sabato 28 luglio 2012

Roma barocca#15/Palazzo del Quirinale


La facciata principale del Palazzo (eretta dal Fontana per Sisto V nel 1589) è a due piani con finestre a piattabanda nel piano basso e a timpano nel piano superiore. Il portale (di Carlo Maderno, 1615) presenta due grandi colonne che sorreggono un timpano spezzato con le statue di S. Pietro a dx (Stefano Maderno) e S. Paolo a sn (Guillaume Berthélot), al di sopra del quale è collocata la Loggia delle benedizioni (del Bernini, 1638), con al centro, sotto il timpano, una Madonna con Bambino (di Pompeo Ferrucci e Andrea Lami); uno stemma sabaudo sulla balaustra (1897) ricorda la funzione reale del palazzo (dal Settanta alla caduta della monarchia). Loggia e portale dànno una leggerezza barocca al rigido prospetto tardo rinascimentale. A sn si nota il torrione circolare del Bernini (1626, doveva contenere le artiglierie a difesa dell’ingresso), mentre a dx emerge la sopraelevazione della cosiddetta manica lunga.  

(foto RV)
(foto RV)
(foto RV)
(foto RV)

venerdì 20 luglio 2012

Se un albero cade nel bosco...


Perché l’Essere possa dirsi veramente esistente (cioè differente dal Nulla) è necessario che sia Vacuità non solo rovesciata in molteplicità, ma anche (e soprattutto) rovesciata in molteplicità cosciente. Come rispondendo alla domanda del detto cinese: «Se un albero cade nel bosco e nessuno è là ad ascoltarlo fa rumore?», Jung affermava: «Il mondo può esistere a due condizioni: essere, ed essere conosciuto» (Opere, XVI, p. 100), e: «Buddha intuì e intese la dignità cosmogonica della coscienza umana; per questa ragione vide chiaramente che se un uomo riesce a estinguere la luce della coscienza il mondo cade nel nulla» (Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, cit., p. 332 s.).
L’Essere, dunque, esiste e si sa mentre il non-Essere non esiste e non si sa. Che esistenza e coscienza siano un valore è certamente un postulato, assunto quasi universalmente, anche se non vanno dimenticati quanti hanno manifestato il loro disaccordo sul postulato: tra essi, oltre ai grandi “pessimisti” (Leopardi, Schopenhauer, Dostojevski, Cioran…), possiamo ricordare pensatori nihilisti “sistematici” (negatori dell’Essere, si badi, non dal punto di vista ontologico — negazione-affermazione che porterebbe alla nietzschiana contraddizione del Cogito ergo est — ma da quello del suo valore) come furono, ad es., K. R. Eduard von Hartmann (1842-1906), che ha sostenuto la perfezione del non-Essere e propugnato uno sforzo collettivo verso la non-esistenza del mondo e la quiescenza cosmica, o Egesia di Cirene (III secolo a.C.), detto “persuasore di morte” per aver spinto al suicidio diversi tra i suoi discepoli, secondo il quale, essendo i piaceri della vita pochi e molti i dolori, la morte sarebbe da considerare come il vero piacere. Attualizzazione, dunque, di quanto con Teognide (vv. 425 ss.: «Tra tutte le cose per gli uomini la migliore è non nascere e non vedere la luce violenta del sole, e per chi è nato varcare al più presto le porte dell’Ade»), Sofocle (Edipo a Colono, vv. 1224 ss.: «Non essere nati vince ogni guadagno; ma una volta venuti alla luce, tornare presto là donde si venne è senz’altro il rimedio migliore») e altri il cosiddetto pessimismo greco arcaico aveva già sentenziato.
È, comunque, da quel postulato che scaturiscono la dignità e i possibili compiti dell’Uomo, espressione della Realtà Ultima e partner del Dharma/di Dio nel processo della “creazione”, “sostegno” (ricordando che Dharma, dalla radice dhr, è proprio “sostenere”) di un mondo consapevole e “aperto”, offerto alla sua azione e al suo coraggio: la Vacuità, proprio perché vuota, “cerca” perennemente espressione e determinazione; il mondo e la sua storia non sono conclusi, e la Vita, come realtà “aperta”, è sempre in attesa di un’azione creativa, prosecuzione della creatività e dell’espansione del Dharma eterno.

