domenica 11 agosto 2013

Pensieri di malattia#3



Il mondo animale è, nella visione buddhista della realtà, uno dei più bassi. Vi abitano esseri dalla consapevolezza elementare, agitati da impulsi ossessivi, spinti da bisogni incontrollabili. In questo periodo di sofferenza la descrizione mi appare particolarmente convincente e mi fa provare compassione e insieme fastidio per queste sfortunate creature, che sento simili a esseri umani ammalati, in preda ad allucinazioni, con vigilanza ai più bassi livelli.

Fluire con la malattia, osservarla con curiosità, non chiedendo nulla e non temendo più nulla. Giusto. Ma il corpo soffre e ha paura, l’ego giudica la miseria attuale a fronte della vita piena: si ingaggia una lotta che prende il centro dell’attenzione e compromette l’osservazione silente e non giudicante. Perpetuo ricominciare.

Di fronte all'accudimento di cui sono oggetto in questa malattia soffro contrastanti vissuti di ammirazione, umiliazione, comparazione. Ammirazione per la pazienza, l’amorevolezza, l’instancabile sollecitudine; umiliazione per la dipendenza, non autosufficienza, impossibiltà di restituzione; comparazione pensando al mio egoismo  confrontato a tanta realtà di generosa donazione.

La protagonista del romanzo giapponese Moshi moshi di Banana Yoshimoto osservando un signore mangiare nel ristorante in cui lei serviva dice: «Come potrei trovare le parole per descrivere quanto fosse bello vederlo mangiare? Era un po’ come assistere alla cerimonia del tè. Ogni movimento si legava al precedente senza la minima forzatura. Né troppo veloce né troppo lento. Ma con entusiasmo». Nel mangiare di un ammalato mi pare ci sia sempre, invece, qualcosa di vile e di repellente. Forse anche per questo un re aveva detto: «Les rois ne sont pas malades: ils meurent».

sabato 3 agosto 2013

Pensieri di malattia#2


Quando le condizioni psicofisiologiche lo consentono, la lettura dei quotidiani, le notizie radio o TV costituiscono un legame sottile, ma tenace col “mondo”. Tuttavia — trovandomi in una situazione di forte disagio — sento rinnovarsi un dolore oscuro già provato altre volte:
luglio 1943, ragazzino, gli smilzi giornali del tempo di guerra ci dicevano che il 25 luglio cancellava quello a cui eravamo stati educati fin dalla nascita e il 28 mio padre moriva (malasanità: uno spericolato trattamento di autoemoterapia). Giorni per me devastanti, in cui ero immerso nella malattia e nella incomprensibilità della morte di mio padre e il mondo si allontanava nella sua indecifrabilità. Roma era stata bombardata, era perfino difficile seppellire i morti e nella mia scuola (“Giulio Cesare”) l’ufficio dove il sabato facevo il balilla furiere (mi rifugiavo lì per fuggire le “adunate” paramilitari del sabato pomeriggio) veniva devastata, tanto per fare una manifestazione  “antifascista”. Cosa potevo capire?
agosto 1968, ammalato di salmonellosi, il martellamento della febbre alta veniva raddoppiato dal rumore dei cingoli dei carri armati sovietici che invadevano Praga. Cosa succedeva? Cosa voleva dire quell’oscuro conflitto tra “Paesi fratelli”? Il “tifo” non era certo la condizione migliore per comprendere.
luglio-agosto 2013, nella attuale interminabile broncopolmonite, una sentenza prova a cancellare un altro ventennio di storia di questo Paese, nel clamore, odio, risentimento, senza darci possibiltà di crescere e capire, con la solita frenesia del girare pagina senza sapere cosa c’è scritto o che cosa ci sarà da scrivere in quella seguente.
Tanti anni sono passati, ma nelle situazioni stranianti di fragilità, invalidità, malattia (penso a quei televisori accesi negli ospedali...!), torna questo opprimente e angoscioso vissuto di essere coinvolti e trascinati da “quel che accade là fuori”, nella debolezza di sentirsi come naufraghi in una realtà lontana e inospitale.

 La tradizione ha sempre giustamente avvertito che per una valida meditazione è necessario essere in uno stato di salute buono. Nel caso di malattia, febbre, ottundimento, le possibilità si riducono alle pratiche più semplici (come la concentrazione sul respiro: in, out), per allontanarsi da dolori e scoraggiamenti. La meditazione non è una terapia. Don Milingo (qualcuno lo ricorda?) diceva “credere per guarire”, io ho sempre risposto “guarire per credere”.

