venerdì 8 luglio 2011

Roma barocca#11/all'ombra!

Girare per Roma nei giorni d’estate può esser duro, il caldo diventare «insoffribile, il sole del Leone e della Vergine vi piomba su quasi a picco, accende le strade e le piazze, par che pietrifichi l’aria e l’infochi, ottunde i sensi e i sentimenti del viandante», come scriveva Massimo Bontempelli (1878-1960). Nel racconto L’ombra e la luce,  egli immaginava che un tal «Anselmo Memmi, ch’era dottore in filosofia, quarantenne, benestante, scapolo e umanitario» avesse compilato una Guida di Roma all’ombra, ad uso dei turisti estivi, per insegnar loro a girare evitando gli spazi assolati. Forse è nata così la leggenda metropolitana di questo libro che molti hanno cercato ma, come diceva Pietro Paolo Trompeo, «è una specie d’araba fenice: tutti ne han sentito parlare e nessuno l’ha visto». Probabilmente Bontempelli riattualizzava per Roma la diceria che, un secolo prima, A. Dumas aveva messo in giro per Napoli, raccontando di aver avuto tra le mani e utilizzato una guida scritta da uno sfortunato gesuita, dal titolo Napoli senza sole per camminar di estate per le strade non battute dai raggi solari: libro che nessuno ha mai visto e che nessuna biblioteca possiede.
In mancanza di queste preziose e salvifiche guide, resta fortunamente la realtà del refrigerio che possono offrire le chiese romane. Godiamola accompagnati dalla descrizione che ne faceva il Duca Minimo (Gabriele D’Annunzio) nella rubrica L’estate a Roma su La Tribuna del 24 luglio 1887:
«Il cattolicesimo è una buona religione d’estate: e Roma è senz’alcun contrasto la Gran sede della religione cattolica. Dunque a Roma, specialmente, il cattolicesimo estivo è una fonte di frescura inesauribile. La gente savia, invece d’andar a sguazzare faticosamente nelle acque impure d’uno stabilimento balneario o a contemplare le vacche nei troppo verdi paesaggi artificiali della Svizzera resta a Roma a far professione di cattolicesimo e anche viene a Roma da fuori.
O grandi chiese romane, tutte piene di placida luce aranciata o violetta, così barocche e così belle, gran fortuna che li uomini non ascoltino i miei consigli lirici e che i veri ferventi sieno pochi, altrimenti voi perdereste uno dei vostri incanti maggiori; il quale è, in verità, la solitudine. Nelle ore della siesta tutte le chiese sono deserte e silenziose come le caverne mistiche nel grembo delle montagne abitate dai cervi santi e dagli eremiti. I pavimenti di marmo hanno un luccicare cupo, come di un’acqua stagnante. Nelle cappelle l’ombra è profonda e misteriosa, rotta qua e là da luccicori indistinti. Le volte, tutte ornate di pitture seicentistiche e di svolazzi e di rilievi giganteschi e d’angeli e di cherubini e di chiavi pontificie, s’innalzano e s’incurvano con maggiore ampiezza nei giochi della luce e dell’ombra…» (da Ad Altare Dei).

giovedì 30 giugno 2011

Sulla pazienza#7/Tertulliano

Con Patristica si intende il periodo in cui il pensiero cristiano è stato prima difeso poi esposto in maniera sistematica dai cosiddetti Patres della Chiesa, periodo che va dal II sec. d. C. a Gregorio Magno (540-604). Gli scritti dei Padri sono raccolti nella monumentale, imponente, severa, quasi minacciosa (varie centinaia di volumi!) opera realizzata dal prete, bibliografo, editore francese Jacques Paul Migne (1800-75), universalmente nota come “il Migne”, divisa nelle due sezioni dedicate alla patrologia greca e a quella latina. Ora, miracoli dell’era digitale, quest’opera è disponibile in Internet, in libera consultazione chez soi e in ogni parte del mondo!
Andando a questa raccolta, possiamo trovare un breve scritto di Tertulliano (Quintus Septimus Florens Tertullianus, 150-220 d. C.) dedicato alla pazienza (De Patientia), della quale egli indica proprietà e pregi, «tanto inseparabile dalle cose di Dio [Dei rebus] che senza la pazienza non è possibile compiere alcun precetto né fare alcuna opera che sia gradita al Signore». Dio è, anzi, Lui stesso, il più perfetto modello di pazienza, cosa che ci deve impegnare a divenire pazienti come Lui (Tema ripreso da Benedetto XVI in una omelia del 2005, su cui v. post  del 14 novembre 2008 in questo Blog). La pazienza è madre della misericordia e Tertulliano mostra come tante iniquità e tanti peccati vengano proprio dalla fretta, ossia dall’impazienza, e ricordo come il mio professore di Filosofia del Liceo appricava questo criterio anche alla verità, dicendoci: «L’errore viene dalla fretta di concludere».
In una prospettiva di ottica retributiva e utilitaristica, Tertulliano cerca di persuaderci dei vantaggi della pratica di questa virtù, gradita a Dio, e della convenienza di rinunciare ai beni terreni in vista di ben più ricchi beni celesti, considerando che sarà Dio a vendicare al posto nostro le offese, le cattiverie, le insolenze che ci vengono inferte. Parimenti, di fronte a disgrazie, malattie, morte delle persone care bisognerà, come Giobbe, pazientare per lasciar operare il Signore: Lui guarirà, ristabilirà, resusciterà… E di fronte alla amarezze della vita c’è, invece, la dolcezza dell’essere pazienti: gli insulti lanciati «contro un’anima paziente non produrranno altri effetti che quelli di una freccia lanciata contro una roccia impenetrabile; sarà un colpo perso: la freccia cadrà a terra o sarà qualche volta rinviata contro chi l’ha lanciata». Non solo non ne saremo toccati, ma potremo anche avere il sottile piacere di vedere frustrata la speranza di chi offende, osservando tornare a lui il dolore che pretendeva causarci. Tertulliano parla anche di una pazienza del corpo, perché se lo spirito è pronto e la carne è debole, è proprio la pazienza che può rinforzarlo, e distingue poi, polemicamente, «haec patientia ratio, haec disciplina, haec opera celestis et vera, scilicet Christiana» dalla pazienza falsa e terrena dei gentili, parente di viltà o maschera di bassi interessi.
Vengono poi forniti quasi dei suggerimenti per una iconografia di questa virtù: la pazienza ha un volto dolce e pacifico, la fronte è serena, nessuna collera che la contragga, nessuna nube che la veli; sopraccigli sempre ridenti, occhi sempre abbassati non per vergogna ma per modestia; il sigillo del silenzio riposa sulla sua bocca; il colore del viso è quello dell’innocenza e della sicurezza; agita sovente la testa per scacciare il diavolo e se ride è per insultare questo tentatore. Il vestito che le copre il petto è candido e di così giusta misura che né rigonfia né ha macchie. Siede sul trono dello spirito di dolcezza e mansuetudine, nessun turbamento l’agita né alcuna nube oscura, ma al contrario si mostra nella sua tenera serenità, sempre luminosa e semplice. «Nam ubi Deus, ibidem et alumna ejus, patientia scilicet: cum ergo spiritus Dei descendit, individua patientia comitatur eum».
Due considerazioni, mi sembra possiamo trarne: la prima, psicologica, sugli effetti negativi dell’impaziena e della fretta («ogni peccato ha la sua origine nell’impazienza; il male non è che l’impazienza del bene», una febbre che spinge anzitempo all’azione); la seconda, filosofica, sulle differenze tra etica autonoma ed etiche eterodirette, basate cioè su comandamenti esterni come quelli divini.