sabato 7 luglio 2012

Utilità/inutilità degli esami


Esami di “maturità”. Più o meno finisce sempre così: tutti promossi, niente selezione meritocratica, todos caballeros, spese e fatiche inutili? 
Vero, ma non è più così se cambiamo il punto di vista e guardiamo a questi eventi come al residuo, mascherato e contraffatto, dei riti di passaggio, cioè di quelle procedure standardizzate, ripetitive, immodificabili che accompagnano alcuni dei momenti critici delle nostre storie esistenziali (nascita, pubertà, unione sessuale, gravidanza, paternità, morte) e, in genere, tutti i cambiamenti di stato che si realizzano nel passaggio da un gruppo umano a un altro (gruppi di età, corporazioni professionali, società segrete, etc.). I momenti di passaggio (in questo caso passaggio dall’infanzia/adolescenza all’età adulta — coincidenza quasi universale degli esami di maturità col compimento del dicittesimo anno!) sono accompagnati da crisi perché ci si viene a confrontare con una realtà che sfugge alla comprensione, al controllo e all’intervento: per questo essi sono stati tradizionalmente ritualizzati al fine di trasferirli da un dominio naturale a uno culturale. Attraverso il rito, l’avvenimento acquista una valenza socio-culturale, l’individuo assume statuto e responsabilità nuovi e l’avvenimento è ricondotto, con la ripetizione rituale, a un tempo mitico (illud tempus) in cui l’azione fu praticata da fontatori mitici; così facendo, si è ricondotti a una realtà sacra e metastorica: l’evento sottratto alla incomprensibile necessità naturale acquisisce un nuovo significato culturale /religioso.
In questa prospettiva, anche gli esami “di maturità”, privi di senso a una osservazione funzionale, laica, economicistica, assumono un possibile significato educativo e rimangono una di quelle esperienze che si ricordano in tutto il corso della vita.
Nei riti di passaggio l’antropologia ha individuato l’esistenza di una struttura tripartita, una sequenza in tre tempi in cui si possono distinguere una fase di separazione dalla condizione o gruppo precedente, una fase di segregazione, una fase finale di aggregazione che segna l’ingresso nella nuova condizione (con i corrispondenti riti preliminari, liminari, postliminari). Anche nel periodo degli esami si possono individuare tali momenti “tipici”: di separazione (fine del periodo scolare precedente), segregazione (ansiosa), con le prove di resistenza e di sfida (occorre star bene in salute, sopportare “umiliazioni”, dare prova di rispetto di regole, essere presenti agli appuntamenti, prendere parte a una recita “culturale”); di riaggregazione (la “promozione”, il “passaggio”).
A proposito di passaggi, vale la pena ricordare quello che per il pensiero simbolico è il più tipico esempio: la porta, simbolo di tutti i transiti. Essa, infatti, delimita ambienti, mondi, realtà diversi: mondo esterno e intimità della casa, pubblico e privato, luce e ombra, conosciuto e incognito, sacro e profano…; varcare una soglia (spesso sede di guardiani e divinità particolari) significa entrare in un mondo diverso da quello in cui ci si trovava prima ed è, pertanto, un atto importante, che troviamo accompagnato da riti (vedi matrimonio e morte).
Usanze tradizionali assegnavano importanza diversa alla porta principale della casa (consacrata da riti ad hoc e che bisognava proteggere dalle contaminazioni) e alle porte secondarie. La donna gravida o mestruata non poteva, ad es., passare dalla porta pricipale e il morto aveva una porta o finestra speciale (porta del morto, contraddistinta dalla strettezza e dall'avere la soglia a un livello rialzato rispetto a quello stradale; rimaneva quasi sempre murata e veniva aperta al bisogno) dalla quale veniva fatto uscire dalla casa. La gerarchia delle porte presente anche nel “nostro” mondo “maschera” i significati tradizionali con giustificazioni sociali, estetiche, igieniche.
Anche l’arco di trionfo “romano” rappresentava una porta, di fronte alla quale il trionfatore doveva compiere riti di purificazione e ringraziamento che gli consentivano di “separarsi” dal mondo nemico (col quale era stato necessariamente in un contatto contaminante) e rientrare nel mondo romano.
La cultura balinese, dominata dal contrasto tra le forze opposte del bene e del male, del maschio e della femmina, della magia bianca e della magia nera, esprime questa opposizione nelle caratteristiche porte “spaccate” (sui cui alti zoccoli varie raffigurazioni hanno il compito di allontanare gli spiriti del male in agguato sulla soglia), un simbolo tragico di lacerazione, oltrepassando il quale si può  accedere a stadi successivi di perfezione.
Gesù  (Gv 10, 9) si definisce come porta e come tale svolge la sua missione salvifica: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Egli invita a entrare «per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione» (Mt. 7, 13), ma incantevolmente sontuosa si presenta la Porta del Paradiso realizzata dai Ghiberti per il Battistero di Firenze. Comunque, contro la chiesa da Lui edificata «le porte degli inferi non prevarranno» (Mt. 16, 18). 
Tipiche le porte giapponesi (dette Torii, forse in origine sostegno di uccelli sacri, a loro volta identificati con le anime dei defunti) che individuano i santuari shintoisti e svolgono la tradizionale funzione di delimitare i due spazi, sacro e profano, segnando a volte — se messe in serie — percorsi di progressiva purificazione. I Torii sono oggi divenuti quasi il simbolo dell’identità culturale del Giappone.
Bassa, in modo che si entri col capo chino in segno d’umiltà e venga rimarcato il passaggio tra ambienti divesi, è la porta delle stanze usate per la cerimonia del tè in Giappone.
Separazioni e ritorni più o meno ritualizzati (anche nella nostra cultura “secolarizzata”) si hanno nel varcare una soglia per salire in una vettura, un’imbarcazione, una portantina per intraprendere un viaggio o, di ritorno da esso, per rientrare nel mondo proprio e consueto. L’ingresso o  l’inaugurazione di un edificio o di una casa richiedono anch’essi riti di eliminazione di tabù, sacrifici, cerimonie di lustrazione, abluzione, commensalità (nelle nostre società: posare la "prima pietra" all'inizio o esporre la bandiera al completamento della costruzione marcano tali momenti significativi; in Francia pendre la crémaillere, ossia "attaccare la catena nel camino", significa il pranzo di inaugurazione della nuova dimora).
Infine, per quanto riguarda la morte, passaggio che consente l’aggregazione del defunto alla società dei morti e l'ingresso in una diversa condizione esistenziale, vari sono i riti che interessano sia il morto che i parenti sopravvissuti, anch'essi differenziabili secondo lo schema tripartito. Ma di questo, in altra occasione.