Ancora sull’impegno per “riprendersi”: avverto la tentazione di assumere la coscienza del martire (lasciarsi andare, pur senza accettarle, alle “decisioni” misteriose di una Volontà — Dharma, Natura, Dio, Tao... — ostile) che fa sentire come una forma di indecoroso “attaccamento” alla vita il cercare di lottare contro la malattia. Una motivazione eticamente più accettabile si può forse trovare nello sforzo per “ricambiare” l’operoso impegno di chi amorevolmente ci assiste.

martedì 30 luglio 2013

Facilonerie


Non eadem est aetas, non mens/L’età non è più quella, e l’animo neppure


In questo periodo, in cui la critica della religione ha preso nuovo vigore (fine delle ideologie e sviluppo delle neuroscienze) da più parti si cercano espressioni “positive” dell’ateismo, per non condannare questo a vivere nell’oscurità delle necropoli di divinità spodestate e defunte. Si inneggia a un nuovo razionalismo  e si auspica una società di armoniosa solidarietà, affrancata dalle illusioni religiose, all’insegna dell’Etsi Deus non daretur, secondo la formula del giurista olandese Ugo Grozio (1583-1645).
Vorrebbe offrire un contributo in questa direzione Renata Pisu, nota e apprezzata giornalista e saggista, dotata di una conoscenza diretta della lingua e della vita cinese, col suo volume Né Dio né legge; la Cina e il caos armonioso (Roma-Bari, Laterza, 2013), che riprede nel titolo la frase del grande sinologo Marcel Granet: «Mi limiterò a caratterizzare lo spirito dei costumi cinesi con la formula né Dio né legge».
Il libro, attraverso esame di testi, incontri, appunti di esperienze, vorrebbe presentare una società, marcata soprattutto dallo spirito confuciano, che dovrebbe essere in grado di fare a meno di Dio e dei suoi comandamenti. Dopo il fallito tentativo di vedere nell’URSS il primo esempio storico di una società senza Dio, ora si prova con Confucio e le altre correnti del pensiero cinese. Il risultato è mediocre, troppo impegnativo per una giornalista sia pure attenta come la Pisu (pensiamo a quanto poco risultano persuasive perfino le indagini, svolte a ben altro livello di profondità, dal filosofo François Jullien). Assolutamente insufficienti e superficiali, poi, le presentazioni del taoismo e, in particolare, del buddhismo. Ma la carenza fondamentale è quella di pensare di poter fare ricorso al concetto di armonia senza fare i conti col problema della persona, del male e della sofferenza individuale, campo di un lungo travaglio per la filosofia e la teologia occidentali. L’Occidente non ha, infatti, ignorato questi tentativi armonizzanti basati su natura, cielo, società ben ordinata, ma — con Jaspers — li aveva qualificati come pre-tragici e non più proponibili all’uomo d’oggi; quindi, guardando all’Oriente, non si può sottovalutare tutto ciò che quel pensiero ha lasciato da parte, come il senso della storia, l’autonomia del soggetto, le libertà politiche, indicando come un nuovo possibile percorso una generica via dell’armonia. Dimenticando questi aspetti non si dà alcun contributo al dialogo tra le civiltà e si alimentano anzi vani e illusori tentativi di confusi meticciati culturali.

domenica 28 luglio 2013

Pensieri di malattia#1

Attraversato da grave malattia, la sfida è quella di restare consapevole, di cercare le parole per dirlo, anche se spesso sento di scivolare nel buio, quando ondate di tenebra allagano la mente. Prometeo resiste, ma non può vincere.
Se nessuno può narrare la propria morte, non meno difficile è narrare la fragilità, la vergogna, l'impotenza, della malattia. Pochi lo hanno fatto e sembra ci voglia la penna laida e impudica di Céline per parlare di febbre, vomito e diarrea. 
Tutta la vita a cercare le parole, per operare la magia della rappresentazione che faccia passare dall'oscurità ottusa e oggettiva delle cose alla luce o almeno al chiarore della soggettività (Jung: "Per quanto ci è dato conoscere, l’unico significato dell’esistenza umana è di accendere una luce nelle tenebre del puro essere"). Ma alla fine la sconfitta è assicurata, come paradossalmente ci dice Epicuro (se c'è la morte non ci sono più io), le parole saranno esaurite. A quel punto vorrei poter ancora dire: "È stato tutto un gioco di parole".