venerdì 24 giugno 2011

Roma barocca#10/p.za dell'Orologio

(foto RV)
Edicola in p.za dell’Orologio (Palazzo dei pp. Filippini):
Sotto un baldacchino ligneo con nappe e pendagli, due angeli librati sulle nuvole sorreggono la cornice (di T. Righi) dalla quale, in alto, fuoriescono raggi (di luce) con attorno testine di cherubini. Al centro, l’immagine della Madonna con Bambino (di A. Bicchierai) su un fondo di un caldo colore dorato; in basso un ricco cartiglio.

martedì 21 giugno 2011

Solstizio d'estate (con Poussin)



Soffermiamoci sul cambiamento di stagione osservando il quadro di Nicolas Poussin dedicato a L’été. Nicolas Poussin (1594-1665, pittore francese molto influenzato dagli ideali classici dell’arte italiana, passò più della metà della sua vita a Roma ove produsse la maggior parte delle sue opere e dove si spense e fu sepolto) non è da considerare un paessaggista, ma «un pittore della natura, senza dubbio il più grande pitture della natura, il suo poeta e filosofo e poeta, […], l’interprete del susseguirsi dei suoi cicli, della sua violenza e della sua grande potenza» (P. Rosenberg). Il quadro fa parte di un insieme di quattro dedicati alle stagioni, composti negli anni 1660-64 per il nipote del card. Richelieu, ora al Louvre. Quadri che sono occasione di contemplazione e di riflessione, in cui  osserviamo l’uomo nell’ambiente naturale e in cui la storia individuale fa parte di una più ampia storia del mondo.
Nell’Été predomina il giallo caldo del campo di grano durante la mietitura, su cui si stagliano i colori vivi delle vesti e il verde scuro del grande albero in primo piano. Sulla destra osserviamo una grande pietra miliare mentre le montagne nello sfondo servono come di appoggio alle linee di fuga prospettiche per dare profondità al paesaggio, nel quale sono collocate anche delle città fortificate.
Su questo sfondo gli uomini. Uno guida i cavalli, altri mietono, compongono i covoni, si dissetano, mentre alcune donne preparano il pranzo. Al centro, un donna con alle spalle un testimone pensieroso che si inchina è inginocchiata di fronte a un uomo col turbante. E le loro storie. Possimo leggervi l’incontro di Rut e di Booz (un episodio biblico, parte della storia della redenzione perché dalla loro unione verranno la stirpe di David e quindi Gesù) o — in una visione panteistica — l’estate come età della maturità dell’uomo o, in un quadro virgiliano ricco di risonanze classiche, un’allusione al culto di Cerere, ma sempre ricordando quel che ebbe a dire Cézanne: «Je voudrais, comme Poussin, mettre de la raison dans l’herbe et des pleurs dans le ciel».

domenica 19 giugno 2011

Senza...

Anni fa gli insoddisfatti, gli esclusi, quelli che si sentivano privi di ricchezza e di opportunità reclamavano e agivano perché fosse loro dato «tutto e subito!». L’“esproprio proletario” si presentava come l’espressione più rappresentativa di un atteggiamento che consentiva di possedere e di consumare, anche non lavorando e non pagando. In generale, “senza” era considerato l’avverbio della povertà, della mancanza, degli insuccessi, come negli adagi del tipo «Non c’è rosa senza spine, non c’è amore senza pena, non c’è vecchio senza dolore», mentre il positivo risiedeva nel poter consumare sempre di più, con poca fatica e molte pretese, e chi poteva cercava di spingersi sempre più avanti,  portandosi alla frontiera dei consumi.
Ora sembra che le cose siano cambiate. Nota Luca Goldoni (giornalista, scrittore, osservatore del costume) che «stiamo abbandonando l’età del “più”, del “super”, dell’“extra” e ripiegando nell’èra del “senza” e del “meno”. “Senza”, insomma, è bello e soprattutto politicamente corretto».
Introdottasi con apparente innocenza attraverso il caffè decaffeinato e il latte scremato, la sottrazione si è rapidamente diffusa «in una galassia di caramelle senza zucchero, formaggi senza additivi, cioccolata senza calorie, tè senza teina, acqua minerale senza sodio, persino il sale senza sale. Dal “doppio brodo” e dalla “colazione più”, insomma, siamo approdati ai sughi senza ossidanti, alle torte senza pectina, ai cracker senza colesterolo, alla frutta senza fertilizzanti. Generalizzando, si può parlare del passaggio graduale dalla bulimia del consumismo alla quasi anoressia dell’igiene, dell’ecologia e dell’estetica. […] Il senza si estende poi anche alla famiglia. Nelle coppie senza figli i casi sono tre: o c' è un pauroso calo di libido o il timore di procreare pargoli senza futuro oppure un calcolo: prima le Maldive, prima le otto ore di sonno filate, poi (si vedrà) la culla. Sul “di tutto, di più” cala come una nemesi il “di meno, di niente”», per non dire dei politici che disgustosamente ripropongono, appena possibile, la formula «Senza se e senza ma».
Dunque, si prospetta un futuro “pulito” fatto di fiumi senza ponti, automobili senza ruote, parlamenti senza deputati…?
Bene: pur cercando di continuare a osservare il "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", mi sia permesso sperare che non si facciano troppe scelte senza… testa!