tipica porta balinese  (foto RV)

Il Torii più turisticamente noto (da Wikipedia.it)

serie di Torii nel santuario Fushimi lnari-taisha, Kyoto(da Wikipedia.fr) 

porta della stanza del tè (foto Soshitsu Sen)

porta del morto  in casa semidiruta del XIV sec. in Montelparo (Marche) (foto RV)










domenica 17 giugno 2012

Glimpses of Unfamiliar Japan#3/Lafcadio Hearn


Un giorno di pioggia come pochi nella mia vita non bastò a scoraggiarmi dall'andare a rendere omaggio alla tomba di un personaggio al quale mi sono sentito molto legato, da quando ho cominciato a occuparmi e ad amare la cultura giapponese. La tomba di cui parlo, nel cimitero Zoshigaya (quartiere di Tokyo, a est di Shinjuku), è quella di Lafcadio Hearn. 


(da Wikipedia)

Hearn (1850-1904), scrittore di fama internazionale, era nato in Grecia (nell’isola di Lafkadia, da cui il nome), da madre greca e padre irlandese; emigrò in Ighilterra, negli Stati Uniti e poi in Giappone. Qui imparò la lingua, sposò una giapponese (di una famiglia di samurai), divenne buddhista, insegnò e scrisse molti libri sul folklore, la religione, le superstizioni, i costumi giapponesi. Lafcadio Hearn è divenuto l'archetipo di tutti coloro che hanno cercato di  scoprire, conoscere, impossessarsi della bellezza e della diversità della misteriosa cultura del Giappone. Egli assunse il nome di Koisumi Yakumo e i suoi libri non solo hanno fatto conoscere il Giappone in Occidente, ma hanno consentito ai giapponesi di vedere la loro cultura con gli occhi di uno straniero che l’aveva profondamente capita e assimilata, tanto che da molti i suoi libri sono letti senza neppure sospettare che dietro il nome di Koizumi ci sia un autore occidentale.  Tra i suoi titoli: Glimpses of Unfamiliar Japan (titolo che sto adoperando per alcuni dei post in questo Blog), Japan: An Interpretation, Kokoro, Gleanings in Buddha Fields (1897), In Ghostly Japan (1899), Kwaidan (1903)... (purtroppo pochissimo è reperibile in trad. it.).
In alcune sue lettere ancora inedite, alla fine della sua vita confessava a un amico: «Ho speso anni della mia vita a svelare il mistero del Giappone: ora mi rendo conto che forse il mistero non c’è». Dicendo queste parole Lafcadio Hearn forse negando mostrava, paradossalmente, di avere compreso l’anima giapponese più profondamente di tanti altri se essa, come credo, vada ricercata nel concetto buddhista di Vacuità (giap. ku).
Ora Hearn/Koisumi riposa nel cimitero di Zoshigay, dove sono sepolti anche altri famosi scrittori come Natsume Soseki e Nagai Kafu. A Matsue la sua casa e un Museo (L. H. Memorial Museum).

la tomba (si noti il nome giapponese)
(da Wikipedia)
il quartiere e il cimitero di Zoshigaya

la piantina del cimitero: la tomba è al numero 6, nel reparto 1-1

venerdì 18 maggio 2012

La via italiana al Dharma


Nel numero di maggio del mensile Jesus (delle edizioni San Paolo) è stato pubblicato un dossier dal titolo La via italiana al Dharma (a cura di Giovanni Ferrò e Vittoria Prisciandaro). Tra i vari articoli, un’intervista fattami da Vittoria Prisciandaro, che qui riporto (con lievi modifiche).

Creare legami, cercare nessi, evidenziare rapporti tra il buddhismo e la cultura occidentale. È il lavoro che da anni porta avanti Riccardo Venturini, professore ordinario di Psicofisiologia clinica alla Sapienza di Roma e che viene sintetizzato nel suo ultimo saggio, intitolato appunto Ri-legature buddhiste. Laureato in filosofia e medicina, da vari anni Venturini si occupa degli stati di coscienza e dei livelli di vigilanza nel contesto della psicologia occidentale e in quello delle psicologie tradizionali orientali, interessandosi in particolare dell’esperienza religiosa e delle tecniche di meditazione e di preghiera.
Il buddhismo è oggi presente come significativa minoranza religiosa in Occidente e anche in Italia, ma si tratta, secondo Venturini, di «un buddhismo d’importazione, con appartenenze e denominazioni proprie delle scuole di provenienza, con liturgie, manifestazioni, modi di rappresentarsi adeguati a contesti culturali altri; e non di un buddhismo occidentale capace di rispondere ai quesiti relativi alla possibilità di inculturazione e, finalmente non più emarginato come uno dei tanti gruppi esotici o new age, essere in grado di offrire risposte alle attuali esigenze di spiritualità presenti in Occidente». All’autore del volume chiediamo allora se è possibile, a suo parere, un’inculturazione nell’attuale contesto culturale occidentale. E con che cosa deve fare i conti una via occidentale al buddhismo.
La mia risposta è assolutamente positiva, anche se è ancora allo stato nascente un lavoro di inculturazione del buddhismo che possa essere paragonabile a quello svolto, in modo incredibilmente fecondo, in India, in Cina, in Giappone e che ha consentito che esso potesse svilupparsi e maturarsi, ricevendone, rispettivamente, filosofia, pratica, sensibilità. Trattandosi di una tradizione che, da un lato, si è sviluppata lontana da Eschilo e Platone, dal diritto romano e dal cristianesimo, da Pico della Mirandola e da Cartesio, dai “lumi” e dal romanticismo, da Nietzsche e da Freud, ossia dalle radici identitarie della nostra civiltà, e, dall’altro, si è proposta mete e obiettivi spesso antitetici a quelli della cultura occidentale, le difficoltà non sono trascurabili, per cui sta ormai emergendo (dall’impegno di studiosi, esponenti di altre religioni, laici e, anche se in misura minore, di gruppi e centri buddhisti) l’esigenza di una seria riflessione sulla possibilità di costruire una via occidentale al buddhismo. Di fronte a forme di militanza dottrinarie e unilaterali, per offrire un contributo a questa “occidentalizzazione” del buddhismo va tentata una riformulazione del Buddhadharma adeguata al nostro attuale contesto culturale occidentale sviluppato, complesso, postmoderno, facendo i conti con la spiritualità cristiana, con la scienza, lo spirito critico, la laicità delle istituzioni, la democrazia e, soprattutto, muovendo dall’assunto della centralità della persona ossia della promozione, difesa e rispetto del soggetto, dei suoi diritti-doveri inalienabili e non negoziabili, della sua autonomia illuminata.

