtà”; infine, il dolore indicibile del corpo straziato. Nel tokonoma della stanza, il rotolo con una calligrafia dei due caratteri della parola shisei, perfetta sincerità/fedeltà/lealtà.
In un articolo del 1966, dedicato ancora all’“l’incidente del 26 febbraio”, Mishima parla del racconto in cui dice di aver creato “una situazione in cui il piacere fisico estremo e l’estrema sofferenza fisica sono costituiti da uno stesso principio e, attraverso ciò, aprono la via ad una suprema beatitudine”. È proprio l’unione di questi due vissuti che genera il terzo: la grande felicità e libertà dell’amore che raggiunge il culmine della purezza e dell’estasi nella prospettiva di un doloroso suicidio. Wagner, Nietzsche, Bataille...: la morte è al servizio della bellezza o la bellezza è al servizio della morte?
L’eutanasia è per noi la morte “dolce”, quella che deve avvenire senza sofferenza; il seppuku, all’interno del codice morale del bushi (aristocrazia guerriera), ha valore perché carico di sublime coraggio di fronte all’estremo dolore. Potremmo considerarla come una forma di quella che oggi si denomina “morte amica”?
Nel 1965 Mishima diresse e interpretò (nel ruolo del tenente) un cortometraggio tratto da Patriottismo, di un erotismo suggestivo e di un raccapriccio sublimato. Del film, distrutto per desiderio della vedova di Mishima, riemerse una copia nel 2005: ora le edizioni Montparnasse ce lo offrono in DVD, in un cofanetto (discalie in fr., in., giap.) dal titolo Yūkoku: rites d’amour et de mort.
Il 25 novembre 1970 Mishima, in circostanze simili a quelle del racconto, fece il suo seppuku negli uffici del generale Masuda Kanetoshi, che, insieme ad alcuni membri della “Associazione degli scudi”, aveva occupato per un’azione dimostrativa. Nonostante le esplicite volontà testamentarie, dopo la morte gli fu attribuito, secondo il costume giapponese, il titolo/nome postumo di “buddhista laico Kimitake, eccelso in arti guerriere e specchio di letteratura”.
lunedì 15 dicembre 2008
Totò
Non ho difficoltà a considerare Totò un vero Maestro spirituale e, poiché siamo tutti attori nel più grande dei teatri, riflettiamo su questa sua "Preghiera del clown":
Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo.Tu che proteggi uomini, animali e baracconi, tu che rendi i leoni docili come gli uomini e gli uomini coraggiosi come i leoni, tu che ogni sera presti agli acrobati le ali degli angeli, fa' che sulla nostra mensa non venga mai a mancare pane ed applausi. Noi ti chiediamo protezione, ma se non ne fossimo degni, se qualche disgrazia dovesse accaderci, fa che avvenga dopo lo spettacolo e, in ogni caso, ricordati di salvare prima le bestie e i bambini.Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere ugualmente felici, tu che sei la vera, l'unica rete dei nostri pericolosi esercizi, fa' che in nessun momento della nostra vita venga a mancarci una tenda, una pista e un riflettore. Guardaci dalle unghie delle nostre donne, ché da quelle delle tigri ci guardiamo noi, dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamante le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un po’ perchè essi non sanno, un po’ per amor Tuo, e un po’ perchè hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri.
mercoledì 10 dicembre 2008
Schermaglie#5/Nick’s Film – Lampi sull’acqua, 1980
lunedì 8 dicembre 2008
Roma barocca#3 - Chiesa di S. Maria della Pace
(foto RV)
Quello che fu operato da Pietro da Cortona (1656) non fu soltanto un restauro (eseguito per volere del papa Alessandro VII) della preesistente chiesa quattrocentesca, ma un vero e proprio intervento urbanistico: la chiesa è infatti inserita in un complesso costituito da due ali laterali, dalla facciata della chiesa stessa e dall’accesso alle viuzze laterali; ne è risultato un capolavoro dell’urbanistica e dell’architettura barocca. La facciata convessa inverte la curvatura dell’esedra di fondo, sporge dal fondale, è arricchita da un pronao semicircolare a colonne doriche binate che prende tutta la larghezza della fronte; la parte superiore, con colonne corinzie, ha al centro un finestrone sormontato da un frontone che ne inquadra uno minore con lo stemma di Alessandro VII: ne risulta un prospetto scenografico ricco di movimento e chiaroscuri.
Il chiostro è il famoso chiostro noto col nome di “chiostro del Bramante".
Merita una sosta l'adiacente Antico Caffè della Pace.