venerdì 10 giugno 2011

Cariatidi e dintorni#32/...leonine



Roma, via Nizza/via Velletri
(foto RV)



venerdì 3 giugno 2011

Cariatidi e dintorni#31/Roma, via del Gesù

nel largo all'inizio di via del Gesù, portale in travertino (XVI sec.) con cariatidi e stemma del palazzo della famiglia dei Frangipane
(foto RV)

Consolazione#4/Requiem tedesco


A differenza dai tradizionali Requiem legati alla liturgia cattolica, il Requiem tedesco di Brahms illustra alcuni versetti della Bibbia tedesca con l’intento di superare sensi di colpa e minacce di punizione, e con un fine consolatorio: la vita e la morte, il dolore e la rassegnazione sono uniti in questa meditazione sulla morte. L’essenza della consolazione risiede nella negazione della morte come annientamento («Suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati», la morte ha perso il suo «pungiglione» ed è stata «ingoiata per la vittoria», 1 Cor, 15, 52-55) e nella rassicurazione che la pace sarà finalmente raggiunta da tutti “gli uomini di buona volontà”, come ci dice l’ultimo episodio, in una conclusione di dolcezza serena e sommessa, certa nella fede di un riposo felice, secondo le parole dettate a Giovanni : «Beati d’ora in poi i morti che muoiono nel Signore» (Ap 14, 13).
Questa grandiosa elegia è costruita, secondo un’architettura perfetta, in 7 parti, con coppie corrispondenti, dai caratteri musicali ed espressivi comuni: 3 e 5 (per voce solista e coro, rispettivamente: 3, baritono e coro; 5, soprano e coro), 2 e 6, 1 e 7. Nei primi tre episodi si esprime la tristezza per la caducità di tutte le cose, ma a essi fa riscontro la speranza nella beatitudine della vita futura degli ultimi tre, mentre il 4 (inno di lode del Salmo 83) è considerato una sorta di baricentro di tutta l’opera.
Nelle consolazioni ordinarie è, a mio avviso, presente una più o meno grande, più o meno intenzionale, contraffazione della realtà, senza la quale il meccanismo non sta in piedi, mentre a chi rifugge dalla bugia (e dal triste corteo di figure che l’accompagna) non resta che la consapevolezza tragica della contingenza e della finitezza, forse ancora una consolazione, anche se di una diversa e più sottile natura. Questo Requiem può così raggiungere anche noi, che vediamo improbabile il “risorgere incorrotti”, ma sentiamo la gioia e la gratitudine delle rivelazioni che ci sono date, qui e ora, nelle intermittenze del cuore e nella fragilità della vita: come quelle che ci vengono offerte dalla «lunga e intima confessione di un genio dal cuore ferito» (P. Isotta).

domenica 29 maggio 2011

Sefora

Uno dei passi della Recherche in cui Proust mostra al meglio la sua capacità di analisi psicologica è quello in cui Swann, seduttore-di e sedotto-da Odette, appare non persuaso fino in fondo della bellezza di questa: «la necessità in cui versava, per trovare bello il suo viso, di circoscrivere ai soli pomelli freschi e rosei le guance che erano così spesso gialle, languide, cosparse a volte di puntini rossi, lo rattristava come una prova che l’ideale è inaccessibile e la felicità mediocre». Così fino a quando non rimane colpito «dalla sua somiglianza con la figura di Sefora, la figlia di Ietro, che si vede in un affresco della Cappella Sistina», opera di Botticelli. Quella somiglianza gli consentiva di trascendere la realtà particolare, reale, provvisoria della donna Odette, consentendogli di far penetrare la sua immagine «in un mondo di sogni cui prima non aveva avuto accesso e nel quale si impregnò di nobiltà». Il piacere che provava nel guardarla aveva ora una giustificazione nella sua cultura estetica, tanto da rimproverarsi «d’aver misconosciuto i pregi di una creatura che sarebbe parsa adorabile al grande Sandro», per cui «i baci e il possesso, che sembravano naturali e mediocri se concessi da una carne sciupata, gli parve invece che dovessero essere — venendo a coronare l’adorazione di un pezzo da museo — sovrannaturali e deliziosi». 
Proust afferma dunque che ciò che più conta nel nostro incontro con la realtà (di persone, cose, situazioni) non risiede nella immediatezza del dato ma nel suo valore simbolico, nella sua capacità di mettere in moto emozioni, ricordi, fantasie, di appagare esigenze “altre” rispetto a quelle che lui chiama «naturali e mediocri», offrendo, in questa analisi, una preziosa e penetrante anticipazione degli studi sul desiderio mimetico.
Chi era Sefora e perché il dipinto di Botticelli poté avevere tanto peso nell’amore di Swann?
Sefora o Zippora (cioè la Radiosa, la Splendente) è un personaggio biblico ricordato nel libro dell’Esodo. Sefora era una delle figlie di Ietro, un sacerdote della tribù di Madian, terra nella quale Mosè, fuggito dall’Egitto per aver commesso un omicidio (uccisione di un egiziano che aveva maltrattato un israelita), si era rifugiato e ove trascorse 40 anni.
Botticelli tra il 1481 e il 1482 aveva realizzato su questo e altri episodi della vita di Mosè un affresco (Prove di Mosè, Cappella sistina). “Responsabile” di una rinnovata attenzione a questo dipinto fu John Ruskin (1818-1900), scrittore, filosofo, pittore e critico d’arte inglese, che considerò Botticelli «il più universale di tutti pittori e il più grande tra tutti gli artisti fiorentini». Tra le opere di Botticelli Ruskin prediligeva le Prove di Mosè e, in paricolare era entusiasta proprio della raffigurazione di Sefora. Proust, a sua volta ammiratore di Ruskin (di cui tradusse alcune opere, come La Bibbia di Amiens e di cui, in occasione della morte, pubblicò un necrologio nel quale scrisse: «On craignait l’autre jour pour la vie de Tolstoi; ce malheur ne s’est pas réalisé; mais le monde n’a pas fait une perte moins grande: Ruskin est mort. Nietzsche est fou, Tolstoi et Ibsen semblent au terme de leur carrière; l’Europe perd l’un après l’autre ses grands “directeurs de coscience”. Directeur de coscience de son temps, certes Ruskin le fut, mais il fut aussi son professeur de goût, son initiateur à cette beauté que Tolstoi réprouve au nom de la morale et dont Ruskin avait tout poétisé, jusqu’à la morale elle-même»), fece suo il culto della Sefora botticelliana e non fu il solo: in quegli anni si ebbe una vera infatuazione per quel dipinto; bisognava averne una riprodizione nella propria stanza e scrittori come Zola e D’Annunzio mostrano nei loro scritti di essere stati anche loro “contagiati” dalla seforite” (tutti pazzi per Sefora!).
Ruskin pittore (fu il teorico dei movimento detto dei Preraffaelliti) amava copiare i quadri che avevano suscitato la sua ammirazione e dipinse quindi anche la Sefora botticelliana, copia della cui riuscita era particolarmente soddisfatto.
In questi giorni, c’è a Roma l’occasione di potersi “avvicinare” a questa opera di Ruskin nel quadro della mostra Il mito dell’italia nell’Inghilterra vittoriana alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea: affrettarsi!