Quali sono le domande spirituali a cui il buddhismo può rispondere?
Credo sia ben evidente che oggi siamo in presenza di una domanda di spiritualità che non trova più risposta, nel mondo occidentale sviluppato, nelle religioni monoteistiche. Mi riferisco alla posizione di chi non si sente né vicino né nostalgico della trascendenza monoteistica e avverte quello monoteistico come un racconto stanco, non più in grado di interpretare il nostro mondo, ma sente, d’altra parte, l’esigenza della costruzione di una nuova spiritualità. È proprio la difficoltà a parlare la lingua della modernità laica che isola infatti i monoteismi e rende spesso vani il dialogo e gli incontri. Si è, pertanto, risvegliato l’interesse a guardare alle grandi scuole di saggezza dell’antichità, come lo stoicismo e l’epicureismo, o a pensatori come Montaigne o Spinoza e, in un ampliamento degli orizzonti culturali, all’Oriente taoista e buddhista. In particolare, una cospicua parte dell’umanità (almeno dell’Occidente) è ormai matura per compiere, collettivamente, un grande passo avanti spirituale per affrontare il problema del male e del dolore in tutta la sua tragicità, abbandonando i venditori di illusioni e assumendosi la responsabilità di creare umilmente, con le proprie mani, quel tanto (o quel poco) di bene, di vero e di bello di cui saprà dimostrarsi capace. Il buddhismo, tradizione spirituale a-teistica, sembra oggi possa essere in grado di offrire delle indicazioni utili alla costruzione di orientamenti spirituali di tipo nuovo.
Rispetto ai temi della sofferenza, della paura, della morte quale contributo offre il buddhismo?
Il mondo fenomenico è caratterizzato da un processo di nascita, crescita, decadenza e morte. Con la comparsa degli esseri senzienti, tale processo è avvertito come faticoso e doloroso, per cui il Buddha ha sottolineato l’onnipresenza della sofferenza. Come tutte le grandi tradizioni, il buddhismo nasce col proposito di aiutare l’uomo di fronte al dolore, insegnargli a riconoscerlo, a capirne l’origine, a gestire al meglio le sofferenze causate dalla malattia, la solitudine, la morte. La via buddhista si definisce come una via di attenzione e consapevolezza che non vuole fornire illusioni, negazioni, oblii, consolazioni, ma invita a confrontarsi con la realtà, accettando il coraggio della verità che, come dice anche il Vangelo, è quella che ci può rendere liberi. La verità — bisogno ricordarlo — ha i suoi costi, come sanno tutti i martiri, ma è la sola che può dare risposta a un autentico bisogno di senso e di valore. Ora, se nelle tradizioni teistiche le missioni di aiuto e di salvezza vengono affidate a qualche essere superiore e, in particolare, a divinità misericordiose, gran parte del pensiero orientale (comprese varie scuole buddhiste) ha ritenuto che per fronteggiare la onnipervasività e insopprimibilità del dolore occorra operare sul soggetto, considerando che il male sia nel giudizio e nella coscienza (il sé come origine e/o parte del negativo da eliminare o a cui rinunciare): più che a risolvere, questo orientamento tende quindi a dissolvere il problema, attraverso una sorta di “riduzione” del soggetto. Per la dottrina buddhista Mahayana, che afferma invece essere il samsara in nulla differente dal Nirvana, le risposte non andranno cercate né soffocando il soggetto nell’amore di Dio né estinguendolo in un Nirvana separato. In una prospettiva di valorizzazione della realtà fenomenica, che non può escludere proprio la soggettività che ne è l’espressione più complessa ed elevata e luogo in cui si realizza la consapevolezza dell’Essere, si mira a una “intensificazione” e “dilatazione” transpersonale del soggetto, costruttore di valore (di compassione, bellezza, conoscenza) pur nel suo restare ancorato alla coscienza tragica della finitezza della condizione umana. Nirvana viene così a significare le transitorie esperienze di pienezza, completezza, serenità, realizzate vivendo l’uno nel molteplice, l’eterno nel transeunte, l’assoluto nel relativo, l’essenza nell’apparenza…
Quando scrive che occorre liberare questa scuola di saggezza «da rappresentazioni folkloristiche, da contraffazioni orientalistiche, da divisioni basate su esigenze identitarie...» a cosa si riferisce?
La giusta esigenza di garantire serietà e autenticità dell’insegnamento (anche in vista di una definizione dei rapporti con lo Stato) non ha saputo trovare espressione diversa dal rinforzo dell’appartenenza alle storiche tradizioni di insegnamento esistenti fuori d’Italia, con la conseguenza di manifestazioni esteriori (abiti, liturgie, festività…) che hanno finito per rinforzare un’immagine di estraneità alla nostra cultura. La stessa organizzazione in centri, poco comunicativi sia tra loro (per le differenti tradizioni di appartenenza) sia con l’esterno, ha posto problemi di esclusione più che di inclusione, più di conservazione che di innovazione. Ci sono stati fenomeni di scissioni e problemi di armonizzazione di autorità e partecipazione; la formazione, poi, con la frequente enfasi di una “pratica” ristretta spesso a una sola modalità (ad es., meditazione, recitazione di mantra) ha fatto dimenticare la necessità di una pratica integrata delle paramita perché si possa avere una effettiva “conversione del cuore”. Tutto questo, per usare una espressione del prof. Elikia M’Bokolo, rischia purtroppo di configurare l’attuale movimento buddhista come «il  figlio handicappato di un grande amore».