Utilizzo varie forme di meditazione. 
Hinayana: sofferenza senza sofferente; non attaccamento all’ego, lasciandolo andare incontro alle evenienze; tutto avrà un termine, anche il dolore.
Mahayana (10 modi x 10 oggetti):tutto l’universo impegnato per produrre questa situazione (sacralità e assurdo); se è vero che Dio non gioca a dadi col mondo, fin dalle più lontane origini l'universo aveva, con una catena infinita di cause e condizioni, predisposto che accadesse anche questa malattia, questa sofferenza, questa umiliazione. E sappiamo che è inutile domandarsi perché tanto "impegno", tanto accanimento per produrre queste brutture...
sguardo compassionevole sulla situazione come se si trattasse di quella di un altro (io come un altro), osservazione del comportamento di chi assiste; considerazione karmica di come sono andate le cose e delle conseguenze, etc.

Il malato, specie anziano, è un peso, un ingombro, un costo: la risposta più razionale sarebbe quella di eliminarlo al più presto, ma chi vorrebbe assumersi la responsabilità di un atto tanto leale e coerente? D'altra parte, la nostra cultura secolarizzata ha perso le categorie per capire che il malato non appartiene più alla vita ordinaria, ma è sacro, consacrato come vittima offerta in sacrificio alla tirannica volontà della vita che vuole rinnovarsi... 

Le cose, in un pudore risentito, si ritraggono come avvertendo l’atteggiamento di chi sta per abbandonarle. Chi ha visitato la casa dei morti non sembra avere più diritto di occuparsi delle cose dei vivi. Ecco perché sono necessari i riti di purificazione.

Quanto facilmente ci si dedica a improduttive ruminazioni mentali, alle più improbabili magie, al consumismo medico! In definitiva, tutti modi di metter in atto il meccanismo della seconda freccia di cui parla una parabola buddhista.

E straziante è vedere la dedizione di chi mi è vicino che, con la forza dell'amore, non si fa domande, combattendo una battaglia senza calcoli delle forze in gioco e senza fare previsioni sull'esito. 

Quanto minore il tempo che resta, tanto maggiore la sofferenza di questo spreco di vita nell'inconsistenza, nella mancanza di desiderio, in una versione perversa del qui e ora.

La malattia è stata a lungo vista come punizione: c'è forse un fondo di verità in questo. Dobbiamo pagare tutto ciò che di positivo e di bello abbiamo ricevuto, goduto, donato. La regola è sempre quella che non ci sono pasti gratis.

Situazione di debolezza e di vergogna per la perdita della propria dignità (insufficienza, mancanza di autonomia, dipendenza, riduzione delle proprie capacità di fare, sentire, produrre), che viene mitigata solo dalla paziente benevolenza con cui viene esercitata l’opera di assistenza, anche se questo genera sensi di colpa e quindi ulteriori vissuti di dipendenza. Il vissuto di limitazione e di fragilità forse può avere una qualche utilità divenendo occasione di consapevolezza per più incoscienti e arroganti dei narcisisti, affetti da sindrome di onnipotenza.

Quando mi esortano a non cedere, a non abbandonare, questi inviti, per quanto benevoli e ingenuamente estranei, mi suonano come l'ordine dato al condannato a morte purché si scavi la fossa... Il corpo si è allontanato, da un lato campo di battaglia di misteriose guerre microbiche e dall'altra palestra di virtuosismi medici, non si lascia più controllare, anzi mi controlla. Insuperata, M. Duras (in C'est tout), dice "Non sono più io ora. È qualcuno che non conosco". Si può riafferrare questo corpo estraneo? "Come fare per vivere ancora un po', ancora un po'. È tutto". 
I greci ci hanno insegnato che Il vero coraggio non è nell'affrontare la malattia, ma nel cercare la "bella morte" che previene il decadimento e dà senso alla fine. «Qualcuno che era in vita e che non è più, ecco l’assurdità, l’impensabile, la morte. Ed è quest’impensabile che bisogna evitare. Ecco dunque una soluzione alla condizione umana: trovare nella morte il mezzo di superare questa condizione umana, vincere la morte attraverso la morte stessa, facendo in modo di dare alla morte un senso che essa non ha, perché ne è completamente priva» (J.-P. Vernant).

Prender cura di sé mi ricorda un aneddoto su Gioacchino Belli che, oltre a essere il poeta vernacolare che tutti conoscono, era anche un raffinato uomo di spirito. Un giorno, quando era anziano e ammalato, un amico che era andato a trovarlo nel congedarsi gli disse: "Maestro, mi raccomando, abbia cura di sé!". E il Belli: "Ah, grazie. Sa, non me ne sarei ricordato".