Botticelli, Prove di Mosè

Ruskin, Sefora da Botticelli

mercoledì 25 maggio 2011

Eccomi! (ebraico "Hinneni")

«Eccomi!»: è parola che pronunciamo spesso, parola usata per asserire la nostra presenza, ma che è, non dimentichiamolo, parola antica, sacra, carica di storia, la parola con cui l’uomo ha risposto alle Chiamate (divine, transpersonali, fondamentali). Per cominciare, è la parola con la quale Abramo risponde al Signore che lo chiama a sacrificare Isacco («Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose “Eccomi!”, Gen 22, 1), ed è la parola di Mosè («il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè”. Rispose “Eccomi!”», Es 3, 4). Ed è ancora la risposta di Samuele, la cui storia ci richiama anche alla opportuna distinzione tra le chiamate («Il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. In quel tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. Allora il Signore chiamò: “Samuele!” e quegli rispose: “Eccomi”, poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!” e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quegli rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto», 1 Sam 3, 1-8).
E io vorrei che alla fine, perché tutto possa dirsi compiuto, in timorosa pacatezza e in serenità senza speranze, divenisse per me la parola; la parola ultima; la parola estrema da offrire al silenzio…: “Eccomi!”.

martedì 24 maggio 2011

Radio-intervista

Sul sito della rubrica Oggi2000 di Radio Rai1, puntata del 22/05/11, potete trovare (al minuto 10:50, indicato nella barra a scorrimento del tempo) una breve intervista fattami da Raffaele Luise, giornalista dell'informazione religiosa.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-16026c6c-d14c-4b16-9f54-a1c77448fa3f-radio1.html#p=0

domenica 1 maggio 2011

Zen e Odissea?