Può il dialogo interreligioso aiutare il buddhismo a trovare una sua via occidentale?
Certamente, purché si tratti di un vero confronto, ad esempio con la tradizione cristiana, sui problemi della persona, dell’etica e della bioetica, e non di rappresentazioni diplomatico-folkloristiche. Il dialogo è importante si sviluppi non solo con le ben consolidate tradizioni monoteistiche, ma anche con quel “religioso implicito” presente nella cultura laica. D’altro lato, i buddhisti dovrebbero presentare con più vigore la visione di un umanesimo buddhista, per facilitare l’interruzione del gioco millenario che l’umanità ha fatto con le divinità, cercando la salvezza nell’alleanza con potenze sovrumane, per tentare, invece, di lavorare umilmente, contando sulle proprie limitate forze e non più sul Pastore «che su pascoli erbosi mi fa riposare» (Sal 23, 2). 

domenica 13 maggio 2012

Vivere di sacro?#3/La kippah

Sempre sulla religione come separazione e difesa dall’eccesso di contatto col sacro. La kippah, plurale kippot, il copricapo ebraico, indossata non solo nei luoghi di culto, ma anche nella vita quotidiana è, come scrive il rav. Benedetto Carucci-Viterbi, «simbolo di limite. Ciascuno deve sapere fin dove arriva e non tentare - nel delirio di onnipotenza - di andare oltre. In questa prospettiva sarebbe bene ordinare kippot per tutta l'umanità». Simbolo di devozione e di separazione, è un pro-memoria che ricorda all’uomo il suo stare sulla Terra, al di sotto del Cielo, rammentandogli il comportamento adeguato, senza confusione tra sacro e profano.

martedì 1 maggio 2012

Vivere di sacro?#2

Ancora una visione dell’eccesso. Siamo nel mondo ebraico e Sedecia (in ebr., il Signore è la mia integrità/il mio diritto) fu l’ultimo re (597-586 a. C.) di Giuda (il regno del sud, nato dalla scissione del regno unitario: Israele, a nord; Giuda a sud), nel periodo del dominio babilonese. Ribellatosi a Nabucodonosor al quale aveva giurato fedeltà, il suo comportamento determinò la rovina definitiva della nazione ed egli stesso fu catturato e portato dal re con i figli e le mogli. Scrive Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, X, 140): Nabucodonosor «ordinò che figli e amici fossero uccisi sul posto sotto gli occhi dello stesso S. e degli altri prigionieri, poi cavò gli occhi a S., lo mise in catene e lo portò in Babilonia». Punizione venuta dall’“alto” (più in alto di una mano umana), l’ultima visione di Sedecia fu dunque quella dei suoi figli che venivano sgozzati: atroce, inumana, pienezza abissale del male e, pertanto, visione “sacra” (aspetto tremendum del sacro), qualcosa vista la quale non è più possibile vedere oltre e vivere una vita ordinaria. Come Edipo dopo la rivelazione della natura del suo comportamento, Sedecia si trascinò nella sua rovina per alcuni mesi (morì poco dopo, nel 585), vivendo — anche se ne ignoriamo gli aspetti soggettivi — quella che possiamo considerare la sua espiazione, nella miseria che resta a chi sia stato “fulminato” dalla sovrabbondanza di sacro. 