L’esigenza di costruire una via occidentale al buddhismo e quella di saggiare quanto questa tradizione sia in grado di rispondere alle attuali esigenze di spiritualità presenti in Occidente si stanno facendo, da qualche tempo, sempre più sentite e palesi. Non si può, pertanto, non accogliere, con grande interesse ogni contributo che si muova in questa direzione. Il volume Tornare a casa–Un commento zen all’Odissea (tr. it., Roma, Edizioni La Parola, 2010) di Norman Fisher (scrittore, prete o, se si preferisce, monaco zen, abate del San Francisco Zen Center dal 1995 al 2000, fondatore e insegnante dell’Everyday Zen Foundation) allo scopo di adattare il linguaggio zen alla cultura occidentale tenta il confronto con l’archetipo del viaggio e con uno dei classici fondanti della nostra cultura, l’Odissea. Il viaggio è una metafora molto comune sia del pellegrinaggio dell’uomo alla ricerca del senso e dell’eternità sia della vita stessa. La funzione motrice ambulatoria permette all’uomo di uscire da un determinato luogo e di raggiungere nuovi spazi, ed è alla base del simbolismo di tutti i tipi di cammino, caratterizzanti l’uomo come essere itinerante o homo viator (G. Marcel). E parliamo, infatti, di cammino di perfezione, sentiero di purificazione, via di liberazione, percorso spirituale, itinerario mistico…. Esorta Fisher: «Considerare la vostra vita come una “odissea spirituale” è una verità metaforica. Vedere la vostra vita come un’odissea può aiutarvi a penetrare nei lati nascosti di tale vita» e i racconti di chi è tornato sono infatti preziose guide nel procedere verso quella che consideriamo la nostra meta autorealizzativa. Se le esperienze sono condivise non c’è niente da raccontare e solo chi si è allontanato da una comunità può portare oggetti e fare racconti di ciò che ha visto in terre lontane e agli altri è rimasto sconosciuto; attraverso il racconto si realizzano nuove e più ampie integrazioni e si forniscono strumenti di autoconoscenza: ecco il valore delle narrazioni, dei racconti dei cacciatori, dei miti, di tutte le storie da quelle di Odisseo fino al Ho visto…! di Zavattini. Con l’Odissea, si può ben dire, nasce l’arte del narrare e dell’autobiografia.
La cultura occidentale ha molto lavorato sull’archetipo del viaggio e sulla figura di Odisseo, il prisma ha scomposto la luce e non ci è più consentito un contatto sine glossa. L’Odissea è un libro misterioso, dalle mille letture, ha nutrito tutta la letturatura occidentale e Odisseo è un uomo complesso, dalla mente dai mille colori (P. Citati, La mente colorata). Fisher, buon (o mal) per lui, tenta di far “reagire” a freddo questi archetipi con la tradizione buddhista. Ma, tanto per cominciare, tra le diverse persone in movimento, si era fatto lo sforzo di distinguere l’esule, il fuggiasco, il vagabondo, l’avventuriero, il nomade, il pellegrino, il viandante, l’ errante, il turista e il viaggiatore… ognuno con una sua tipologia, un suo linguaggio, un suo procedere, ciascuno avendo ricevuto specifiche analisi, letteratura, musica. Non basta dire che Odisseo è un viaggiatore perché dobbiamo anche domandarci che tipo di viator sia. Se per J. Giono (Nascita dell’Odissea) Odisseo è solo un abile “mentitore”, un cantastorie che non ha vissuto nulla di ciò che racconta e ci fa interrogare sul sottile confine che nella letteratura separa verità da invenzione, per Fisher il viaggio dell’Odissea è «un viaggio di ritorno» e Odisseo «non è un brillante eroe alla ricerca di qualcosa, che persegue la vittoria, la gloria»; pur se lo ha fatto in passato, ora «sta combattendo per tornare da sua moglie Penelope a Itaca, la casa che aveva lasciato venti anni prima» («siamo già arrivati ad Itaca e non abbiamo bisogno di andare in nessun altro luogo»). Questo Odisseo, però, non è l’Odisseo che abbiamo amato e col quale riteniamo utile confrontarci; direi che non è il molto più problematico Odisseo dell’Occidente. A cominciare dallo stesso Omero che, sul finire del Poema ci racconta di come, con timidezza e timore, informa la moglie Penelope che «non siamo al termine ancora di tutte le prove, ma vi sarà in futuro una prova senza misura, lunga e difficile, che occore io compia tutta» (Od., XXIII, 248 ss.): dovrà rimettersi in viaggio avendogli Tiresia detto che dovrà «andare in molte città/di mortali» (267).
«Il richiamo emotivo di casa è irresistibile […], dobbiamo tornare a casa. Sembra che non ci siano altre possibilità», dice Fisher, mentre sappiamo che gli affetti familiari non «vincer potero dentro a me l’ardore/ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,/e delli vizi umani e del valore;/ma misi me per l’alto mare aperto» (Inf. XXVI, 97 ss.). Ed eccolo, «bello di fama e di sventura» (Foscolo), esortare i compagni, alla suprema impresa, dicendo: «Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza» (118 ss.). Dante uomo ammira dunque Odisseo, anche se Dante teologo deve punirne l’ardimento.
Per restare nella letteratura di casa nostra, non si può non ricordare A. Graf, che, nel suo L’ultimo viaggio di Ulisse (1901), mostra come, al passar degli anni a Itaca «a poco a poco/d’Ulisse il labbro ammutolì, l’arguto/riso, onde gli atrii già sonar, fu muto,/e una torbida nube il guardo acceso, l’ampia fronte oscurò. […] Sottil come tossico un disdegno/di sé stesso e d’altrui lento serpeva/nelle vene d'Ulisse; e qual si leva/da ree paludi accidiosa e tetra/nebbia che infosca il sole, occupa l’etra,/tale in Ulisse si levava il tedio/e al cor poneagli ed alla mente assedio». E, infatti (G. Pascoli, L’ultimo viaggio, 1904), «Sonno è la vita quando è già vissuta:/sonno; ché ciò che non è tutto, è nulla». Come la nave «non vuole il rosichìo del tarlo,/ma l’ondata, ma il vento e l'uragano» anch’egli dice: «la nube voglio, e non il fumo;/il vento, e non il sibilo del fuso,/non l'odïoso fuoco che sornacchia,/ma il cielo e il mare che risplende e canta». Quindi, Odisseo partirà perché, in effetti, è proprio al di fuori del viaggio che «sembra che non ci siano altre possibilità». Secondo Dante, nel «folle volo» c’è tracotanza, una dose di hybris che merita l’Inferno. Ma, osserva A. Savinio (Capitano Ulisse), «che figura farebbe Ulisse tra le Vergini e i Padri della Chiesa? Quaggiù Ulisse ha soffero di noia. Perché aggiungere alla sua noia terrena una noia celeste senza rimedio? Perché costringerlo a una musica che non gli va, a una società che lo avrebbe trattato come un cane in chiesa?» Via dalla casa, dunque, verso la conoscenza e l’Infinito: altro che ritorno! Dice il poeta greco K. Kavafis: «Se per Itaca volgi il tuo viaggio,/fa voti che ti sia lunga la via,/e colma di vicende e conoscenze».
Il viaggio non è qualcosa che ha un inizio e una fine, è un modo di esistere, di  vivere in un continuo, inesorabile andare e tornare. Se volessimo dirla con lo zen, la porta è senza porta, la casa è senza casa, il ritorno è un non-ritorno. C’è la stasi e c’è il movimento, c’è l’adrenalina e c’è l’acetilcolina, c’è il mangiare e c’è il digerire. Intendiamoci bene: se Pascal («quando talvolta mi sono accinto a considerare le diverse agitazioni degli uomini e i pericoli e le pene cui si espongono a corte, in guerra, e che sono causa di tante liti, di tante passioni, di tante ardite imprese e di tante azioni spesso cattive ecc., ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera») o Schnitzler («Crederemo sempre di essere in cammino, anche se siamo già alla meta. L’ultimo errore dell’umanità) elogiavano la stasi non si riferivano a pigri, fannulloni e accidiosi, né l’agire dantesco va confuso con l’inoperoso affaccendarsi di un insufficiente mentale o con l’insano agitarsi consumistico. Ulisse è sempre in viaggio perché la consapevolezza è in movimento, è il movimento, in esso si attua la realizzazione dinamica della Vacuità. Come la bicicletta non sta in piedi se non cammina, Ulisse deve andare se vuol essere sé stesso.
Bronislaw Malinowski, che aveva studiato i costumi degli isolani delle Trobiand, riferisce che lì, in occasione di una spedizione, il capitano della flotta si rivolge alla folla sul lido dicendo: «Donne, noialtri partiamo, voi rimanete nel villaggio a badare ai giardini e alle case; dovete rimanere caste. Quando andate a far legna nella boscaglia nessuna di voi rimanga indietro. Quando andate nei giardini a lavorare, mantenetevi unite. Ritornate insieme alle vostre giovani sorelle». Casta rimane Penelope e l’amore è nell’incontro col ritrovato Odisseo («Quei due si saziarono con l’amore desiderato», XXIII,  300). Dunque, partire è maschio, stare è femmina, tornare è erotico: questo il viaggio e su questi punti avremmo gradito un confronto da parte di chi, appartenente al buddhismo mahayana, certamente ne condivide la verità fondamentale della coincidenza di nirvana e samsara.  
Dopo alcune (facili) osservazioni su noti episodi della storia di Odisseo (le Sirene, il Ciclope, i lotofagi, Circe…), il tema del dolore e della morte è trattato sorvolando. Se pur bisogna riconoscere all’Autore (quando afferma: «il dolore è una condizione che fa parte dell’essere vivi») il merito di non schierarsi tra coloro che interpretano la verità dell’origine della sofferenza come un’affermazione circa la sua natura come conseguenza del desiderio, scaricando così sulle deboli spalle dell’uomo la responsabilità del male nel mondo (in analogia col mito giudaico-cristiano del peccato originale), il rimedio è visto da Fisher in una apertura che faccia «sentire tutto il mondo pienamente, in maniera spontanea, armoniosa e amorevole». Di fronte alle catastrofi naturali, alle malattie, alle crudeltà, alle guerre, ai tradimenti, proporre ancora una volta lo sguardo armonizzante appare non solo gratuito, ma pericolosamente giustificazionista del mondo e poco compassionevole dei sofferenti («i disastri sono qualcosa di naturale e di utile, anche se non ci piacciono. […] Per essere felici abbiamo bisogno di riconoscere e apprezzare i disastri»). Con la ricorrente parola “accettazione” (contrabbandata come sinonimo di constatazione) si insinua quell’anti-intellettualismo, presente in tanta parte del buddhismo, per cui spegnendo la domanda, togliendo il giudizio, estinguendo il soggetto si eliminano male e dolore. Quanto dà fastidio questo povero, impermanente, ma prezioso soggetto cosciente! E se di una qualche conciliazione abbiamo pur bisogno riconosciamo che quella che possiamo realizzare è una tragica conciliazione con l’inconciliabile!
Interessante è la pagina sul perdono, ove l’A. parla non solo di perdonare noi stessi e gli altri, ma addirittura di perdonare Dio (non osando dire Realtà ultima o Dharma, come sarebbe più proprio per un buddhista). Ma si può perdonare chi viene considerato perfetto? Di fronte alle iniquità di cui è pieno il mondo, se le pensiamo come risultato di un disegno intelligente dovremmo riconoscere che solo un ente irresponsabile o maligno potrebbe esserne l’autore e meritare, proprio per la sue insufficienze, il nostro perdono, ma non ciò che riteniamo principio di perfezione. Dunque, attenzione a questi tranelli retorici “collaborazionistici” e risvegliamo piuttosto di fronte a essi la nostra coscienza (buddhista) di martiri attivi.
L’insistenza sul motivo del ritorno a casa («la pratica spirituale, in tutte le sue manifestazioni, è la pratica del tornare a casa»), «alla nostra vita reale perché sappiamo che è a essa che apparteniamo» ci desta un sospetto: che cosa l’A. identifica con casa? Diffidiamo ormai dei consolatori dell’armonia e del “tutto si aggiusta” (come si esprimeva anche un immarcescibile esponente della nostrana DC). Che tipo di “pace” viene prospettata? Quella, secondo le parole di un altro “consolatore”, di «essere ciò che siamo da sempre: ciò che precede la nascita e sopravvive alla morte», cioè il non-pensiero del prima e del poi? È questa la “casa” che dovremmo desiderare? A una analoga domanda, rispondeva W. Allen, col suo noto caustico umorismo: «Non mi interessa vivere nel cuore degli americani; preferisco vivere nel mio appartamento».
In conclusione, sembra si debba dire, per restare nella metafora, che il confronto ha ancora molta strada da fare.

venerdì 8 aprile 2011

Cariatidi e dintorni#30/da Palermo




da Villa Gravina di Palagonia (Palermo), villa che ebbe origine da una casa rustica restaurata intorno al 1797
(foto V. Ferri)

sabato 2 aprile 2011

Consolazione#3/La Morte dei Poveri di Baudelaire


La mort des pauvres [La Morte dei Poveri] di Charles Baudelaire

C'est la Mort qui console, hélas! et qui fait vivre;

C'est le but de la vie, et c'est le seul espoir

Qui, comme un élixir, nous monte et nous enivre,

Et nous donne le cœurs de marcher jusqu'au soir;
À travers le tempête, et la neige, et le givre,

C'est la clarté vibrante à notre horizon noir;

C'est l'auberge fameuse inscrite sur le livre,

Où l'on pourra manger, et dormir, et s'asseoir;
C'est un Ange qui tient dans ses doigts magnétiques

Le sommeil et le don des rêves extatiques,
Et qui refait le lit des gens pauvres et nus;
C'est la gloire des Dieux, c'est le grenier mystique,

C'est la bourse du pauvre et sa patrie antique,
C'est le portique ouvert sur les Cieux inconnus!
[È la Morte, ahimé, che consola e ci fa vivere; è il fine della vita, è la sola speranza che, come un elisir, ci esalta e ci inebria, e ci dà la forza di camminare fino a sera; in mezzo alla tempesta, alla neve, al gelo, è la luce che trema all’orizzonte nostro scuro; è la locanda famosa scritta nel libro, ove si potrà mangiare e dormire e riposare; è lei l’Angelo che nelle magnetiche sue dita tiene il sonno e il dono di estatici sogni, e che rifà il letto a chi è povero e nudo; è lei la gloria degli dèi, il mistico granaio, la borsa  del povero e la sua patria antica, il portico aperto sui Cieli sconosciuti! trad. RV]

Tragica consolazione, la sola per gli sconfitti (i poveri, i privi di opportunità, tutti noi?), quella che Baudelaire vede nella Morte! Quando la salute è malattia e la malattia è salute, la morte è la vera fine delle sofferenze, vanamente promessa da illusori, caduchi, ingannevoli messaggi di salvezza.

giovedì 24 marzo 2011

Consapevolezza della precarietà







BŌ/hakana(i)

Per significare ciò che è momentaneo, effimero, evanescente, vano, 
vuoto, 
incostante, instabile, fragile, misero, la lingua giapponese usa 
alcune parole, tra cui hakana(i). Questa parola è scritta con un carattere 
composto da due elementi, quello di sinistra che indica uomo e quello di 
destra che indica sogno. Calderón non aveva detto che La vida es sueño 
[La vita è sogno]?

giovedì 17 marzo 2011

Forza o insensibilità?