lunedì 30 aprile 2012

Enantiodromia biografica (per S. Jobs) e rappresenazione sociale del buddhismo

Dopo l’esaltazione, come spesso accade, la denigrazione. Ci ha pensato Evgeny Morozov con il pamphlet Contro Steve Jobs. Fin qui ordinaria amministrazione, ma mi soffermo sulle contraddizioni che questo tal Morozov pretende rilevare in S. J., ad esempio quando gli rivolge il rimprovero postumo per l’impegno nel ridurre i tempi di avvio dei computer (“Se sei un buddhista che fretta hai?”) o per la cura dei prodotti (da parte di chi avrebbe dovuto “predicare il distacco dagli oggetti materiali”). Queste osservazioni sono, infatti, interessanti per chi (sarebbe ora!) volesse dedicarsi allo studio delle rappresentazioni sociali del buddhismo in Occidente. Evidentemente Morozov non ha mai sentito parlare di coincidenza di Nirvana e samsara, non ha mai cercato di capire quanto sia importante non sprecare il tempo in un mondo impermanente, non ha mai incontrato nessun esempio di eleganza, cura e rispetto degli oggetti così fondamentali nell’estetica del Vuoto… Poiché Morozov non è il solo a pensare queste sciocchezze, cerchiamo di non stancarci nell’impegno perché si realizzi una conoscenza più adeguata del pensiero dell’Illuminato.

martedì 24 aprile 2012

Glimpses of Unfamiliar Japan#2/Jindaiji, Tendai e... soba

A Chofu, agglomerato della banlieu di Tokyo (circa 20 min dalla stazione di Shinjuku, linea Keio) si trova il tempio Tendai Jindaiji, uno dei più antichi dell’area di Tokyo: fondato nel 733 dal prete Manku, deve il suo nome alla divinità Jinjia-Daido.


Il tempio ospita una preziosa statua bronzea di Buddha del secolo VIII. 


All’inizio di marzo ha luogo la fiera delle bambole Daruma (immagini di Bodhidharma) in cartapesta, di varie dimensioni, che, com’è noto, si acquistano senza pupille già disegnate: quella di sn viene dipinta formulando il proposito di raggiungere un obiettivo, raggiunto il quale si può dipingere la pupilla dx; a quel punto, si può portare la bambola al tempio per ringraziamento, dove sarà bruciata in un sacro falò.


Nel tempio Jindaij si possono avere (peculiarità!) anche Daruma con caratteri tibetani sulle pupille e, a pagamento, anche una iscrizione personalizzata in caratteri dorati sulla bambola acquistata.


Il villaggio è famoso per i numerosi ristoranti in cui vengono peparati gli spaghetti di grano saraceno (soba), preparati con l’acqua pura delle sorgenti locali e offerti in tante diverse presentazioni. Vedi il filmato all'indirizzo web

venerdì 20 aprile 2012

Cariatidi e dintorni#37/Caminetto dell'Hotel de Wendel, XIX sec., Parigi




Caminetto dell'Hotel de Wendel, XIX sec., Parigi

sabato 7 aprile 2012

Vivere di sacro?

In margine alla mostra Tiziano e il paesaggio moderno.