Di fronte alla tragedia che in questi giorni sta vivendo il Giappone sorprende il modo in cui TV, giornali, conversazioni private reagiscono alla visione dei comportamenti dei giapponesi di fronte alla catastrofe: si va dall’ammirazione della “dignità”, della forza e dell’autocontrollo a un non del tutto espresso fastidio per la “calma disumana”, l’indifferenza, etc. In realtà, mancano le categorie interpretative delle condotte di persone appartenenti a una cultura che, sotto la superficie della modernizzazione e della tecnologia, ha un’anima fortemente diversa da quella di noi occidentali, per cui si evidenzia — ancora una volta — la necessità della mediazione culturale (di junghiana memoria). Provo a elencare qualche elemento che ritengo utile per una più aderente e rispettosa comprensione, così come mi viene suggerito dalla mia esperienza e dalla mia (sia pur limitata) conoscenza di quella cultura.  
Il punto che mi sembra fondamentale è rappresentato dalla diversa concezione del soggetto e del suo posto nel mondo, in gran parte dovuta all’influenza della visione del mondo buddhista, elemento fondamentale dell’identità giapponese, al di là dei confini stessi della tradizione religiosa:
• l’individuo non si sente autosufficiente e questo determina il suo sentimento di dipendenza (la parola amae esprime sia la dipendenza che la tenerezza, mostrando, se si vuole, un certo coté infantile o conformista: “Il chiodo che sporge è quello che prende le martellate”); l’individuo conta poco e può chiedere poco, anzi quel che può chiedere è di partecipare a qualcosa che conta;
• il sentimento del pudore (la cui area si è progressivamente ristretta in Occidente) conserva lì tutta la sua forza, per cui le emozioni non sono assenti, ma ne viene controllata l’espressione (ci si copre se si ride, si evita di piangere in pubblico, etc.) e la comunicazione non verbale o silenziosa è considerata non meno intensa di quella parlata o mostrata. Una manifestazione emotiva scomposta mostra una inflazione egoica che contrasta con l’impegno a dedicare la propria vita incondizionatamente a un compito (per questo anche oggi si parla, più o meno appropriatamente, di samurai o kamikaze, ad es., per i lavoratori della Compagnia elettrica nella centrale nucleare di Fukushima). L’individuo avendo ricevuto inestimabili doni, ha contratto un debito di riconoscenza che andrà ripagato, nel corso della vita, con il massimo impegno e in tutti i campi, nei confronti dell’Imperatore, della Nazione, dei genitori, della famiglia, di tutti gli esseri senzienti, dei tre gioielli buddhisti (Buddha, Dharma e Sangha). Anche la solidarietà autorealizzativa rientra quindi nel “pagamento del debito” e la pietà filiale-lealtà fonda l’unità culturale del popolo;
• non va dimenticato che quella che può apparire come indifferenza o rassegnazione può contenere dentro di sé una forma di contemplazione: di fronte all’ineluttabile, è inutile agitarsi o imprecare, ma occorre prendere atto di ciò che è accaduto o sta accadendo (shikata-ga-nai); contemplazione e riflessione che sono paragonabili, ad es., a quello che, solitamente, esprimiamo nel nostro atteggiamento di fronte a un defunto;
• educazione è in gran parte imparare a seguire delle regole, delle vie (-do: judo, kyodo, shodo, chado…); essere preparati è sapere cosa fare, sia nella vita pratica quotidiana (prevenzione per fronteggiare le situazioni rischiose) sia come concetto estetico (keishiki-ka, formalizzazione, per cui ogni azione viene regolata da norme), da cui l’eleganza tesa a raggiungere la bellezza della perfezione (kanzen shugi);
• di matrice più direttamente buddhista è la consapevolezza dell’impermanenza: tutto quello che ha forma è destinato a scomparire (“La forma è Vacuità”); il godimento  e la commozione di fronte alla bellezza, dell’arte o della natura, non sono disgiunti dalla tristezza e dal rimpianto per la sua fugacità (utsukushisa to kanashimi to, secondo l’estetica del mono no aware o lo straziante delle cose); non meno doloroso è il fatto che la promessa di rinnovamento risieda nella precarietà delle cose e debba quindi passare attraverso la negazione, la morte e la distruzione;
• il non-dualismo tra natura e cultura rende la Natura né amica né nemica e l’uomo ne è parte indissolubile; il non-dualismo tra individuo e società non fa addossare le colpe agli “altri” perché l’individuo è parte della comunità e le responsabilità sono condivise da tutti;
• la vita è meno importante della dignità e della lealtà, per cui di fronte a un conflitto di doveri la morte rituale (seppuku), non depressiva ma eroica, può divenire l’unica tragica via di uscita (come mostra la storia archetipica dei 47 samurai, Chushingura). 

domenica 13 marzo 2011

venerdì 11 marzo 2011

Terrorismo religioso


È ormai largamente nota la storia dei sette monaci trappisti del monastero di Thibhirine in Algeria che, nel 1996 furono sequestrati da un gruppo armato, qualificatosi come Gruppo islamisa armato, e successivamente trucidati. Il film di Xavier Beauvois, Des hommes et des dieux [Uomini di Dio], è stato consacrato a tale tragedia (che presenta ancora lati oscuri) e a molti è stata data questa ulteriore occasione per venirne a conoscenza.
Sfugge, invece, alla generale attenzione un’altra tragedia che si consuma in questo periodo nel sud della Thailandia, in cui gli insorti islamisti, che intendono ristabilire l’antico sultanato di Pattani, stanno conducendo una spietata guerra alla comunità buddhista, senza che il governo centrale sia in grado di mettere fine a questa strage. Composta da 320000 persone nel 2004, oggi la comunità buddhista del sud si è ridotta a meno di 100000 e la ONG Human Rights Watch denuncia 11000 atti di violenza, circa 500 morti, di cui 30 monaci e 200 insegnanti, 8000 feriti.
Non sarebbe ora di rompere questo silenzio?
(Notizie dal quotidiano Le Figaro)