«La consapevolezza di un mondo reale e significativo è intimamente connessa alla esperienza del sacro ed attraverso tale esperienza lo spirito umano ha afferrato la differenza tra ciò che si rivela reale, potente, significativo e ciò che non lo è, vale a dire il caotico e pericoloso flusso di cose, le loro fortuite apparizioni e sparizioni prive di significato. […] Il  “sacro” è un elemento strutturale della coscienza, e non uno stadio della sua storia. Un mondo pieno di significato — e l’uomo non può vivere nel caos — è il risultato di un processo dialettico che può essere definito come la manifestazione del sacro. La vita umana si carica di significato attraverso l’imitazione di modelli paradigmatici rivelati da esseri soprannaturali […] Ai più arcaici livelli di cultura, il vivere come essere umano è un fatto religioso in sé stesso, perché il nutrirsi, la vita sessuale e il lavorare [educazione] hanno un valore sacramentale». Così Eliade (in La nostalgia delle origini, p. 7 s.). Prima ancora che “salvezza” dal dolore e dalla morte le religioni si mostrano donatrici di senso, ovvero sono apparse capaci di offrire una forma più sottile e profonda di salvezza, perché «la mancanza di significato impedisce la pienezza della vita ed è pertanto equivalente alla malattia. Il significato rende molte cose sopportabili, forse tutto» (Jung).
Le religioni hanno dato alle diverse comunità umane delle descrizioni, sostanzialmente in forma di racconti (miti), di quel “mondo reale e significativo” (“totalmente altro” di fronte al mondo fenomenico finito) e, soprattutto, offerto dei mezzi (percorsi, vie di accesso, stili di vita, pratiche) per mettersi in rapporto con quel mondo altro e vivere “altrimenti”. Essere in rapporto significherà, individuare la giusta misura non solo  di prossimità, ma anche di distanza (di spazio, tempo, condotta), perché «in tutta la storia religiosa dell’umanità», scrive ancora Eliade, «persiste, come una maledizione, questa discontinuità della sperimentazione del sacro. Nessun uomo può rimanere ininterrottamente nella sacralità. Perfino il sacerdote si crea una condizione spirituale del tutto particolare, quando compie un rituale o un mistero — e poi ritorna al suo stato di tutti i giorni, profano. Il “sacro”, essendo totalmente diverso dal profano, non può essere sopportato dall’uomo in continuità. In alcuni testi indiani si dice che il brahmano che “non discende per tempo dallo stato sovrumano che gli crea il sacrificio”, è ucciso sul posto — è ucciso proprio dalla forza sacra che la sua povera natura creata, limitata non può sopportare» (Il mito della reintegrazione, p. 88). Possiamo, quindi, leggere una serie di “divieti”, imposti dalle religioni, come indicazioni protettive da un “eccesso” di (contatto col) sacro che non risulta compatibile coi limiti della condizione umana immersa nel finito.
Vari sono gli esempi che sottolineano la temerarietà o hýbris presente nell’entrare nella particolare sfera di energia del sacro venendo meno alle norme di prudente separazione, temerarietà pesantemente punita anche quando c’è error e non scelus, essendo la trasgressione commessa inconsapevolemnte. Nella Torah (II Sam 6, 6-8) si racconta di Uzzà che stese la mano verso l’arca e vi si appoggiò perché i buoi la facevano piegare e di come l’ira del Signore si accese contro Uzzà: «Elohîm lo percosse per la trasgressione. Egli morì sul posto, presso l’arca di Elohîm». Davide si rattristò per il fatto che il Signore si era scagliato con tale impeto contro Uzzà. Un altro episodio riguarda i figli di Aronne (Lev 10, 1-2) che «offrirono davanti al Signore un fuoco illegittimo, che il Signore non aveva loro ordinato. Ma il fuoco si staccò dal Signore e li divorò e morirono così davanti al Signore».
Il Levitico (cap. 18) dà una serie dettagliata di proibizioni sessuali legate a visione e contatto, come le seguenti: «Non recherai oltraggio a tuo padre avendo rapporti con tua madre: è tua madre; non scoprirai la sua nudità. Non scoprirai la nudità della tua matrigna; è la nudità di tuo padre. Non scoprirai la nudità di tua sorella, figlia di tuo padre o figlia di tua madre, sia nata in casa o fuori. Non scoprirai la nudità della figlia di tuo figlio o della figlia di tua figlia, perché è la tua propria nudità. Non scoprirai la nudità della figlia della tua matrigna, generata nella tua casa: è tua sorella. Non scoprirai la nudità della sorella di tuo padre; è carne di tuo padre. Non scoprirai la nudità della sorella di tua madre, perché è carne di tua madre. Non scoprirai la nudità del fratello di tuo padre, cioè non ti accosterai alla sua moglie: è tua zia. Non scoprirai la nudità di tua nuora: è la moglie di tuo figlio; non scoprirai la sua nudità. Non scoprirai la nudità di tua cognata: è la nudità di tuo fratello.
 Non scoprirai la nudità di una donna e di sua figlia; né prenderai la figlia di suo figlio, né la figlia di sua figlia per scoprirne la nudità: sono parenti carnali: è un'infamia».
Si tratta di divieti legati alle relazioni di parentela e alle origini, e quindi al “pericolo” (e, quindi, al tabù) dell’incesto. Nel nostro sapere c’è infatti un punto cieco, un non-sapere, relativo all’origine, connesso al mistero della congiunzione, momento sacro di non-dualità, coniunxio oppositorum dei sessi dotata del potere magico di “estrarre” una nuova vita dall’abisso della latenza prenatale, un mistero che non può essere rivelato e potrebbe essere conosciuto ripercorrendolo incestuosamente. Nella proibizione dell’incesto troviamo sommate regole di convivenza sociale e divieti di contatto col sacro, e riandando al mito e alla tragedia (drammatizzazione del mito) di Edipo siamo di fronte a una tragedia che offre molte possibilità interpretative del divieto. Edipo, infatti, è accecato dalla rivelazione della natura della sua relazioni con Giocasta; con la “nudità” di sua madre ha visto ciò che non si doveva vedere; nella consapevolezza dell’incesto compiuto, scopre di aver vissuto la coincidentia oppositorum, il sacro nel sesso che non gli consente più una vita ordinaria.  Il sole, il sesso, la morte, il sacro non possono essere visti “a occhio nudo” se non vogliamo rimanerne accecati, come è accaduto a Edipo che, superato il limite del sapere e “visto il Tutto”, non avrebbe avuto niente altro da vedere, perché quel che avrebbe potuto ancora vedere sarebbe stata ormai una falsa visione di meri simulacri: continuare a vivere nel determinato non poteva significare per lui che percorrere un cammino di espiazione (quello che troviamo, infatti, nell'Edipo a Colono che rappresenta il suo divenire, per questo, un personaggio speciale, capace di portare beneficio e santificazione).
Altro caso di hýbris da visione che il mondo classico ci presenta è quello di Atteone (v. Callimaco, Ovidio, Nonno di Panopoli), punito con la trasformazione in cervo per aver visto Artemide nuda, dea che non gli era consentito vedere.

Dumque ibi perluitur solita Titania lympha,
ecce nepos Cadmi dilata parte laborum
per nemus ignotum non certis passibus errans
pervenit in lucum: sic illum fata ferebant.
Qui simul intravit rorantia fontibus antra,
sicut erant nudae, viso sua pectora nymphae
percussere viro, suitisque ululatibus omne
implevere nemus circumfusaeque Dianam 
corporibus texere suis; tamen altior illis
ipsa dea est collooque tenus supereminet omnes.
Qui color infectis adversi solis ab ictu
nubibus esse solet aut purpureae Aurorae,
is fuit in vultu visae sine veste Dianae.

[Mentre là dentro ne vanno come sempre irrorando la figlia del Titano, ecco giungere al bosco il nipote di Cadmo, che ha smesso ogni traffico e ha errato con passi malcerti per forre a lui sconosciute, seguendo la guida del fato. Non s’era ancora affacciato alla grotta stillante di spruzzi che, nude com’erano, le ninfe alla vista di un uomo si batterono il petto e riempirono il bosco di grida stringendosi intorno a Diana e cercando di colpirla col corpo; ma più alta di loro è la dea, di una testa le supera tutte. L’identica tinta che sempre colora le nuvole colpite dai raggi del sole o l’aurora di porpora comparve sul volto di Diana, vista così senza vesti (tr. it. di Ludovica Koch)].

Nipote del titano Coeo, quindi possiamo dire dotata di un doppio potere divino, arcaico e recente, mostra un rossore espressione più di ira che di virginale modestia e infligge una tremenda punizione ad Anteo, benché (come per Edipo) la sua condotta sia priva di scelus (essendo guidato dal fato: sic illum fata ferebant).
Le religioni hanno, dunque, stabilito confini per difenderci dall’eccesso di sacro, ma la modernità considera ormai arcaismi i divieti biblici, la psicoanalisi ha visto in Edipo “il nostro eroe” (nelle fantasie edipiche egli è quello che ciascuno avrebbe voluto essere) e nella tela di Tiziano (Mostra Tiziano e il paesaggio moderno, Milano: 16/02/2012-20/05/2012) sembra potersi leggere più che la punizione di chi ha osato spiare ciò che deve restare occulto la felice condizione di chi, almeno per un istante senza tempo, ha potuto godere, costi quel che costi, la contemplazione della divina bellezza. Come dirà Baudelaire: «Che importa l’eternità della dannazione a chi ha trovato in un istante l’infinito della gioia?»

venerdì 30 marzo 2012

Mathilda e la Namibia

Nell’Africa meridionale si trova un repubblica di recente costituzione, la Namibia, che fu colonia o più esattamente “protettorato” tedesco negli anni 1860-1920. Nell’Ottocento un Paese europeo che volesse essere degno di rispetto nel consesso internazionale “doveva” avere dei possedimenti coloniali e la Germania non si sottrasse a questo “imperativo”, conquistò il protettorato di questa regione che perse poi con la sconfitta subita nella I guerra mondiale. Dopo essere passata sotto il dominio sud-africano e ricevuto dalle Nazioni Unite il nome di Namibia (dal deserto di Namib, nome asseganto per evitare controversie tra i vari gruppi etnici), l’indipendenza dell'Africa del Sud-Ovest verrà  proclamata ufficialmente nel marzo 1990.
Valéry Giscard D’Estaing, già Presidente della Repubblica francese e che ora siede tra gli “immortali” dell’Académie française, appassionato di letteratura (in particolare di Maupassant) e scrittore lui stesso, abbiamo appreso essere innamorato della natura di questa singolare regione del continente africano, una delle nazioni più giovani del mondo e l’unico Paese africano in cui la lingua tedesca è presente come lingua ufficiale. Valéry Giscard D’Estaing in Mathilda narra di essere stato incuriosito, trovandosi in Namibia, da una tomba su un altopiano, costituita da un rettangolo di terra rossa con una lapide recante l’iscrizione in carattere gotico e in lingua tedesca: “Mathilda Schloss della famiglia Dürtingen, nata il 15 aprile 1918, deceduta il 12 febbraio 1946. Riposi in pace”. Messosi in cerca di notizie su questa giovane, l’A. condensa nella sua narrazione (di documento romanzato) tutta la breve vita di questa donna di pura bellezza germanica che ci fa conoscere e amare. La famiglia Dürtingen, di “coloni” tedeschi insediatisi in quella pezzo di territorio tedesco dell’Africa Sud-occidentale, possedeva lì una fattoria con allevamento e godeva di un certo benessere. Allo scoppiare della II guerra mondiale i giovani maschi sono attratti dalla madrepatria hitleriana e partono per partecipare alla guerra. Rimasta sola a guidare la fattoria (partiti il marito e il fratello, e i genitori anziani ritiratisi), Mathilda rivela tutte le sue doti e tutta la sua forza: attende, viene a sapere della morte del fratello e di quella probabile del marito a Stalingrado, attende ancora dopo la fine della guerra, quando le condizioni politiche dell’Africa Sud-occidentale cominciavano a cambiare e si veniva a determinare una sorta di apartheid per i coloni tedeschi.
L’A. dedica il suo libro all’“Africa, il continente materno”, una madre che sotto lo splendore del “cielo scintillante di blu” ha un suo lato oscuro e inquietante che Mathilda, cresciuta nell’innocenza di una simbiosi con la natura, dovrà scoprire e che trasformerà la sua serenità in tragedia. Attraverso la storia della protagonista, il libro ci offre due prospettive di riflessione psico-sociale sul colonialismo (di cui si è recentemente celebrato il cinquantesimo anniversario della fine ufficiale): quella legata alla particolare, surreale, condizione dei “dominatori” e quella dei negri “dominati”. Particolarmente acuta la descrizione analitica del desiderio del giovane Ouseb (lavorante nella fattoria) che violenterà Mathilda: perché era bella, perché era bianca, perché prendendola la riportava a un livello inferiore al suo. Mathilda ne morirà e l’A. ci accompagna con finezza nell’intimità del suo itinerario distruttivo che sarà, tuttavia, anche un percorso di consapevolezza e di amore. E anche gli altri personaggi al contorno non avranno un destino felice.
La tomba sull’altopiano, come in attesa delle cure che periodicamente le vengono prestate in occasione delle visite del narratore, resta a testimoniare, sotto il sole di quella terra straniera, la tragedia di una giovane, martire di progetti e di condotte funestamente sbagliati.