mercoledì 9 marzo 2011

Schermaglie#18/Cigni bianchi e cigni neri

Il film (Black Swan) è stracolmo di significati e può avere molti piani di lettura. Tanto è già stato scritto (Cahiers du cinéma, Il Foglio, Corriere della sera…), alcune piste già a sufficienza battute: sesso e adolescenza, madri incombenti, durezza della vita dei ballerini… Concentro, quindi, la mia attenzione su un aspetto, centrale peraltro, che è quello — in termini junghiani — dell’individuazione o integrazione della personalità o realizzazione dell’uomo totale. “Uomo totale” è l’uomo che ha compiuto o sta percorrendo il cammino di “individuazione”, di integrazione delle diverse parti della sua personalità per realizzare la sua completezza, con la «trasformazione dell’uomo, sino a quel momento frammentario, in un tutto unito e completo. Per quel che la totalità dell’uomo, il suo “Sé”, possa intrinsecamente significare, questo “Sé” costituisce empiricamente un’immagine dello scopo della vita prodotta spontaneamente dall’inconscio, al di là dei desideri e dei timori della coscienza. Esso rappresenta lo scopo dell’uomo totale, vale a dire la realizzazione della sua totalità e della sua individualità, consenziente o meno la sua volontà. Forza motrice di questo processo è l’istinto che provvede affinché tutto quanto deve far parte di una vita individuale ne faccia effettivamente parte, sia con, sia senza il consenso del soggetto, sia che questi abbia sia che non abbia coscienza di quanto sta avvenendo» (Opere, XI, p. 440). Perché il processo di individuazione possa realizzarsi è dunque necessario accogliere quella «parte di personalità che l’uomo cosciente dovrebbe integrare per realizzare la sua completezza. È dapprima un frammento di scarsa importanza […] ma, allo stesso tempo, insieme a quel frammento che potrebbe completare la nostra coscienza rendendola una totalità, nell’inconscio è già presente anche quella stessa totalità, ossia l’homus totus degli alchimisti occidentali e l’uomo vero (chen-yen) degli alchimisti cinesi, l’essere primordiale sferico che rappresenta l’uomo interiore più grande, l’Anthropos che è affine alla divinità. È inevitabile che quest’uomo interiore sia in parte inconscio, poiché la coscienza in quanto semplice parte di un uomo non può coglierne la totalità. Ma l’uomo totale è sempre presente, dato che la scomposizione del fenomeno umano è un effetto della coscienza, che è composta soltanto di rappresentazioni sovraliminari» (Opere, XIV, p. 124 s.). E va notato che ogni separazione dicotomica porta in sé la possibilità di integrazione e mette a disposizione strumenti per una possibile integrazione.
È questa integrazione che cerca di realizzare la protagonista Nina, la quale, sulla scena (Lago dei cigni) e nella vita, vuole esprimere il cigno bianco e il cigno nero, portare alla luce la sua metà oscura, unire le due facce della sua personalità. La Totalità come espressione di pienezza di tutti gli aspetti della personalità è la meta dell’esistenza, da realizzare attraverso superamento e integrazione degli opposti con un lavoro in cui ogni scalino richiede disciplina, sacrificio, perseveranza, Totalità che è superamento degli attributi, caratterizzanti il mondo finito, attraverso la loro “totalizzazione”. «Posso dominare un opposto solo in quanto, attraverso la percezione di entrambi, me ne libero giungendo così al centro. Là soltanto non sono più sottoposto agli opposti» (Opere, XI, p. 476 s.). Quando due opposti si uniscono e giungono a una sintesi il risultato è l’acquisizione di un più alto livello di esistenza.
Nel film al “lavoro” psicologico della protagonista si sovrappone il lavoro professionale e si palesa tutta la violenza connessa all’ansia di perfezione unita alla conquista dell’eccellenza. Il difficile compito la scinde invece di unificarla, per cui attraversa una fase psicotica e compie il suo finale martirio in back stage. Il regista Aronofsky è spinto da una sorta di ossessione: la ricerca della perfezione. Perfetto (da perfectum, part. pass. di perficere, da per, fino in fondo, e facere, fare, compiere, a sua volta da complere, riempire, da cum, intensivo, e plenus, pieno) non è l’illimitato, ma quel che viene compiutamente eseguito, colmando la misura, che non ha bisogno d’altro, capace di “arrestare” il corso del tempo e su cui si può sostare. Molti sono i possibili livelli della perfezione così intesa e l’integrazione individuante ne conosce infinite realizzazioni, anche se spesso ed erroneamente consideriamo sinonimi perfezione ed eccellenza (esempi: «Tutto è compiuto» sulla Croce, perfetta è la cerimonia del tè di Sen no Rikyu, perfetti il gesto di Nureyev e il canto della Callas, l’abbraccio di S. Francesco, la Prospettiva borrominiana di Palazzo Spada e le forme degli edifici smisurati che l’architetto Boullée progettava...). La perfezione nell’eccellenza ha i suoi martiri (ricordiamo i suicidi Sen no Rikyu, Borromini, Vatel, Mishima..., per citare solo alcuni di coloro che, in campi, in tempi e in contesti diversi, hanno espresso il “pericolo” insito nel loro essere stati troppo a lungo o troppo vicini alla Totalità, ricordandoci il rischio del raggiungimento dell’eccellenza nella “intermittenza del cuore”) e Nina muore dicendo «Ero perfetta», riferendosi alla sua ultima-unica performance. Ma la compiutezza nella coscienza del martirio ha un valore assai più ampio perché anche la mortificante esperienza di un dolore irredimibile, di cui non è dato superamento in nessuna possibile creatività e in nessun “racconto”, può trovare il suo “compimento” proprio nell’unica “perfezione” accessibile a chi tutto ha perso e ha, solo nella coscienza del martirio, l’estrema possibilità di trasformare in una costruzione di volontà indipendente, il massimo della soggezione, passando dalla “perdita di potere” al “potere della perdita”: riaffermazione della soggettività nella coscienza del sopruso e affermazione di un valore “altro” rispetto alla Legge (di Dio, della vita, della società…).
Su un piano di equilibrio psicologico-psicoterapeutico, infine, se l’integrazione va realizzata sempre e da tutti, la ricerca dell’eccellenza piuttosto che obbedienza al dàimon può rivelarsi espressione di narcisismo, assenza di limiti, immaturità ed essere quindi non solo distruttiva ma insensata e in-concludente: una forma di hýbris (con Icaro come figura archetipica della aspirazione all’eccellenza senza misura che conduce all'autodistruzione, da non confondere coi costi e i sacrifici dell'individuazione).

lunedì 21 febbraio 2011

Finis vitae#1/Chi muore?

Nel descrivere gli ultimi istanti di vita della protagonista, Muriel Barbery nell’Eleganza del riccio (un libro che non mi stancherò mai di elogiare), dice: «questa mattina capisco cosa significa morire: nel momento in cui scompariamo sono gli altri a morire per noi». Siamo soliti pensare alla nostra morte come privazione assoluta delle cose di cui abbiamo goduto e degli altri che amiano. Operando un geniale ribaltamento di prospettiva,  l’Autrice ci invita a guardare alla privazione che la nostra morte provoca nel mondo e negli altri che verranno privati dell’esser presenti nella vita della nostra coscienza.
Oggi trovo in Pascoli, L’anima o A una morta (1905), analogo pensiero, anzi con un passo in più: l’amata morta continua a vivere — anche se solo di un “odore” di vita — nel pensiero dell’amante, ma quando questo scomparirà sarà per la donna una morte ulteriore e definitiva:

O tu che sei tra i vivi
solo perché ti penso;
come se odor d’incenso
fosse il pino che fu…
Ma, quando anch’io?... morivi
Pure anche tu… Tremando
L’attimo io vedo, quando
Non ti penserò più.

lunedì 7 febbraio 2011

Sulla pazienza#6/Alexandre Dumas fils

I vecchi non sono per nulla pazienti, senza dubbio perché sentono di non essere eterni (Alexandre Dumas fils, La Dame aux Camélias